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Un giro nel backstage del concertone

Dietro le quinte del Primo Maggio 2022, tra giornalisti, teledipendenti e mondani, piccole esibizioni private, imbucati divisi in caste colorate, camerini e bagni chimici

La Rappresentante di Lista al Primo Maggio 2022

Foto: Roberto Panucci

Se il Concertone del Primo Maggio è un rito liturgico nazionale, il suo retropalco è un sabba mediatico tutto romano che, dopo due edizioni a ranghi ridotti, era mancato ai diavoli e diavolesse che lo animano almeno quanto il palco era mancato agli angeli che tradizionalmente dispiegano le ali e le buste di patatine sul prato di piazza San Giovanni.

I due pubblici del concertone sono due mondi che non entrano quasi mai in contatto: il primo, quello della platea, in cambio della possibilità di vedere il palco dalla prospettiva migliore, dovrà sopportare tre ore di attesa e nove ore di concerto nelle posture peggiori; il secondo, quello dell’area stampa, in cambio di un open bar di porchetta, fave e pecorino, dovrà rinunciare alla possibilità di vedere il concerto se non mediante un maxischermo, anche se a pochi metri dai riflettori.

Platea e retropalco si incontrano di fatto solo all’arrivo in piazza San Giovanni quando, soprattutto nel caso degli anticipatari, l’odore dei gruppi elettrogeni dei furgoni delle tv fa a gara con le esalazioni delle camionette degli arrosticini che, convenute qui da ogni parte di Roma e unite tra loro a mo’ di robottoni in stile anime, formano, sui due fianchi di viale Carlo Felice, un cannocchiale prospettico quasi barocco, a inquadrare la facciata della basilica Lateranense, col palco da un lato e la folla di 150 mila angeli dall’altro.

Il pubblico della platea è inizialmente indeciso se provare a cogliere il fiore di un bagno Sebach ancora vergine o quello delle patatine al primo giro di olio, ma tende a optare per il primo piacere, perché più certo. Il pubblico dell’area stampa non ha dubbi: chiudersi nel backstage e non uscire fino a notte inoltrata.

Nel parterre prataiolo il look è scelto principalmente in funzione della praticità, nel backstage assistiamo a una prima, importante occasione di sfoggiare alcuni dei nuovi trend stagionali: per l’uomo, spolverino fino alle caviglie, anti-ponentino; per la donna, crop top con pancia scoperta, che crepino tutti d’invidia. Il contrasto tra le due tendenze è affascinante, perché prefigurerebbe un ritorno del mito dell’androgino, delle parti che si completerebbero a vicenda se solo, calata la sera, esistesse ancora una cavalleria termica.

Inoltre se, fuori dal backstage, la classificazione del pubblico è totalmente democratica, dentro, per motivi organizzativi, essa è affidata a un complessissimo sistema di caste colorate: ce ne sono sei, in base a quante aree un determinato pass può garantire al suo titolare. Le regole sono chiare ma hanno delle applicazioni, talvolta, un po’ oscure se non contraddittorie. Ad esempio, l’acqua minerale è riservata alle caste superiori: le preziose bottigliette di liquido trasparente sono assenti dall’area stampa base e vi transitano solo se trasportate lì da altre sezioni del backstage (v. Produzione, Camerini, Sagrestie del Laterano).

Trasversalmente rispetto al sistema a caste disegnato dagli organizzatori, le categorie umane dei frequentatori del backstage sono molteplici. Ci sono i tre filoni principali dei teledipendenti, dei workaholic e dei mondani. I teledipendenti tendono ad assicurarsi un tavolino in favore di maxischermo, il maggior numero di sedie o, meglio, poltroncine, il maggior numero possibile di pizzette ripiene e bicchieri di birra, e accomodarsi per non muoversi più se non per andare in bagno. I workaholic sono perlopiù invisibili: a loro è destinata la sala stampa vera e propria – un tavolo riunioni occupato da una sorta di Apple Store temporaneo che, a loro volta, non lasceranno più se non per intervistare BigMama. I mondani costituiscono il grosso del gruppo e si dividono a loro volta in: imbucati di fascia alta, perlopiù vecchi viveur o giovanotti della Roma bene, che prendono l’occasione essenzialmente come un party con meno scelte di menu e più vip da fingere di conoscere o di non conoscere, secondo il rango delle rispettive gens o testate di provenienza; imbucati di fascia bassa, che sembrano realmente imbucati, con l’aggravante di non sapere bene cosa fare. Molti di essi, soprattutto sul finale della serata, saranno protagonisti di meta-selfie insieme a Marco Mengoni proiettato sul maxischermo.

Il concerto comincia e, con esso, il desiderio di idratazione da parte di chi, dotato di un pass monocromatico giallo, per un motivo o per un altro, vorrebbe restare relativamente sobrio almeno fino alla chiusura della prima parte dell’evento. Durante l’esibizione della band ucraina dei Go_A, su un tavolino dell’area stampa fa mostra di sé una bottiglietta frizzante con tanto di condensa. Non c’è neanche bisogno di sbirciare sul petto del suo possessore per capire che al posto del cuore ha una tavolozza con un pass con l’all-in di tutti i colori disponibili.

Per fortuna il buonsenso e il buonumore dei lavoratori del catering sono sempre in grado di tramutare, se non il vino in acqua, almeno questo bug in un’allegra feature. La carenza di linfa analcolica diviene un vanto quasi esplicito da parte dei gentilissimi mescitori di vino rosso e bianco e pazientissimi spillatori di birra artigianale, liquidi che sembrano pressoché infiniti. Meno esplicita, ma altrettanto eloquente, è la soddisfazione derivante dall’aver posto l’una accanto agli altri la postazione della birra e i bagni chimici del retropalco, in un continuo cerchio della vita tra spillatrici e Sebach: finita la fila per una bionda, si comincia quella per il bagno, senza soluzione di continuità, soprattutto quando si raggiunge la piena capacità. L’atmosfera è salva, la lucidità un po’ meno.

