Trasformare gli estremi in pop: vent’anni di C2C Festival | Rolling Stone Italia
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Trasformare gli estremi in pop: vent’anni di C2C Festival

Da piccola utopia nazionale a rassegna di prestigio europeo, il festival torinese è arrivato al suo apice riuscendo a trasformare esibizioni complesse in performance pop amate dal pubblico

Caribou a C2C

Foto: Kimberley Ross

Uno dei miei primi ricordi legati a C2C Festival è una serata con Caribou e Four Tet all’Hiroshima Mon Amour di Torino nel 2010 per il decennale della rassegna. Se mi impegno, però, forse riesco pure a tornare ancora più indietro, al 2008 al Supermarket: stavolta con Four Tet c’era un mio pupillo dei tempi, James Holden (che fine ha fatto James Holden? Speriamo stia bene). Ai tempi il nome era Club to Club e la peculiarità del festival era proprio quella di poter muoversi da club a club nell’arco di una stessa serata con un unico biglietto, in una transumanza di clubber e stimatori della musica elettronica. Avere vent’anni.

Vent’anni, sì, proprio come quelli compiuti questo weekend dal C2C Festival. Se due decenni possono sembrare molti nell’arco della vita di una persona, per il mondo della musica elettronica sono un’eternità. In un universo dove la tecnologia è parte integrante dell’evoluzione stessa del suono, vent’anni di innovazioni hanno radicalmente modificato la composizione e la fruizione dell’elettronica stessa. Pensiamo alla democratizzazione delle risorse necessarie (laptop, smartphone, DAW) e al taglio dei costi di pubblicazione della musica portato dai distributori digitali, ma anche all’utilizzo delle IA nella composizione e alla facilità di imparare a comporre come i propri artisti preferiti con tutorial gratuiti online. Fa sorridere pensare che agli esordi del festival si era da poco superato l’incubo della catastrofe computeristica, il Millennium bug.

Foto: Kimberley Ross

In questi due decenni C2C ha fotografato con cura e attenzione queste ambiziose evoluzioni tecnologiche e le eventuali produzioni musicali che ne sono susseguite. Senza catalogazioni ferree, ma lasciando scorrere stili, canoni e wave, fluidamente, diventando a turno ambasciatore, megafono, archivio e memoria. Al suo interno è passato, o meglio, ha lasciato traccia, il meglio dell’ambizione musicale (intellettuale e da dancefloor, cercando soprattutto i punti di incontro tra questi due ambiti), da Thom Yorke a Franco Battiato, dai Kraftwerk a Sophie, dagli Autechre a William Basinski. Senza dimenticare tutta una serie di piccoli nomi, magari sconosciuti ai più, ma fondamentali per inaugurare wave e seminare futuro. Pensiamo, tra i tanti, a Hudson Mohawke, Skee Mask, Rustie, Holly Herndon, Gabber Eleganza.

Tornare annualmente al C2C Festival è come tornare a casa per le feste di Natale e rincontrare, con consapevole casualità, amicizie di una vita nelle piccole vie del centro. Quest’anno, ad esempio, ci ho ritrovato uno dei miei più grandi amori della vita, nel giorno del suo compleanno, mentre Caterina Barbieri tesseva atmosferici reticoli di modulare. Essere stati privati di queste esperienze per gli anni della pandemia è stato terribile, e poter ballar via le scorie di quei giorni sui ritmi spezzati di Kode9 o sul futurismo sonoro dei Two Shell è terapeutico.

Foto: Loris Brunello

 

La XX edizione di C2C Festival è stata, di fatto, questo: un grande ritorno a casa. Fisicamente, perché la rassegna ha potuto riabbracciare gli spazi del Lingotto a tre anni di distanza, ma anche e soprattutto a livello umano e musicale. Sul palco sono passate alcune grandi certezze del festival come Caribou, Jamie XX, Arca, Caterina Barbieri, Kode9, Nu Genea, Lyra Pramuk, icone come gli Autechre e esordi funzionali come quello dei Bicep. Oltre ad una serie di chicche come i Two Shell, probabilmente il suono più fresco della quattro giorni. L’efficacia della missione di C2C è stata proprio quella di normalizzare – in questi anni – certi estremi sonori, riuscendo a comunicare esibizioni anche complesse come performance pop, con un pubblico attento e entusiasta che oggi venera Arca e Caterina Barbieri come popstar. Un lavoro certosino, fatto di scelte ponderate e visione, che ha garantito al festival un posizionamento di rilievo nella geografia europea dei place-to-be.

In vent’anni C2C è passato da una piccola utopia torinese a un festival di prestigio europeo. Un’evoluzione continua che, in questa edizione, ha sublimato il proprio stato. Ora sarà molto interessante vedere cosa questo festival vorrà fare del proprio futuro, se trovare nuove forme e nuove possibilità di racconto o accettare la propria definitiva stabilità nella natura di un grande festival annuale. Il futuro è, come sempre, dalla loro.