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Thom Yorke non ha più bisogno dei Radiohead

Con una performance perfetta e visual straordinari, il concerto all'Auditorium di Roma di Thom Yorke dimostra che non serve 'Karma Police' per rendere felice il pubblico: la sua musica solista è ormai un universo autonomo

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Anche se negli ultimi anni si sono moltiplicati i grandi e grandissimi eventi, le strade del centro barricate, gli stadi più o meno forzatamente pieni, gli spazi pubblici recintati e accessibili solo a cifre esorbitanti, i festival che spesso sono una «suggestiva cornice» e tutto quel che (a mio avviso impropriamente, almeno in alcuni casi) viene definito “cultura”, per chi vive a Roma sopravvive un atavico complesso di inferiorità. Perlomeno quando si tratta di rockstar internazionali.

Vuoi per l’assenza di strutture moderne dalla capienza adeguata, vuoi per i soliti problemi di viabilità e mobilità, vuoi perché logisticamente Milano è a tutti gli effetti più vicina all’Europa e di più facile transito per chi è in tour, sta di fatto che la tappa Roma manca spesso negli itinerari. L’esempio dei Radiohead è fin troppo emblematico, se si escludono i due pezzi (High & dry e The bends) eseguiti al Concertone del Primo Maggio del 1995, l’unica data romana della band di Oxford risale al settembre 2012 all’Ippodromo di Capannelle, data che peraltro rischiò di saltare e fu infine posticipata per la tragica morte di Scott Johnson (uno dei roadie della band) a Toronto, causata dal crollo del palco.

Foto di Kimberley Ross

Prima e dopo il nulla assoluto, Milano, Ferrara, al massimo Firenze, la Capitale sembrava non esistere sulla mappa dei Radiohead. Anche per questo motivo, le altre due apparizioni di Thom Yorke nella sventurata Città Eterna sono state accolte con il clamore e il calore delle grandi occasioni: la prima volta per la data degli Atoms for Peace del 2013, sempre all’Ippodromo di Capannelle, e poi quello di ieri alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica finito sold out in pochi giorni.

In entrambi i casi i presenti dovettero constatare un dato di fatto che a rigor di logica può sembrare scontato: né gli Atoms for Peace, né Thom Yorke, sono, neanche lontanamente, i Radiohead. Il che significa: scordatevi ogni minima digressione nel repertorio della band, bis introspettivi occhio di bue e chitarra acustica, versioni alternative dei pezzi storici e così via. Niente di niente. Questo può sembrare un aspetto negativo per chi ha sperato di rimediare qualche briciola extra di Radiohead, ma in realtà è un segnale estremamente positivo per lo stato di salute dei Radiohead come band, di Thom Yorke come artista e per tutto ciò che rappresentano.

Foto di Kimberley Ross

È una tipica domenica romana di luglio, sono tutti al mare e le strade, solitamente a dir poco congestionate, sono deserte, il rumore dei clacson e l’eco di «e mo’ che hai sonato, canta» e bestemmie, lasciano spazio a un irreale canto di uccelli (gabbiani, si intende), c’è un eccesso di parcheggi liberi ai limiti dello spreco per chi è abituato ogni mattina a spargere sangue di vergine sul Lungotevere per trovare pochi metri quadrati in cui infilare la propria macchina, persino i parcheggiatori abusivi si sono dati alla macchia. Di conseguenza i tempi di percorrenza sono decimati e ci si può permettere il lusso di arrivare persino in anticipo per godersi l’opening act di Andrea Belfi che durante l’ora d’oro e man mano che si riempiono i posti, irradia di rumori il teatro a cielo aperto. È bene soffermarsi ancora un po’ sul, verrebbe da dire “polistrumentista” italiano che sta accompagnando Thom Yorke durante tutto il tour europeo, ma a tutti gli effetti il suo strumento principale è la batteria, che distorce e modula creando atmosfere e rumori d’avanguardia e che vanta un portfolio di lavori e collaborazioni di grande prestigio.

