La prima cosa che Cameron Winter canta è “ripeterò quel che dico, ma non lo spiegherò mai” per poi chiudere il pezzo con un secco “do you know what I mean?!”, giacché spesso le sue canzoni finiscono con motti declamati e definitivi, con punti esclamativi. No che non si capisce sempre quel che dice, c’è spesso un margine di incertezza, il dubbio che un’auto non sia un’auto, che un cavallo non sia un cavallo. Del resto i Geese non sono qui per rassicurarti, né farti capire tutto, ma per farti provare qualcosa, accompagnarti in un viaggio sonoro imprevedibile poiché slegato dai riti logori e dai codici comunicativi tipici dei concerti degli ultimi anni. Winter ondeggia con la chitarra elettrica di fronte al microfono, bofonchia quelli che sembrano deliri improvvisati di un tizio al bancone del bar, poi tira fuori la voce di un cantante soul stonatello ma sexy, l’urlo di un uomo incazzato, il salmodiare lamentoso di un Thom Yorke. Non fa niente per prendersi la scena, non gli servono grandi gesti o proclami, ha un carisma naturale. Nessun confronto, ma era dai tempi di Kurt Cobain che non si vedeva un rocker che sembra vivere con tanta noncuranza la propria figaggine.
Ricorderemo a lungo il concerto di ieri sera al Magnolia di Segrate, Milano periferica a un passo dall’Idroscalo, dall’aeroporto di Linate e dall’EuroPark, uno dei pochi posti animati il 19 agosto in città. Dopo 16 canzoni e un’ora e mezza precisa di musica, con inizio puntualissimo alle 21, il dibattito sul successo dei Geese costruito a tavolino istigato da quell’articolo di Wired sembra a dir poco assurdo, l’ennesima prova della distanza tra Internet e il mondo reale. Sì, hanno usato un’agenzia di marketing digitale che ha giocato sporco. Mai sentito parlare di Andrew Loog Oldham?
Sono tutte stupidaggini che di certo non girano in testa a chi aspetta la band a Milano per Unaltrofestival, un pubblico di 20, 30enni mediamente rock, piuttosto internazionale. C’è qualcuno più avanti con l’età che forse ha capito che questi qua hanno degli aspetti in comune coi rocker dei loro 20 anni. Vedo t-shirt di Sonic Youth, Radiohead, Primal Scream, qui sono tutti figli degli anni ’90, pure quelli che all’epoca non erano nati. Ed effettivamente i Geese da quel periodo riprendono l’idea di rock privo di divismi ed enfasi e riportato alla sua essenza: quattro tizi – cinque contando il tastierista Sam Revaz che indossa una camicia col nostro tricolore – che fanno musica sballata, ironica e a tratti disperatamente romantica, priva di ogni ampollosità tossica. Con alcune differenze non da poco, non ultima questa: all’epoca andavi ai concerti per sentire l’eco della tua inquietudine e capire che non eri il solo a pensare che il mondo era un posto assurdo, oggi torni da un concerto dei Geese sapendo che il mondo sarà assurdo, ma almeno per 90 minuti ti sei divertito come un pazzo e ti illudi che la “vita niente male” che fai non ti abbia ancora ucciso.
Qui, tra i sudori mefitici di metà agosto e il continuo viavai di chi vuol vedere i fenomeni un po’ più da vicino, c’è una fila infinita al merch per l’acquisto della maglietta del gruppo, prova provata della partecipazione a uno dei concerti rock dell’anno. Temperatura fuori dal Magnolia: 30° C. Percepita in mezzo alla gente: 40 e passa. Ci sono molte ragazze e parecchi ventagli. Un tizio ha in testa un caldissimo cappello a forma di oca: pazzo. L’entusiasmo è notevole e lo capisce non appena la band sale sul palco, e per quanto i testi di Winter sembrino a volte talmente assurdi da sfiorare il nonsense, metafore o allegorie di qualcosa che capisce solo lui, li cantano tutti, quelli di Getting Killed e con lo stesso entusiasmo quelli di 3D Country. Il gruppo ha i pezzi, è evidente, anche se non sono costruiti in modo classico, è un repertorio già diventato patrimonio condiviso. Davanti a me due cristoni alti così che manco si conoscono finiscono per abbracciarsi e cantare assieme Islands of Men, una bromance istantanea creata da una canzone che potrebbe parlare oppure no di transizione.
