Terraforma, stavolta si balla, ma con le scarpe da trekking | Rolling Stone Italia
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Terraforma, stavolta si balla, ma con le scarpe da trekking

Con il mondo della discoteca al capolinea, il festival milanese attento alla ricerca sonora e alla ecosostenibilità propone una nuova via, hippie e primitiva, per il clubber moderno

Terraforma

Foto: Delfino Sesto Legnani

Era stata una buona idea quella di comunicare il ritorno di un festival, dopo due anni di pausa forzata per l’emergenza Covid, con una serie di indicazioni su quello che non ci sarebbe stato: “No Talks, No Panels, No Screenings, No Workshop”, eccetera. O meglio un’ottima intuizione da copywriter, mestiere che è nel DNA dei milanesi che organizzano Terraforma, da tempo attivi a far fruttare al meglio quel cortocircuito, solo qualche anno fa impensabile, tra musica sperimentale, club culture, moda, design e arte contemporanea. Il manifesto di questa edizione chiosava con uno slogan programmatico, “For once, we just dance” che da una parte sembrava smorzare l’attitudine radical delle precedenti edizioni in nome di una wave popolare che reclamava il diritto al party dopo mesi di chiusure, e dall’altra ambiva a presentare un nuovo modello di aggregazione, un sofisticato rave sostenibile in cui la natura del parco di Villa Arconati si sarebbe trasformata in una città stato distopica con una propria moneta, un braccialetto elettronico da ricaricare con Visa e Mastercard, un sistema di sostentamento con truck vegani, tacos messicani e fusion giapponese, e una lingua comune, quella dei bpm, che avrebbe messo in contatto persone in arrivo da tutta Europa, molti gli inglesi e i francesi. E così è stato, più o meno.

La scaletta dell’evento, modulata con l’intento quasi pedagogico di alternare progetti musicali più di ricerca a momenti di ballo/sballo inclusivi ma comunque “non commerciali”, è riuscita ad accontentare tanto i fanatici della bolla elettronica (quelli che hanno The Wire sul comodino e si eccitano con i droni) quanto i festaioli techno fricchettoni a torso nudo e occhiale da sole sotto cassa. La presenza degli Autechre, veri re del cartellone, ha sicuramente contribuito a un inizio col botto: il duo inglese, dopo aver chiesto di spegnere tutte le luci, anche quelle del bar, e dopo un ritardo dovuto a un intoppo tecnico – storie di cavetti – ha ricordato a tutti il valore di un brand con un nome antipatico ma seducente, ovvero IDM, intelligent dance music: il loro set, inizio ostico di virtuosismi glitch con approccio free jazz che si è poi sciolto in un viaggione denso di raffinatissime tessiture techno e ambient, è stato il momento più alto del festival.

Al secondo posto, con grande sorpresa, quello dei Moin, progetto post punk elettronico di Joe Andrews dei Raime (insieme a Andy Stott artefeci della rinascita del clubbing underground inglese) e Valentina Magaletti, un nome che a molti dirà poco ma per noi della bolla è la Von Der Leyen dei “suonini”, batterista con le bacchette a Londra e già parte di progetti di culto come Vanishing Twin e Tomaga. Qui a Terraforma le è stato dedicato il giusto tributo con ben tre live: oltre ai Moin ha suonato con Lafawndah e poi da sola in un matinée domenicale con batteria acustica per smaltire l’hangover.

Nell’ottica non esplicitata ma coerente di valorizzare il made in Italy, Terraforma ha confermato la presenza di Donato Dozzy – veterano del festival, con una performance in solo e un’altra con i Voices from the Lake – e quella di Paquita Gordon, e dato spazio a uno dei più talentuosi dj e producer italiani, Piezo, che ha fatto ballare il pubblico del Vaia Stage col suo mix perfetto di techno e UK bass. E, sempre nell’ottica di far conoscere e promuovere il brand nostrano, non poteva mancare Lorenzo Senni, in questa occasione alla chitarra insieme a Francesco Fantini e alla cantante islandese Jófríður Ákadóttir per il progetto Common People, pop elettronico con un sentimento anni ’90 che al primo ascolto ha ricordato Notwist, Lali Puna e il mondo dell’etichetta Morr Music, facendo un po’ rimpiangere il Senni dietro al sequencer con i suoi ipnotici rave senza battiti.

Sono stati tre giorni sudatissimi, tropici in Val padana, che – al di là dell’offerta musicale quasi sempre all’altezza delle aspettative – hanno dato modo di tracciare un identikit di un nuovo prototipo di spettatore/attore dell’evento: una sorta di raver evoluto, consapevole e borghese, che nella vita fatica come freelance nell’industria dell’arte, della moda, della comunicazione (grafici, fotografi, organizzatori di eventi, social media manager, redattori, pierre ed esperti di marketing) abituato a surfare con destrezza sull’onda delle nuove tendenze, più per sopravvivenza che per indole, dal look normcore ma ricercato (dalle scarpe trekking di lusso Salomon agli occhiali Oakley, passando per t-shirt Supreme e berretti Carhartt) e con un preciso schedule, da producer di sé stesso, che prevede socializzazione, relax in amaca o yoga, cibo naturale, stimolanti chimici dosati con cura, ballo ma non sfrenato, e testimonianza del tutto via social network.

Insomma, da boomer non posso non notare lo spirito performativo e un po’ omologato di questa generazione festivaliera, internazionale e iper connessa, che sembra tradire l’attitudine disruptive e rivoluzionaria della musica che ascolta. Niente di personale, è lo spirito dei tempi, ma nonostante questo grazie a Terraforma qualcosa di positivo si vede all’orizzonte: il clubbing urbano, quelle delle discoteche, sembrerebbe finalmente al capolinea, troppo caro, deludente, privo di una forma sincera di socialità, e si fa largo una forma più hippie e primitiva, alla luce del sole e all’ombra delle tende del camping, di divertimento. Ma di questo parleremo nei prossimi talks, panels, workshop durante il lungo inverno, aspettando il prossimo Terraforma.