Zucchero a Bologna: «Chi non ama il blues ha un buco nell’anima» | Rolling Stone Italia
Musica, pane e salame

Zucchero a Bologna: «Chi non ama il blues ha un buco nell’anima»

La frase appare sul ledwall del concerto al Dall’Ara, perfetta sintesi di una carriera che ha trovato il rhythm & blues nella pianura emiliana. E mentre il tour continua, annuncia San Siro nel 2027 e dieci date all’Arena di Verona

Zucchero alo stadio Dall'Ara di Bologna. Foto: Francesco Prandoni

Zucchero alo stadio Dall'Ara di Bologna

Foto: Francesco Prandoni

Prima ancora di salire sul palco, Zucchero lascia parlare Fernando Pessoa: “Il poeta è un fingitore”, recita la poesia proiettata sui ledwall. Poi arriva la sua voce, con sottofondo di sonorità irlandesi: «Io vengo da un altro posto, da un altro blues, da un’altra solitudine. Tu non sei di queste parti, non parli agli argini, non parli ai matti e i cani ti abbaiano». Il tour celebra i 25 anni di Baila (Sexy Thing), scritta con Robyx e diventata una hit internazionale, ma allo Stadio Dall’Ara di Bologna, davanti a 26mila persone, la ricorrenza resta quasi sullo sfondo e va in scena un viaggio dentro 40 anni di musica.

Poche ore prima, incontrando i giornalisti, Zucchero aveva ammesso con la sincerità di chi non sente il bisogno di costruirsi un personaggio: «Le cose stanno andando talmente bene che l’idea che possano andare ancora meglio mi spaventa. Speriamo di continuare». Accanto a lui Ferdinando Salzano, di Friends & Partners, annunciava già il futuro: il 10 giugno 2027 San Siro ospiterà Il Gran Finale, mentre i 40 anni del disco Blue’s saranno festeggiati con dieci concerti all’Arena di Verona nel settembre 2027 (mese del suo compleanno) e altri dieci nel 2028. Ma è curioso sentir parlare di gran finale mentre vedi un artista che, sul palco, sembra avere una gran voglia di ricominciare ogni sera.

Zucchero alo stadio Dall'Ara di Bologna. Foto: Francesco Prandoni

Foto: Francesco Prandoni

Nel prato del Dall’Ara sono sistemate migliaia di sedie. Un invito ad ascoltare il concerto con calma, ma resistono il tempo dei primi groove. Quando, infatti, la serata prende la strada del funk, nessuno ha più ricordato più di averne una sotto. Ad aprire è la figlia Irene Fornaciari, poi il grande sole al centro della scenografia si accende sulle note di Spirito nel buio. Gli “oooh yeah” di Zucchero mettono subito le cose in chiaro: non sono vocalizzi, sono ruggiti. La voce è ruvida, vissuta, ma ancora capace di cambiare registro e passare a delicatezze da brividi. Intorno a lui si muove una delle migliori band viste negli stadi italiani degli ultimi anni. Non a caso, parlando dei suoi musicisti, aveva raccontato che, dopo le sue indicazioni, semplicemente «li lascio fare».

Così la “libertà” si sente in ogni brano. Polo Jones guida tutto dal basso senza mai imporsi, Peter-John Vettese passa da Hammond e pianoforte con un’eleganza rara, Kat Dyson e Mario Schilirò si alternano alle chitarre con assoli stratosferici senza rincorrersi, mentre Adriano Molinari e Yissy García costruiscono una sezione ritmica capace di cambiare la temperatura da un pezzo all’altro. Poi ci sono i fiati di James Thompson, Lazaro Amauri Oviedo Dilout e Carlos Minoso, fondamentali nel dare respiro agli arrangiamenti, e le voci di Oma Jali e Keba Williams che inscenano uno spettacolo a parte per le qualità vocali sovrumane.

Il suono dello stadio è sorprendentemente definito sin dai primi brani, Spirito nel buio e Music in Me: pieno e avvolgente. Il mare trova nel sax di James Thompson la propria vetta, mentre Iruben Me cambia completamente clima tra i 26mila spettatori: sugli schermi scorrono paesaggi innevati e, per qualche minuto, sembra davvero calare un freddo artico sulla calura emiliana. Intanto Zucchero si avvicina a Mario Schilirò e a Polo Jones quasi a godersi, da spettatore privilegiato, il loro dialogo musicale.

Tra Menta e rosmarino, Pane e sale e Dune mosse riaffiora la cifra più autentica della sua scrittura. Più che raccontare degli eventi, Zucchero sembra essersi lasciato spesso ispirare dalle atmosfere. Prima gli arrivano un odore, una luce, un panorama, e solo dopo le parole. È anche per questo che il blues, nelle sue canzoni, non suona come qualcosa di importato, ma piuttosto  affiora naturalmente dalla pianura emiliana, dai suoi argini, dalle sue nebbie e dalle sue campagne. E durante Pane e sale il concerto trova la sua sintesi mentre sugli schermi compare una scritta: “Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”.