C’è chi poga, ma a intermittenza perché molte canzoni del gruppo si basano sull’alternanza di sezioni loose e tight, come dicono gli anglofoni, e poi di vuoti e pieni, di divagazioni e riffoni micidiali, come se la band non volesse dare tutto subito, ma differire il godimento. Lo spettacolo come lo si intende oggi non c’è: Winter wintereggia, i musicisti pensano a suonare, la chitarrista Emily Green fa un gran lavoro, il bassista Dominic DiGesu è quello che fatalmente spesso si sente meno sovrastato com’è dal clangore delle chitarre, il batterista Max Bassin suona con l’agitazione di un Keith Moon nato a New York nei 2000. Sono un macchina musicale notevole, si capisce che hanno lavorato e tanto sull’idea di suonare assieme, sono precisi ma non rigidi. Non c’è scenografia, neanche il nome del gruppo che si è visto alle loro spalle durante il tour estivo e francamente chi se ne frega. È un incontro-scontro tra i contorsionismi post hardcore dei musicisti e la postura del frontman che proprio ieri ha annunciato l’uscita il 9 ottobre del Live at Carnegie Hall e che a volte, come in Half True o Au Pays du Cocaine, esprime un sentimento di vulnerabilità quasi poetico e struggente. “There’s a bomb in my car!”, dice sgolandosi nell’unico bis, Trinidad, alternando quelle sette parole a un racconto improvvisato. Non so di preciso cosa significhi, ma so che è stato un gran finale.
È evidente che i dischi – ottimi, soprattutto gli ultimi due – non bastano per capire fino in fondo questo gruppo. Va visto dal vivo. È chiaro anche che ieri sera un sacco di gente al Magnolia sold out aspettava con una trepidazione il concerto. Succede sempre qualcosa di speciale quando si intercetta una band nel momento stesso in cui sta esplodendo, prima che qualcuno li porti in un brutto palazzetto o peggio ancora in un ippodromo. Perciò se potete, andate a vederli prima che i vostri amici comincino a tormentarvi ripetendo «io c’ero al concerto dei Geese al Magnolia» come un tempo si diceva «io c’ero al concerto dei Nirvana al Bloom» (anche se era una balla: se ci fossero state tutte le persone che dicono di averli visti nel 1991 o nel 1989, il Bloom sarebbe grande come il Forum di Assago).
«It’s our first show in Italy, primero», dice Winter, che nel bel mezzo 2122 fa ascoltare un frammento di Lazy Mary (Luna mezza mare) di Lou Monte, Italia da esportazione. Lui forse non lo sa, ma è ancora più italiano il passaggio di Taxes che dice “se vuoi che paghi le tasse faresti bene a venire con un crocifisso e inchiodarmi lì” e difatti attorno a me lo cantano tutti con un trasporto sospetto. Ogni tanto il cantante si rivolge al pubblico che vorrebbe questa o quell’altra canzone. «Ma no, quella fa schifo, non la volete sentire». Chiede a un fan «Tu suoni qualcosa? La batteria? Qui però abbiamo un solo drum kit». Confabula coi suoi, caccia un «Jesus Christ!», dice che è una cosa che fa solo «for Italia» e fa salire il tizio sul palco per suonare con loro Bow Down, pezzone. Il ragazzo si siede al posto di Bassin, un roadie si porta le mani sulla faccia e invece il tipo se la cava benissimo. Alla fine, richiamato da Winter al microfono, non sa proprio che cosa dire e in mancanza di parole guida il pubblico nel coro «Geese! Geese! Geese!».
Dopo 3D Country i Geese potevano diventare una band per nerd. Hanno preferito richiamare una nazione di spostati in cerca di una musica nuova, ma radicata nella storia del rock e che difatti piace alla gente giusta, da Mick Jagger a Courtney Love. Ieri sera mi sono sembrati un gruppo che vuole tenersi lontano sia dalle pose seriose di certi colleghi, sia dalla nostalgia che impera nel rock, e poi dalla stasi e dal compiacimento. Alternano parti musicali che sembrano sballate ad esplosioni sonore viscerali che mettono assieme rock-blues, funk-rock, hardcore, psichedelia, mescolano sincerità e ironia, hanno la coolness di chi se ne frega del titolo di salvatori del rock, esprimono un tipo di bellezza che passa per lo smarrimento e la farneticazione. È roba eccitante da vedere e ascoltare, è il rock come dovrebbe essere.
Set list
Husbands
Getting Killed
Islands of Men
Crusades
Half Real
2122
Cowboy Nudes
100 Horses
I See Myself
Fantasies/Survival
Cobra
Gravity Blues
Bow Down
Au Pays du Cocaine
Taxes
Trinidad
















