Vinicio Capossela ha trasformato il Circo Massimo in un cineteatro d’essai | Rolling Stone Italia
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Vinicio Capossela ha trasformato il Circo Massimo in un cineteatro d’essai

Il musicista ha portato il suo ‘Bestiario d’amore’ con orchestra nel luogo dei concertoni romani. È sembrata una rimpatriata fra amici, a raccontarsi fiabe su animali e amanti. Un’oasi di grazia

Vinicio Capossela al Circo Massimo

Foto: Simone Cecchetti

Riapre ai concerti pop anche il Circo Massimo di Roma, simbolo per eccellenza di ciò che è successo alla musica dal vivo col Covid. Nel senso: tutto si era fermato, senza alternative. Lì, dove invece di solito si esibiscono non i grandi – quelli vanno all’Olimpico, tsk – ma i grandissimi, dove la scorsa estate erano in programma (e ci sono ancora, posticipati al 2022) Ultimo e Vasco Rossi, dove sono passati i Rolling Stones, scena del crimine dell’addio di Paradiso ai Thegiornalisti, sede dei festeggiamenti di parecchi capodanni e dell’ultimo scudetto della Roma. Ecco, sì, lì ieri il colpo d’occhio è stato spiazzante per chiunque ci tornasse da abituato a raduni oceanici: 1000 spettatori distanziati, composti nella loro mezza età su sedie assegnate, sistemati in una piccolo porzione dell’enorme spiazzo cittadino; intorno, traffico e pullman e taxi e ambulanze con le sirene accese, poi di lato pareti finte e nere messe ad hoc provano a dividerci dal resto e dagli occhi non-paganti.

Strano perché, ripeto, in calendario c’è uno show, grossomodo, pop. Fortuna però che lo show in questione è il suo, fortuna che lo show in questione è di Vinicio Capossela. Tradotto: quello che sulla carta è uno dei “live al Circo Massimo” meno “live al Circo Massimo” della storia, si trasforma in due ore di intimità e convivialità. Neanche fosse un happening fra amici che si sono mancanti tanto – e infatti all’inizio si vede, lui è un po’ impacciato e dopo aver azzardato un balletto ha il fiatone, lo dice, «da un anno non sono più abituato a questi sforzi». Sospiro collettivo, si parte.

Il tour è quello di Bestiario d’amore, l’EP uscito a ridosso del primo lockdown che cita l’omonimo componimento di Richard de Fornival – un erudito del 1200 che aveva usato i bestiari medievali per immaginarsi un inventario dei comportamenti che l’amore si porta dietro – in un “poema musicato” da 20 minuti scarsi per voce, pianoforte (il suo) e orchestra. La sfida: allargare concept e formato al resto dei brani storici, trovando punti di contatto tematici e arrangiandoli insieme all’Orchestra Maderna, la sinfonica del maestro Stefano Nanni. E se come da profezia di Capossela «in tempo di pestilenza bisogna parlar d’amore», e la scorsa estate aveva rimandato tutto per girare in solo con Pandemonium, ora è tempo di scongelare questo progetto fermo dal 2020, riempiendo il palco di archi, ottoni, corni, persino delle voci profonde del Coro degli Apocrifi di Marinai, profeti e balene (2011), per l’occasione in reunion «come gli ABBA». Tutti insieme, coi visual a riprodurre le illustrazioni del mini-album, a comporre il «più grosso organismo vivente in musica».

Foto: Simone Cecchetti

Anche questa, nell’epoca dei concerti in solitaria, è una sorpresa. Pure perché, già solo a livello musicale, si capisce subito che è uno spettacolo ricco: i 10 minuti della suite Bestiario d’amore messi all’inizio del set fanno da bussola a rivisitazioni sinfoniche radicali e complesse, à la Pierino e il lupo, allegre e sfarzose, volutamente con barocchismi – troppi, ogni tanto? – ma che comunque non rinunciano a sfociare nella combat polka che è tipica della casa specie alla fine, con i cazzotti di Marajà e un classico come Uomo vivo in cui, nonostante le restrizioni, qualcuno si alza e balla, stufo di tenere il tempo col piede. Altre volte, come in Le sirene, il tutto si essicca verso una più classica ballad piano-orchestra, ovvero la migliore performance di questa prova di muscoli del repertorio, che si permette di tenere fuori classici tipo Che coss’è l’amor e All’una e trentacinque circa.

Perché – ed è l’aspetto fondamentale dello show – Bestiario d’amore è una bussola anche per i testi, con Capossela che chiama in causa brani storici d’amore, di animali e d’amore. Vita facile per Marinai, profeti e balene, con il suo Il grande Leviatano che dà la chiave di volta, l’Ulisse dantesco di Nostos con impennate dei violini («Ogni uomo che deve attraversare il Mediterraneo è a suo modo Ulisse»), le sirene di Pryntyl a prendersi il blocco centrale dello show. E poi dentro e fuori da un sentimento «che supera la morte» (Modì, 1991), dentro e fuori da quell’orso che da re in Di città in città diventa «buffone», dentro e fuori la strada e il cane zingaro di Zampanò. Un po’ di swing, ancora musica sinfonica, qualche coda strumentale da battaglia (ma non come da standard, ovvio), un momento cristallino che arriva quando imbraccia la chitarra in Camminante, quasi un carillon surreale.

Foto: Simone Cecchetti

Il personaggio è il solito, gli elementi dello show idem, ma c’è pure parecchio di nuovo. Tipo il concept, che non cede un attimo: lo tiene vivo Vinicio, che ride e balla e racconta e indossa maschere di animali, in slalom fra bestie e amanti, con fiabe ironiche e sognanti, ma pure malinconiche, amare. Fra piccole miserie e discorsi sull’universo, cabaret e racconti. Cita, mai “tanto per”: Fellini, Pirandello, Marziale, Levi, Keats, Céline.

E un po’ ci si perde, in questo viaggio musicale e letterario, colto e pop, che si eleva e torna felice per terra, un po’ serenata da piano bar con orchestra e un po’ serata di gala, certamente «celebrativo» (venticinque anni da quel pezzo lì, trenta da quel disco là, ecc) e più posato di un suo classico concerto, nonché del concerto a cui di solito associ il Circo Massimo. Un po’ ci si perde, dicevamo, che arriva il bis Ovunque proteggi in veste – notizia, vista la serata – simile a quella in studio, a dirci che è ora di andare.

Quindi si esce, si esce e ci si ritrova al centro di Roma in pandemia, «nella pancia del Leviatano, ciascuno con le candele a far luce nelle proprie cantine», dice Vinicio. Ma c’è un modo per resistere: quello dell’Ulisse dantesco, spiega, la ricerca della virtù e della conoscenza, della meraviglia, del superare i propri limiti. Ecco, il tour di Bestiario d’amore è questo: un’oasi in mezzo al traffico, un live che trasforma il Circo Massimo in un presepe. Un po’ di grazia, mentre fuori è la guerra.

Foto: Simone Cecchetti

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