Tutti fatti di Rushium al viaggione dei Tame Impala a Milano | Rolling Stone Italia
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Tutti fatti di Rushium al viaggione dei Tame Impala a Milano

Quasi troppo bravi per essere veri, ieri sera all'Ippodromo Kevin Parker e i suoi hanno fatto un concertone: gran suono, esecuzioni praticamente perfette (anche grazie a backing tracks?), musica ed effetti che trasportano in un’altra dimensione

Kevin Parker a Milano con i Tame Impala

Foto: Kimberley Ross

Il concerto dei Tame Impala parte con il video di un finto spot a promozione di un farmaco, il Rushium, che migliorerebbe «la percezione del tempo». Viene annunciato che tra il pubblico sono presenti alcuni addetti che lo vendono in forma liquida e in pillole, ma si avvertono gli spettatori che gli effetti sono totalmente soggettivi e che potrebbero sperimentare una lieve distorsione temporale o un vero e proprio collasso dello spazio-tempo.

Mentre la finta scienziata prosegue nella descrizione di ciò che potrebbe o non potrebbe succedere, l’immagine e l’audio si restringono e poi dilatano fino a diventare grotteschi e inquietanti. Un pensiero affettuoso a tutti gli appassionati di psichedelia (nel senso più chimico e meno musicale del termine) che hanno assunto qualcosa prima della visione del concerto: avranno pensato di essere sull’orlo del peggior trip della loro vita. Almeno finché non parte la musica e le luci trasformano l’ambiente in un caleidoscopio di colori e sensazioni. A quel punto, non c’è più bisogno né del Rushium né di qualsiasi altra droga per alterare la propria percezione: è sufficiente vivere il presente e abbandonarsi al flusso.

Foto: Kimberley Ross

 

Foto: Kimberley Ross

 

Foto: Kimberley Ross

La tappa dello Slow Rush Tour al Milano Summer Festival è un’occasione più unica che rara di rivedere in Italia Kevin Parker, eminenza grigia della neo-psichedelia che si nasconde dietro i Tame Impala. Nella sua versione live non si tratta propriamente di una one man band, perché molti altri musicisti intervengono a interpretare la sua musica; tuttavia è noto che Parker scrive ogni canzone, suona ogni strumento e produce ogni nota dei suoi album, motivo per cui è ragionevole pensare che il suo micro-managing prosegua anche nei concerti, quando subappalta batteria, chitarra, basso eccetera ad altri e si limita a fare il performer.

La sensazione che abbia il controllo di ogni dettaglio è nettissima, ed è tale la precisione nell’esecuzione dei brani che molti dei presenti – e tra gli interpellati citiamo anche altri giornalisti musicali, produttori di chiara fama ed esperti a vario titolo – all’inizio della scaletta hanno il dubbio che non stiano suonando davvero dal vivo. Paranoia o legittimo sospetto? Difficile dirlo: lo spazio è enorme e siamo lontanissimi dal palco, i visual sempre più malati e distorti ci stordiscono, gli effetti stroboscopici e i laser confondono le idee, la voce di Kevin è talmente riverberata che sembra essere uscita davvero da uno studio.

Foto: Kimberley Ross

 

Foto: Kimberley Ross

 

Foto: Kimberley Ross

Ma il punto in questo caso è un altro. È davvero così importante sapere se era tutto suonato in tempo reale oppure no? Forse non più di tanto, perché a ben pensarci la musica dei Tame Impala è irreale e rarefatta anche su disco: non la ascoltiamo perché ci suona concreta e tangibile, ma perché sembra provenire da un’altra dimensione in cui bramiamo essere risucchiati. Se questo non bastasse, la qualità dello spettacolo è altissima, la folla è numerosissima ed entusiasta – migliaia di persone, in gran parte giovanissime, con molti stranieri di passaggio o residenti in città – e la scansione e l’allestimento dello show impeccabili. Un plauso in particolare al light design, che vede protagonista una sorta di disco volante a forma di anello, sospeso sopra la testa dei musicisti come una gigantesca aureola, che nel corso della serata si alza, si abbassa, ruota, lampeggia, lancia raggi ionizzanti e muta di temperatura, intensità e colore. Ci si aspetta quasi che da un momento all’altro cali una passerella per riportare Parker sul suo pianeta di provenienza.

Kevin non disdegna di chiacchierare con il pubblico accorso all’Ippodromo di Milano, con quel pesantissimo accento australiano che sfoggia con grande orgoglio. A differenza di molti altri colleghi, sembra davvero divertito e a suo agio: la sua non è una posa. L’Italia, tra l’altro, è un posto che ama particolarmente: ha perfino intitolato una delle sue b-side Sestri Levante, come racconta lui stesso dal palco. Con il pubblico ha un rapporto diretto e amichevole: a un certo punto ha la sensazione che qualcuno si sia sentito male tra il pubblico e interrompe il live, improvvisando un assolo alla chitarra fino a quando non si assicura che la situazione sia tornata nella norma («Ehi, laggiù, alzate i pollici se va tutto bene!»).

Foto: Kimberley Ross

 

Foto: Kimberley Ross

 

Foto: Kimberley Ross

La sua inconfondibile voce ci accompagna attraverso tutti i dodici anni del suo percorso, dai primissimi successi come Feels Like We Only Go Backwards agli ultimi brani come One More Hour. Beh, ultimi: per gli standard di oggi sono già dei classici, considerando che l’album The Slow Rush è uscito nel 2020. Ma è soprattutto sulle tracce del suo capolavoro Currents che i presenti esplodono, in particolare con la geniale The Less I Know The Better, non a caso scelta per il bis, in cui – stavolta sì – sicuramente era tutto suonato dal vivo. Ma, lo ripetiamo, se anche fosse partita qualche sequenza di troppo nella prima parte del concerto, poco male: nel tipo di viaggione lisergico che propongono i Tame Impala non tutto è reale e tangibile, ma non per questo è meno vero.

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