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«Spero di morire prima di Vasco Rossi»

Che cosa ci fanno 120 mila persone in adorazione di un settantenne? In futuro ci sarà ancora qualcuno capace di certe adunate? L’evento che ha aperto l’estate della musica visto (anche) dai fan. «Qui non perdi mai, e tutti escono sempre felici». E niente fighetti

Vasco alla Trentino Music Arena il 20 maggio

Foto: Emmanuele Ciancaglini/Ciancaphoto Studio/Getty Images

Probabilmente anche solo cliccando, avete iniziato a porvi delle domande. Per cominciare. Cosa ci fanno 120 mila persone in entusiasta adorazione di un settantenne? E queste persone, chi sono? Tutti boomer – cioè, secondo Wikipedia, nati tra il 1946 e il 1964, e quindi da irridere a spron battuto, come quando nel 2017 ai tempi del live dei record Modena Park tante testate rispettabili avevano pubblicato la fintissima lista di oggetti smarriti dagli spettatori, al centro della quale era stata messa una (LOL! LOL!) quantità di “assorbenti per adulti incontinenti”? Oppure tra tutti questi c’è anche una quantità congrua di gente sotto i 35 anni, quella che attenuerebbe le ghignose ironie sull’evento?

Poi. È ancora interessante che succeda, che sia partito l’ennesimo tour di questo monumento ambulante, che verrà visto da più di 600 mila persone? O sono invece più interessanti gli oltre 600 mila che in questa settimana hanno ascoltato tutto l’album di Gemitaiz fino alla traccia numero 13, Qua con me, portando l’album Eclissi al numero uno in classifica il giorno del concerto? O è più interessante ancora la fandom che ha accolto il concorrente di Amici LDA nel suo travolgente instore tour nei centri commerciali della penisola, aiutandolo a conseguire il numero 3?

Ma in generale, in futuro, ci sarà ancora qualcuno capace di certe adunate? O – complice anche la pausa dovuta al lockdown, volendo – andiamo verso un’epoca di star meno titaniche progettate per sold out in luoghi a capienza limitata – come del resto l’immaginario delle star in questione?

A margine, ma non troppo: come mai, rese euforiche dal settantenne, delle giovani donne mostrano a migliaia di sconosciuti le ghiandole mammarie rese immense dal megaschermo? Perché ho messo questo interrogativo per ultimo invece che per primo, rinunciando a partire con piglio sexy e ammiccante, e ho preferito filosofare? Risposta: perché la madre di tutte le domande successive resta: cosa ci fa qui, tutta questa gente? Tanto vale chiederlo a loro.

Una buona occasione è la prova generale del megaconcerto che ha inaugurato il tour, che è stata anche una prova generale per la Trentino Music Arena, primo spazio di queste dimensioni in tutta l’area. Qui, il giorno prima, in attesa dei 120 mila, è convenuta una parte degli iscritti al fan club, 15 mila persone: da soli, sarebbero un sold out di qualcun altro – per loro, il concerto di rodaggio è gratis. Oppure, se volete, è compreso nel prezzo della tessera. Il primo gruppo cui mi avvicino mi spiega che con 45 euro si entra a far parte della famiglia. Praticamente tutti lo hanno incontrato, e lui è sempre gentile e premuroso, eccetera. Pongo a un po’ di loro la domanda-madre: cosa ci fanno loro (e gli altri), qui, cosa esattamente li rende Vaschers. Con immutata stima scarto tutte le risposte che non dicono molto («È unico», «È il più grande», «Cosa faccio qui? Guardati intorno, che domanda è?»). Monica (da Torino) mi spiega che da quando aveva 15 anni Vasco è sempre stato con lei, “a differenza di tanta altra gente, che invece no”. Michele (da Bologna) mi dice che lo ascoltava già da piccolo in macchina con suo padre. Francesca (dalla Sicilia, ma non saprei dove, mi scuso ma un coro «olèolèolèolèVascooVascoo» ha complicato la parte in cui chiedevo la tracciabilità) mi racconta una storia che ricorda Febbre a 90′ di Nick Hornby: quando aveva 14 anni il padre la portò a un concerto vent’anni fa, complice il fatto che era relativamente vicino (a Catanzaro) e relativamente gratis (viaggio escluso). Lui non era un fan, ma lei rimase folgorata e decise, più o meno: «Noi non supereremo mai questa fase». Angela, da Verona, ha avuto il tempo di prepararsi mentre le amiche rispondevano e si gioca il jolly: «Sono qui perché Vasco arriva, si trova davanti 100 mila persone e le solleva. Le fa volare. Tu chi conosci che lo sa fare?».

Rispondo che questo non è corretto, non si risponde a una domanda con una domanda, e che io non sono rilevante. Fondamentalmente, sollevo un polverone per evitare di rispondere. Però andando oltre i possibili competitor italiani, cioè gente con una certa storia alle spalle, cerco di figurarmi i nuovi big, Blanco o Irama o Ultimo o Rkomi o Sfera o Madame o i Måneskin davanti a 100 mila persone. Manca sempre qualcosa, e non so cosa. Non è semplicemente la storia. È qualcosa – è un’umile opinione – che forse non manca a loro, ma manca intorno a loro. Oh, beh. A ognuno di noi tocca la sua epoca e si arrangia, giusto?

I fan in attesa di Vasco a Trento. Foto: Emmanuele Ciancaglini/Ciancaphoto Studio/Getty Images

Come forse sapete, non è un (mega)concerto come gli altri. Tre mesi fa, 120 mila persone a un concerto in Italia, ma anche 40 mila, erano difficili da concepire. Ed è ampiamente simbolico che a riaprire i cancelli sia lui, con il suo popolo. È altresì interessante il fatto che questo show, che – dice il boss di Live Nation Roberto De Luca – potrebbe portare una ricaduta di 25 milioni di euro sull’intero territorio, veda al centro di detto territorio Trento, grazie a un’enorme piana ai piedi delle montagne che è diventata la Trentino Music Arena. Tutti i fan concordano che è la location più bella in cui hanno mai visto Vasco. Però ci vuole un inciso.

