A metà del concerto Tiziano Ferro guarda gli anelli più alti di San Siro e si stupisce: «Ma non avete le vertigini da lassù?». È una battuta, ma dentro scorrono venticinque anni di carriera. Perché il dettaglio più sorprendente del primo dei due concerti milanesi di STADI26 non è la produzione gigantesca, non i 33 brani in scaletta e nemmeno la voce che, per quasi tre ore, smentisce chi, a causa di un video (fake) circolato sui social dopo la data zero di Lignano Sabbiadoro, aveva frettolosamente decretato il suo declino. Ma è che Tiziano Ferro continua a comportarsi come qualcuno che non riesce a dare per scontato tutto questo.
Lo spettacolo si apre con delle figure umane che percorrono scale infinite sui ledwall, una specie di Truman Show esistenziale che anticipa il tema della serata. Poi appare lui e attacca Sono un grande, la title track dell’ultimo album e forse l’inno esplicito della sua rinascita personale. Subito dopo arrivano Cuore rotto e Fingo e spingo, con ballerini vestiti di bianco armati di mazze da baseball mentre il ledwall si incrina e va in frantumi. Tre canzoni nuove consecutive per aprire uno stadio, una scelta che dice molto di un artista che non vuole limitarsi a celebrare il proprio passato. Attorno alla band si muove un corpo di ballo che per tutta la serata alterna coreografie, breakdance e quadri scenici che sorreggono le molte anime musicali del suo incredibile repertorio.
«La mia città, la mia seconda casa, è come se ci fossi sempre stato. Mi hanno chiesto se fossi proccupato, ma sono solo contento di tornare a Milano questa sera», dice. E aggiunge: «Faremo di tutto perché sia una bella serata per voi». Milano torna continuamente nel racconto. Torna quando introduce Accetto miracoli: «Questa canzone mi fa pensare a una Milano che non vedevo da tantissimi anni ed è stata una Milano dei miracoli». E dopo confessa con estrema sincerità: «Dopo sei anni aspettavate un concerto, ma io non mi aspettavo che sareste tornati, invece siete tornati». E San Siro risponde cantando ogni parola.

Foto: Andrea Bianchera
È una delle costanti della serata. Tiziano guarda continuamente il pubblico: le prime file, le tribune, gli anelli più alti, cerca gli sguardi, allunga le mani verso la gente, ride e si commuove con loro. Durante La differenza tra me e te la voce sembra spezzarsi. Non per una difficoltà tecnica, ma per l’emozione di trovarsi davanti decine di migliaia di persone che cantano all’unisono. E a proposito di voce, la vera risposta alle polemiche degli ultimi giorni arriva direttamente dal palco. Dopo Lignano Sabbiadoro era circolato sui social un video (poi risultato fake) che sembrava descrivere un cantante in difficoltà e la gogna era partita con la consueta velocità. La realtà, invece, è molto diversa. Dal vivo non fa una sbavatura per oltre trenta canzoni, ma soprattutto evita l’effetto karaoke. In ogni brano c’è un respiro diverso, una sprezzatura, un virtuosismo vocale, un accento che sposta il significato di una frase. Ci aveva raccontato di aver rischiato di perdere la voce, per questo colpisce la fame con cui canta: lascia poco spazio al pubblico, sembra avere voglia di riprendersi gli anni perduti, di dimostrare che non è ancora tempo di tirare il freno.
Quando arriva il momento di rituffarsi in Rosso relativo, guarda il pubblico e scherza: «Quanti c’erano quando cantavo questa canzone? Vi perdono se eravate piccolini». L’unico ospite è Lazza con Perdono e il passaggio di testimone tra generazioni sembra completarsi. E prosegue con una sequenza impressionante di canzoni entrate nella vita di milioni di persone. Il regalo più grande trasforma San Siro in un cielo stellato grazie a migliaia di flash. Ti scatterò una foto produce uno di quei cori collettivi che i sismografi avranno registrato come lieve attività tellurica. Sere nere (così come Hai delle isole negli occhi e Non me lo so spiegare) viene cantata come sfogo liberatori da migliaia di persone. Più che un concerto è una enorme macchina del tempo collettiva.
A metà si accorge del pubblico appollaiato sugli anelli più alti e scherza: «Ma non avete le vertigini da lassù?». Ricorda quando da quelle stesse postazioni guardava il live di Vasco Rossi: «Quando è partita Rewind sembrava l’apocalisse». È uno dei tanti passaggi in cui sembra ancora osservare San Siro con lo stupore di uno spettatore. Quando arriva Il sole esiste per tutti, dopo oltre quindici canzoni, le pause restano minime. Una lunga coda strumentale gli concede il tempo necessario per cambiare abito, dal total black al total white, ma il ritmo dello show non si interrompe mai davvero.

Foto: Andrea Bianchera
Nella seconda metà si concede qualche deviazione meno scontata. Destinazione mare e Balla per me allontanano il concerto dalla comfort zone delle hit e mostrano un Tiziano più musicalmente curioso. Poi arriva Ed ero contentissimo, uno spartiacque sentimentale della serata. Dopo l’ennesimo coro collettivo dello stadio, si siede per la prima volta su uno sgabello, con il chitarrista e il bassista al suo fianco e con Potremmo ritornare e Il conforto San Siro perde le dimensioni dello stadio e assume quelle di un enorme falò sulla spiaggia. Gli assoli si allungano, la batteria si prende più spazio, le chitarre respirano e per qualche minuto il live assume una tonalità rock-pop. È qui che fa tremare i fan: «Non so se questi saranno gli ultimi due concerti che farò in questo stadio, ma ci tengo a dedicarvi tutto quello che mi ha dato. All’inizio eravamo pochissimi e nessuno avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe successo. Per me Milano è stata casa ed è diventata famiglia. Se la vita non mi avesse portato altrove ci vivrei ancora». La voce gli si rompe per il magone. Da lì in poi il concerto corre verso il finale con Imbranato, E fuori è buio, La fine, cantata quasi con rabbia, E Raffaella è mia: «Il più grande dei privilegi è stato avermi scelto come amico», dice ricordando Raffaella Carrà.
Quando sembrava davvero finita arrivano i bis. Se poco prima aveva trasformato San Siro in un falò sulla spiaggia, Rosso relativo compie l’operazione opposta: il classico del 2001 viene riscritto in una sorprendente versione techno, ed è l’unico grande successo completamente stravolto, prima delle conclusive Lo stadio e Xdono, la canzone da cui tutto è cominciato. Ed è proprio mentre risuona il brano che venticinque anni fa ha cambiato la sua vita, appare abbastanza chiaro che Tiziano Ferro, a 46 anni, non sale ancora sul palco per ricordare chi è stato, ma per verificare che quel legame degli esordi esista ancora. E guardando continuamente verso le tribune, gli anelli più alti, le 55mila persone di fronte che hanno cantato le sue canzoni come se appartenessero anche a loro, sembra aver riscoperto per l’ennesima volta che sì, i miracoli si accettano ancora.















