Spring Attitude 2026, contro la rassegnazione | Rolling Stone Italia
Hacking urbano

Spring Attitude 2026, contro la rassegnazione

Quindici edizioni, ventimila presenze alla Nuvola dell'Eur. Da Motta a Nathy Peluso, da Nu Genea ad Altea: una specificità italiana che funziona, il festival come spazio di hacking urbano e di alternativa reale

Spring Attitude 2026, contro la rassegnazione

I Nu Genea allo Spring Attitude 2026

Foto: Kimberley Ross

Da qualche anno a questa parte il punto di caduta di ogni discussione che riguarda i grandi temi della contemporaneità (dall’economia delle piattaforme al capitalismo della sorveglianza) è il richiamo a “tornare a stare insieme” non come ingenuo invito all’incontro ma come obiettivo di costruzione di un’alternativa forte a un contesto economico e sociale che punta a estrarre valore alienando le persone e lasciandole alla propria solitudine.

Da questo punto di vista, quindi, i festival rappresentano — al netto di difficoltà e storture che variano di caso in caso — un’avanguardia, un’alternativa reale in cui le persone si ritrovano per uno scopo preciso: mettere il principio di piacere davanti al dovere e lasciarsi trasportare da una delle invenzioni più forti che abbiamo per costruire un senso di temporanea identità condivisa. La musica.

Lamante allo Spring Attitude 2026. Foto: Kimberley Ross

Questa premessa è necessaria perché spesso in Italia il dibattito attorno alle “cose della musica” prende la piega o di ingenua esterofilia dilagante («perché non abbiamo un Primavera Sound») o di geremiade rassegnata e lamentosa da bisogno di consolazione («tanto qui è sempre la stessa merda»). E se la specificità italiana fosse proprio quella di un ecosistema diffuso di manifestazioni/rassegne/festival di dimensioni piccole e medie che portano avanti una proposta artistica fatta di coraggio e comunicazione, alternativa e consolidamento, artisti famosi e nicchia da curare? Dove la mano pubblica e quella privata dialogano anche per far vivere le cattedrali nei deserti urbani cambiando i destini di infrastrutture hauntologiche figlie di gigantismi e futuri perduti?

Ad esempio, se lo Spring Attitude avesse organizzato il dj set di Yousuke Youkimatsu, Parisi, le costruzioni postmoderne positive di okgiorgio o il live dei Mind Enterprises (che da torinese meriterebbero un racconto a parte perché si tratta di un caso di ricerca incredibile tra qualità, divertimento, intelligenza e rovesciamento del cliché come meccanismo di resistenza) alla Vela di Calatrava avremmo probabilmente assistito al rovesciamento evidente del cimitero delle ambizioni irrisolte nel rave dei futuri costruiti sul connubio tra avanguardia e nostalgia. Ma anche animare e far vivere gli spazi dormienti della Nuvola dell’Eur si è dimostrato un esercizio riuscito di hacking urbano controllato. Niente di rivoluzionario, ma molto in grado di far vivere per almeno due giorni un quartiere animato dai fantasmi delle grandi trasformazioni direzionali del dopoguerra con una vibe europeista, inclusiva e capace di unire futuro a conferma.

Nathy Peluso allo Spring Attitude 2026. Foto: Kimberley Ross

Giunto all’edizione numero 15, con ventimila presenze (2000 in più rispetto allo scorso anno), il festival di “Roma Eterna Primavera” riesce a costruire una due giorni dove alla più prevedibile cornice dance — dove oltre ai già citati segnalo i Nu Genea in stato di grazia e ormai solidissima realtà internazionale e Nathy Peluso come utopia di un mainstream inclusivo possibile che esplicita la valenza politica e sociale del reggaeton come zattera della medusa per gli esclusi dall’eteronormatività — si integra la valorizzazione di alcune delle firme più interessanti e oblique della scena “che dir si voglia” indie come Altea (interessantissimo dialogo tra i fantasmi del deserto salentino e le innovazioni dark ambient di stanza nelle città post industriali britanniche: roba che meriterebbe un saggio di Ernesto De Martino), Gaia Banfi (che gioca di sottrazione portando l’avant folk nei territori di un minimalismo ambient da nord Europa), Lamante (che prende la canzone d’autore alternativa — La Crus, Paolo Benvegnù, Marco Parente — e ne offre una versione potenziata e filtrata da un immaginario weird adatto all’incertezza del tempi), Birthh (via possibile alla redenzione dell’underground con un pop intelligente e contemporaneo) e Emma Nolde (che punta a una comunicazione più diretta con un indie rock contaminato e autentico che cerca la comunione con tutto il pubblico).

Emma Nolde allo Spring Attitude 2026. Foto: Kimberley Ross

Nota di merito per i Dov’è Liana, perché se il progetto di vita è evitare di lavorare ottenendo il massimo risultato con il minimo sforzo allora io questa “vita lenta italiana” che non esiste per davvero ma viene vissuta attraverso filtri Instagram e ritmi elementari per ballare non solo la accetto ma la prendo come esempio, e a Motta, semplicemente il migliore che abbiamo, aedo dei Millennial che porta live un disco epocale e (sì) generazionale come La fine dei vent’anni con una rabbia, un’urgenza e una potenza che conferma solo quanto avessimo bisogno ai tempi di un disco così e quanto ne abbiamo bisogno oggi che cantiamo la fine dei nostri trent’anni. Ah, tra l’altro adesso il basso nella sua band lo suona Roberta Sammarelli.

Motta allo Spring Attitude 2026. Foto: Kimberley Ross

Mi piace pensare che — al netto delle difficoltà che ci possono essere (anche se devo dire che dal mio osservatorio tutto è filato decisamente liscio e anche la qualità audio, vero problema di queste manifestazioni e questi poli fieristici pensati per ottundere i sensi dei poveri frequentatori, si è dimostrata più che degna) — lo Spring Attitude possa confermarsi insieme a tantissimi altri appuntamenti che attraversano la penisola da maggio a settembre possibilità alternativa rispetto all’inevitabile realismo del capitale musicale, perché nei richiami all’inclusività e alla costruzione dei safe space, nella proposta che unisce act molto pop e di successo a ricerca raffinata c’è una risposta italiana alla rassegnazione che mi sembrerebbe sciocco non perseguire. Insomma, se questo Spring Attitude è una certezza (e i dati lo dimostrano), allora è il momento che sia di ulteriore esempio per tanti altri posti.

Ah, sì, certo, dimenticavo. Su Tony Pitony mi rimetto alle parole che Manuel Agnelli gli ha dedicato in una recente intervista su queste stesse pagine non ho intenzione di aggiungere altro.