Non capita spesso di entrare in un palazzetto e avere la sensazione di stare per assistere a qualcosa che non sarà facile vedere uguale una seconda volta. Ci arriviamo. Ieri sera, a Casalecchio di Reno, c’è stato il primo concerto italiano (da headliner) di Raye. Il brusio era totalmente comprensibile: negli ultimi mesi la cantante inglese è diventata gigante grazie a quella hit che è Where is my husband!, e le persone hanno potuto finalmente concentrarsi sul fenomeno che è.
La parola fenomeno non la usiamo a sproposito. Immaginate un enorme locale jazz formato palazzetto. Immaginate una band di 24 persone e Raye che dà il meglio di sé per quasi tre ore.
C’è davvero da concentrarsi su quella voce, strumento inossidabile con cui improvvisa, canta, rappa, regala momenti che si avvicinano al lirico. Sempre al massimo e sempre con questa attitude da diva democratica. Democratica perché guardandola si trovano le sfumature delle grandi voci (da Nina Simone a Lauryn Hill, per dirne due) ma senza quella punta di (adorabile) stronzaggine che le ha rese, appunto, dive.
Raye è l’opposto: sembra una predicatrice pop e noi tutti lì a farci evangelizzare. Non saprei come dire ma al suo cospetto tutto riesce ad essere mastodontico, elegante e divertente allo stesso tempo.
Il suo disco, 21st Century Blues, non è solo un insieme di canzoni ma un manifesto di una donna che ha superato una personale via crucis e che ora ha finalmente trovato la luce. Se non sapete nulla del suo passato, parliamo di violenze personali ma anche di compromessi discografici dai quali è riuscita a liberarsi.

Foto: Luca Mallardo via Bastet Media
Il passato raccontato nelle canzoni però è bilanciato da un entusiasmo che nessuno è riuscito a cancellare. Raye parla molto, e lo fa per raccontare i brani o per parlare del talento di chi è sul palco con lei. A marzo esce il suo nuovo disco, che mica a caso si chiama This Music May Contain Hope: «preordinate il mio album», dice ridendo. Lo fa perché, nonostante sia una delle artiste più importanti del momento, è a tutti gli effetti un’artista indipendente. Una che ha lasciato il giro delle major molto tempo fa e che non ha intenzione di rientrarci.
Una scelta che puoi permetterti se hai un talento del genere, se al centro c’è un amore incredibile per la musica e se i pianeti riescono ad allinearsi in un certo modo. A Raye son capitate tutte e tre le cose. E quindi eccola lì, con un lungo vestito rosso di strass, rigorosamente senza scarpe, a incantare gli spettatori paganti con una voce che non dà segni di cedimento neanche un istante.
Non esageriamo se diciamo che vedere un live di Raye dovrebbe essere un’esperienza da fare una volta nella vita. Anche solo perché si esce con un po’ di speranza. «Fatemi una promessa, non mollate. Anche se la vita è difficile, non mollate». Il che potrebbe suonare frase fatta ma che se la sentite dire da lei, con quella storia, assume un altro valore.
Raye ieri sera ha confermato che gli inglesi sono sempre i più simpatici ma anche quelli che da piccoli studiano musica seriamente (un saluto alle sue sorelle che hanno aperto il concerto). E con quella voce e quella presenza, ieri sera, ha davvero fermato il tempo facendoci dimenticare che fuori fa schifo. Deve arrivare qualcuno ogni tanto a ricordarci che si possono fare le cose in questa maniera. Ora tocca a lei, from South London, riuscita nell’impresa di rendere contemporaneo il soul, il jazz, l’R&B, l’adult pop e qualsiasi cosa le capiti a tiro.
Se le cose continuano così sarà tosta trovare i biglietti per il suo prossimo tour, vi avvisiamo già oggi. Forse anche più difficile che andarsene dall’Unipol Arena se siete sprovvisti di una macchina. Ma se nella testa c’è ancora la voce di Raye aspettiamo volentieri anche il bus che ci riporta in centro. E ci rendiamo conto siano parole forti.

Foto: Luca Mallardo via Bastet Media