In effetti, al quinto o sesto bicchiere di birra, tanti aspetti irrazionali di ciò che trapela dello spettacolo sembrano più logici. Forse, proprio così, anche dalla relativa serenità del backstage, è possibile intuire meglio come la piazza viva i momenti più concitati del concertone. Ambra sembra bravissima a interagire col pubblico, come quando sottolinea il contenuto di uno striscione o di un episodio di body art: «Ti sei scritta “Tommaso sei il mio Paradiso” sul seno? Ognuno, dove ha posto, scrive». Certe reazioni del pratone sono più comprensibili, come quando, inspiegabilmente, il regista Cristiano D’Alisera viene acclamato dalla folla come sosia di Lillo Petrolo e gli viene chiesto a gran voce: «Facce Posaman».

Uno dei benefit dell’area stampa è che sono tanti i casi di artisti e conduttori che sono soggetti a metamorfosi quando passano dalla dimensione del palco a quella del retro. Prendete Bugo, tanto rispettoso e timorato di Dio durante la diretta Rai (forse collegherà per sempre il brand al suo Sanremo 2020?), quando annuncia i giovani vincitori del concorso 1M Next, quanto è sereno e sicuro di sé nel backstage, di cui è la star più riconosciuta e cercata, cosa forse in parte imputabile ai tanti e repentini cambi di look (vedi Venerus, attualmente jovanottiforme).

Il messaggio politico di questa edizione del Primo Maggio è sintetizzato benissimo dal claim che sovrasta il palco: “Al lavoro per la pace”. Questo aspetto è riuscito meglio rispetto allo scorso anno – anche se, dopo le censure a Fedez, non era difficilissimo fare di meglio – sostanzialmente perché ci sono due nuovi soggetti da bastonare: Putin che attacca l’Ucraina e l’Europa che non fa abbastanza per impedirlo. Tutto sommato due target migliori rispetto a rappresentanti politici nazionali che hanno un potere diretto su di te e i tuoi ingaggi.

Un Valerio Lundini in evidente stato di grazia – com’è solo quando suona insieme ai suoi Vazzanikki – è riuscito a salvare proprio questo lato più debole del Primo Maggio 2022. Il suo pezzo La guerra è brutta era stato scritto chiaramente per prendere per i fondelli il concertone sulle sue posizioni politico-mediatiche non finissime. Ma il concertone, includendo questo pezzo nella sua scaletta (si presume, dopo averlo ascoltato e compreso), a metà tra le sue due implacabili valve da mollusco retorico e facilone, di fatto riusciva a prendersi per i fondelli da solo, in zona Cesarini, risultando, se non vincitore, almeno pareggiatore di una guerra non militare o politica, ma musicale. Ma il meglio di Lundini è quello che riserva all’area stampa nei tempi morti, sia prima dell’inizio del concerto, con un Foscolo rock, sulle parole di A Zacinto, sia nell’ora di pausa tra le 19 e il Tg 3, anche a beneficio del pubblico da casa. Niente sembra poterlo fermare, neanche il suo timore sanitario, quando il suo sguardo eloquente diceva, tra le note di Shark Covid: “Se non me lo prendo qui, non me lo prendo più”.

Nel corso del concerto l’applausometro percepito, certo, sale per le Vibrazioni o Fasma; ma la platea è così vasta che si accende a turno per qualunque artista, in base alle nicchie che vi sono variamente diffuse. Il pubblico del retropalco è leggermente più difficile e compatto nelle sue reazioni. Bisogna attendere le prime due performance della sera perché si scaldi davvero.

La Rappresentante di Lista si conferma la migliore performer per la piazza e per il backstage: per la sicurezza con cui alterna cantato e parlato, per come risimbolizza nelle brevi introduzioni ai pezzi i loro significati rispetto ai temi attuali della guerra e dell’insicurezza. Veronica Lucchesi è così appassionata che, sfiorando il microfono con le labbra, finisce per far sbavare il rossetto verso il mento, con intensità pari a quella del vichingo Skorpa in The Last Kingdom quando mordeva le vittime al collo. Qualche dama del retropalco si divertirà a provare su sé stessa l’effetto vampiresco, con risultati spassosi per lei e relativa comitiva. Ma è per Max Pezzali che il backstage finalmente comincia a delirare. Perfino Cyndou Dosso, della Lega dei braccianti africani, che aveva accompagnato i pezzi di Venerus, quando Max attacca con Gli anni si piazza davanti al maxi schermo e comincia a zompare acclamato da una piccola folla di giornalisti e influencer. Forse è questa la singola scena che non dimenticheremo di questa esperienza.

Mentre non va in onda questo spettacolo nello spettacolo, in un privé tutto loro, Gesù Cristo e i Vescovi d’Oriente e d’Occidente tutto vedono, backstage e palco, camerini e bagni chimici, artisti e imbucati, e tutto giudicano impassibili, come cameramen di lungo corso; e niente li sorprende e niente li turba, consci almeno loro di poter fondere nel bianco della pietra di cui è fatta la sommità della facciata della Basilica di San Giovanni tutti i colori di tutti i pass possibili, tutte le debolezze e le forze degli uomini e le donne che vorrebbero tanto entrare nel regno del Signore e invece riescono a malapena ad accedere al camerino di Tommaso Paradiso.

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