Partigiano reggiano scalda definitivamente il pubblico, Libidine trasforma il prato in una pista da ballo e Dune mosse riporta tutto dentro un’atmosfera sospesa. Sul grande sole compare il volto di Miles Davis, mentre la tromba di Lazaro Amauri Oviedo Dilout lo evoca. Qui è impossibile non ripensare all’aneddoto che ci ha raccontato, quando Zucchero ricordava il primo incontro con Davis, che lo accolse con un brusco: «Stai suonando le note sbagliate». Un rimprovero diventato poi amicizia e collaborazione, tanto che lo lasciò con un «I love you». Con Vedo nero lo stadio batte le mani all’unisono. Quando arriva il ritornello di “voglio te”, molte coppie si cercano e si baciano. Poi esplode Baila (Sexy Thing), il brano che dà il nome al tour e che 25 anni dopo continua a funzionare come fosse uscito ieri. Le sedie, ormai, sono soltanto un ricordo.

Zucchero alo stadio Dall'Ara di Bologna. Foto: Francesco Prandoni

Foto: Francesco Prandoni

Il momento più intenso, però, arriva quando tutto rallenta. Al centro del palco compare una semplice sedia di legno, di quelle che sembrano appartenere al salotto buono di una casa di una volta. «Ciao ragazzi, siete proprio cari amici. Grazie di essere qui dopo tutti questi anni», dice per la prima volta al pubblico. Confessa di essere timido, anche se in pochi ci credono, ma si emoziona al coro del pubblico che scandisce il suo nome e racconta di essere tornato a casa dal tour europeo ed essersi stupito trovando quattro pavoni appena nati: «Si è perso un po’ l’amore per le cose semplici, nostrane. La genuinità, la sincerità». Poi intona Un soffio caldo, scritta con Francesco Guccini, che parla di libertà. E dimostra di essere il musicista internazionale che ha suonato con Miles Davis, Eric Clapton o Brian May, ma di aver conservato l’uomo che continua a riconoscersi nelle piccole cose quotidiane.

Uno spirito estraneo al politicamente corretto che ha fatto emergere, scherzosamente, anche in alcune dichiarazioni con i giornalisti. Sui giovani che oggi fanno gli stadi con poca gavetta: «Adesso è più facile. C’è una grande voglia di divertirsi e di uscire, con un incremento enorme del live. Dopo il Covid il live è incrementato. I giovani sono dei grandi comunicatori, delle macchine da guerra. I social hanno fatto la differenza, con una comunicazione veloce e vastissima. Hanno i balletti, corrono, sculettano, cantano poco ma se la cavano e fanno gli stadi. Io non sono così, non capisco un cazzo dei social».

O su Sanremo e la nuova serata che decreterà il vincitore che si esibirà all’Eurovision, anche se non sarà lo stesso artista che si aggiudicherà il Festival: «Sanremo non è un campionato mondiale, ma una partita a ping pong. Se fossi il direttore artistico opterei per questa soluzione (quella presentata dal direttore artistico Stefano De Martino, ndr). Ci deve andare chi è competitivo all’Eurovision. Anche se l’Eurovision fa cagare in ogni modo. Chi ha vinto l’Eurovision? Vi ricordate quello barbuto con le tette da donna? Dov’è finito? (Conchita Wurst, ndr) Pensiamo piuttosto a portare delle belle canzoni».

Mentre su un possibile nuovo disco ha chiarito: «Fare un album non serve più…». Ma poi ha aggiustato il tiro: «Non è vero. Però fare dischi, dopo che ho scritto 350 canzoni che hanno anche avuto successo, è molto molto difficile. Non tanto mantenerlo, il successo, quanto giustificarlo, come diceva Luciano Pavarotti. Mantenerlo magari ce la fai, ma se esci con un album che non venderà, perché i dischi non vendono più, allora devi fare un album con almeno otto o nove brani con i coglioni». E ha lanciato la provocazione: «Se avete dei pezzi, mandatemeli».

Tornando al live, c’è stato il momento medley di canzoni meno “fortunate”, ricordando che «non sono diventate grandi grazie alle radio, ma grazie a voi», come Un piccolo aiuto, Occhi e Dindondio. Ma quando parte Donne, tutti erano in attesa di sentire se avrebbe cantato il celebre “du du du”. Stavolta, dopo 40 e passa anni, non solo lo ha cantato ma sembra aver fatto pace con quel passato. In seguito arriva un lungo intermezzo affidato completamente alla super band. Disco Inferno, Jumpin’ Jack Flash e Honky Tonk Train Blues diventano un vero e proprio concerto nel concerto, tra dance, funk, rock and roll e improvvisazione, confermando quello che Zucchero aveva spiegato poche ore prima: «Con questa band non ho bisogno di dire niente».

Nel finale non sono mancati gli evergreen: Miserere (con omaggio a Pavarotti), Il volo, Diamante, Così celeste, X colpa di chi? e Diavolo in me. Quando il Dall’Ara è pronto ai saluti, Zucchero stupisce tutti per un ultimo bis con Hey Man, una scelta meno prevedibile rispetto a una chiusura affidata ai successi. Ma coerente con uno show che ha preferito raccontare un percorso piuttosto che mettere in fila le hit. Sarà per questo che, nonostante il tempo, continua a riempire gli stadi di tutto il mondo. Perché non ha provato a imitare il rhythm & blues americano, ma semmai ha avuto l’intuizione di cercarlo nella propria terra, tra il pane e il salame delle campagne della pianura emiliana. È sempre stato lì, serviva solo qualcuno capace di dargli una voce.