Vent’anni dopo ‘Up the Bracket’, i Libertines spaccano ancora | Rolling Stone Italia
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Vent’anni dopo ‘Up the Bracket’, i Libertines spaccano ancora

Il concerto dell'Alcatraz ha dimostrato che l'energia di Doherty e soci è ancora tutta lì, solo che viene sprigionata da persone apparentemente pacificate, con due decenni di vita e di saggezza in più

Foto: Monelle Chiti

Finisce con gli abbracci tra Carl Bârat e Pete Doherty l’unica data italiana del tour che celebra il ventesimo anniversario dell’uscita di Up The Bracket, il primo album dei Libertines. In vent’anni i due se le sono date di santa ragione, a parole e nei fatti, sin dai tempi di quei trentasei minuti di musica registrati a Londra nei Rak Studios di Mickie Most. Sale avvolte da un alone di leggenda, dov’erano passati anche gli Smiths e i Jam, tanto per citare due band inglesi di una certa rilevanza. Presa diretta («Per noi è il modo migliore di fare un disco» spiegò il batterista Gary Powell) e produzione affidata a Mick Jones, subentrato a un Bernard Butler che, dopo l’ottimo risultato del primo singolo What A Waster, non si era preso con Pete Doherty dal punto di vista caratteriale. In un momento, va detto, in cui prendersi con Pete Doherty non era semplicissimo.

Il 45 giri prodotto dall’ex Suede, però, aveva buttato sul tavolo le carte di quella che l’esordio sulla lunga distanza aveva dimostrato essere l’ennesima great brit rock’n’roll band. L’ennesima coppia di frontman che passano il tempo a litigare ma, quando si mettono a scrivere assieme, le canzoni le sanno tirare fuori. Canzoni finite in un album che in copertina mostrava alcuni poliziotti dei reparti della celere argentina impegnati a tenere a bada le proteste che in quegli anni avevano investito il paese sudamericano, la cui economia era stata messa in ginocchio da una durissima crisi economica. Una scelta, a pensarci bene, che ricordava non poco quella operata per il retrocopertina del primo album dei Clash di Mick Jones: una folta pattuglia di bobbies inglesi che tentano di sedare i casini scoppiati durante il carnevale di Notting Hill del 1976. Ed è surreale pensare che, quando usci l’esordio dei Libertines, i venticinque anni che lo separavano da quello dei Clash potevano tranquillamente essere considerati un’era geologica, mentre i venti trascorsi tra Up The Bracket e oggi sembrano un periodo molto più breve. Potenza delle reunion. Nessuno nel 2002 avrebbe mai pensato a quella dei Clash, poi definitivamente eliminata anche dal campo delle ipotesi dalla morte di Joe Strummer, tristemente sopraggiunta subito prima di Natale. Oggi le reunion, gli anniversari e i concerti celebrativi come quello andato in scena all’Alcatraz di Milano fanno parte del gioco come le ristampe, le nuove edizioni con più o meno inediti e i cofanetti di vario formato.

E allora eccoli sul palco in formazione originale (oltre ai tre già citati c’è John Hassall al basso), a eseguire per intero un disco di cui anche in patria, come spesso accade, si parlò molto pur a fronte di vendite contenute. Basti pensare che in classifica si fermò a un modestissimo trentacinquesimo posto. Così come si parlò, e tanto, e principalmente, dei problemi di Pete Doherty con vari tipi di droghe. Oggi il suo aspetto, complice anche una felpa del Venezia che non giureremmo essere stata comprata nel negozio ufficiale del club lagunare e che evidenzia le sue forme tondeggianti, non è esattamente quello della rockstar che sarebbe potuto diventare. Ma forse è meglio così, che non sia diventato una rockstar, perché è bello vederlo muoversi senza pose per il palco e pensare che più di una volta, in passato, sarebbe stato molto difficile scommettere che nel 2022 avrebbe cantato ancora le sue canzoni davanti al pubblico di un locale. Con Carl Bârat, chiodo e cappellino da teddy boy, un look più conforme ai canoni del rock’n’roll, è un continuo gioco di sguardi all’insegna di un interplay che funziona ancora molto bene, lungo tutto un set che procede spedito e senza fronzoli. «Spacchiamo tutto!» urla Doherty in italiano, ma non c’è nulla, nelle intenzioni, del potenziale (auto)distruttivo di quando i Libertines cantavano degli “stylish kids in the riot”. L’energia è ancora tutta lì, solo che viene sprigionata da persone apparentemente pacificate, certamente con venti anni di vita e di saggezza in più. Parlare di saggezza a proposito di Pete Doherty, ecco un’altra cosa che vent’anni fa non avremmo mai previsto.

Il trittico finale What Became Of The Likely LadsCan’t Stand Me NowDon’t Look Back Into The Sun manda tutti a casa felici, con il suo lirismo sferragliante e le sue melodie degne della grande tradizione brit. «Cosà è stato dei sogni che avevamo?» si chiedono i Libertines nel primo dei tre pezzi. Chissà cosa sognavano, se sognavano, Pete&Carl vent’anni fa. Il loro abbraccio finale sembra un grazie reciproco per quello che è stato e per quello che è ancora, dopo tanti anni non facili. «Se è importante per te, è importante per me» come dice quella stessa canzone.

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