Insomma, tutto molto bello, tranne le solite misure di sicurezza che all’entrata sequestrano un esercito di borracce in alluminio, costringendo chi non volesse morire disidratato con trentacinque gradi, a comprare bottigliette di plastica monouso da mezzo litro alla modica cifra di due euro. Non che questo dipenda minimamente da Thom Yorke, né dagli addetti ai lavori, ma ci auguriamo che quanto prima si possa trovare una soluzione affinché a ogni concerto non corrisponda una inutile montagna di plastica da smaltire, perché è francamente inaccettabile.

Foto di Kimberley Ross

Quando Thom Yorke sale sul palco, la luce del sole è ormai svanita, il grigio dei seggiolini vuoti è sparito dagli spalti e il parterre per l’occasione in piedi brulica di grande attesa. Il palco è piccolo e ai due lati si è praticamente a ridosso della postazione di Thom Yorke che di buon grado saluta e sorride, mi piace pensare che sia felice di questa vicinanza insolita, abituato com’è ai grandissimi palchi quasi alienanti.

La scenografia è minimale, assieme a lui c’è lo storico produttore dei Radiohead e di tutti gli altri progetti paralleli, Nigel Godrich e il visual artist Tarik Barri che proietta live il crescendo di glitch, pixel distorti e fluidi man mano che cresce d’intensità l’esibizione, che parte con una introduzione soft al pieno digitale, si tratta della celestiale Interference con cui si dà il benvenuto al pubblico. Seguiranno due ore abbondanti di elettronica e di balzi, sopra e sotto il palco, intervallate solo di rado da momenti più intimi e pacati, accadrà solo nel bis con una emozionante Dawn chorus – estratta dal recentissimo Anima e che a quanto pare ha scalzato la versione piano e voce di Ingenue dalla versione più recente della scaletta (peccato!) – e praticamente ai saluti finali con Suspirium Finale direttamente dalla colonna sonora e dalla stessa scena finale di Suspiria di Luca Guadagnino.

Foto di Kimberley Ross

Per il resto si balla e Thom Yorke non si ferma un attimo, distribuendo equamente pezzi da The eraser, il primo album solista di ormai quasi quindici anni fa (prima Black Swan e Harrodown Hill al basso e poi The clock e Cymbal Rush), passando per un blocco centrale di pezzi presi da Tomorrow’s modern boxes che rappresentano anche la parte più danzereccia di tutto lo spettacolo e ovviamente non mancano gli estratti dall’ultimo album già citato. Vengono invece centellinati i pezzi incisi insieme agli Atoms for peace (Amok e Default), mentre, appunto, non sono pervenuti pezzi dei Radiohead, nei quali, okay, è vero, speravamo tutti pur conoscendo già la scaletta. Al tempo stesso però il pubblico entusiasta dall’inizio alla fine, non ha dato il minimo cenno di delusione, perché il messaggio è chiaro: si tratta del tour di Thom Yorke da solista, nel pieno dei suoi progetti e non in tournée sul viale del tramonto nel quale sfoggia i cavalli di battaglia dei bei vecchi tempi andati. Il che, beh, è una rarità. Non esiste un gruppo o un musicista di quella generazione che può permettersi di andare in giro per il mondo senza suonare i pezzi forti e fare sold out. Per lo stesso principio con cui i Radiohead dosano ai limiti della cattiveria le loro uscite pubbliche – e le loro date a Roma! – è bene anche non svalutare i brani, non relegarli a tributo di se stessi.

Messa da parte una breve delusione, si sciama verso le quattordici uscite di sicurezza ben segnalate, si recuperano le borracce schierate fuori dai cancelli e si ritorna a casa consapevoli ancora una volta che Thom Yorke è solo un componente dei Radiohead, in ottima forma – dal vivo le doti vocali sono molto più impressionanti e in uno stato di conservazione eccellente, persino migliore di qualche anno fa – e che, a proposito di stato di conservazione, i Radiohead sono tutt’altro che un colosso in decadimento i cui componenti vanno in giro a esaltare la folla suonando Karma Police. Sono ancora rari, sono ancora i più bravi e sono ancora nel pieno degli anni.

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