Non so se avete presente Trento. È una città che a lungo si è tenuta pronta per un altro Concilio come quello che a metà del 1500 vide riuniti per anni (tanti) cardinali e teologi preoccupatissimi per la diffusione della dottrina luterana. Oggi, camminando nel centro storico, ogni dieci passi si incontra una vetrina o dei tavolini dai quali si diffonde la voce di un uomo che di volta in volta sostiene che se si girano gli eserciti e finiscono gli eroi… Oppure, qualche metro dopo che sì, stupendo, ma gli viene il vomito. E appena dietro l’angolo, sempre quell’uomo, accompagnato dal coro della gente seduta ai tavoli, garantisce che se non ci fosse stato Alfredo, lei gli avrebbe detto seeeh. Non sono scene del tutto ovvie. C’era qualche trepidazione all’idea di concedere la valle e il centro storico al popolo di Vasco anche se probabilmente, a paragone con altre invasioni musicali o sportive, è una delle migliori che una città si potrebbe augurare. Ma in qualche sguardo dei locali di fronte alle Vaschers che fanno le vasche attorno a piazza Duomo mostrando molta pelle (almeno metà, tatuata) c’è sincero stupore. Rispetto ai maschi, sembrano – per usare un giro di parole – molto più pronte a entrare in azione. E in generale, a colpo d’occhio, nella piana di Trento sembrano anche di più dei maschi.

Il rapporto tra Vasco e le sue fan è davvero strano, perché c’è più gioco sessuale tra lui e loro che non tra tante star (tanto) più giovani che in base all’anagrafe consideriamo legittimate a fare i mandrilli sul palco. A intervalli regolari, lancia occhiate allusive, fa gesti molto allusivi, oppure va all’arrembaggio: «Appena ti prendo da sola, ti lecco la fi…» (pausa) «… la fine del mondo». Oppure implora «Fammi un… (pausa) piacere!». Grandi risate dalle femmine di tutte le età presenti. Giustamente, del resto.

Una di loro, direi tra i 35 e i 40, allarga le braccia. «Ma lo so benissimo che ha 70 anni. Però penso che lui nella fantasia della rockstar un po’ maledetta ci stia ancora meglio di altri, no? Io ho un marito e un figlio, però un giro con uno come lui giovane, se esistesse, me lo farei, dai». Non vi sorprenderà l’anonimato. Cui spontaneamente aderisce un’altra spettatrice, aggiungendo altre sfumature. «Tu adesso magari scrivi che siamo tutti uguali, tutti dei pazzi di provincia». Per uscire dalla parte di quel tale che scrive sul giornale, estraggo dal cilindro un po’ di strofe che so a memoria. Porto a casa dei punti sostenendo che «anche se non lo so, non vorrei, ma però – no, non credo proprio che sia così – sarebbe comodo, sì. Ma io non sono come te» è una descrizione impareggiabile di certi finali di relazione sentimentale. Ottenuta una blanda credibilità, ottengo un approfondimento. «Non siamo tutti uguali qui, perché certa gente che negli anni ho visto arrivare ai concerti di Vasco è rimasta agganciata a lui – e guarda, parlo anche di certe mie amiche – ma penso che potesse essere presa sotto anche da qualcun altro, tipo Baglioni o Ligabue. Cioè, è un po’ un caso che abbiano avuto il colpo di fulmine per Vasco. Per me invece poteva essere solo lui. Tanta gente piange per le canzoni di Renato Zero o di Laura Pausini… Ma forse anche di Fedez, eh…». E quindi? «Per me un sacco di gente cerca una star che le faccia piangere. Io no. Io non ho mai pianto per nessuno e non ho mai cercato qualcuno che mi facesse piangere. Per me i fan di Vasco quelli veri, sono così. Non lo cercavamo. Ci ha trovati lo stesso».

Non so bene cosa dire, faccio l’inviato pensoso e le chiedo se vuol dirmi come si chiama. Vorrei tanto poter dire che sorride e abbassa gli occhi un istante – invece, ghigna un attimo e mi dice: «Jenny». La guardo negli occhi con un sorriso strano. Insiste: «O Jenny o niente».

Basta femmine, o diventa sessismo. Veniamo all’altra metà del cielo. Agostino, da non so dove (ma mi giocherei l’Emilia Romagna), ha una teoria: «Coi concerti dei primi tempi il divario con gli stranieri era altissimo. Io ho visto Bob Marley a San Siro, i Pink Floyd a Venezia, i concerti storici, no? Oggi però tante star straniere non hanno la presa sul pubblico che ha lui. Ed è anche per questo che mi sento tenuto a vederlo ogni volta, perché spero di morire prima io di lui, ma so che prima o poi finirà e non ci sarà mai più niente di simile. Se lui fa un tour da 14 date, io le vedo tutte e 14». Quindi è un po’ come vedere una squadra di calcio, seguirla in casa e in trasferta tutto il campionato? «No. Perché allo stadio io ho visto le coltellate, qui mai. E poi dopo un po’ nella tua squadra non sai chi ci gioca, chi li conosce. Ah, un’altra cosa: nel nostro caso non perdi mai, e tutti escono sempre felici».

Stefano da Venezia mi conferma che qualcosa è cambiato, per forza, in questi decenni, e anche lui ci butta dentro un piccolo paragone calcistico. «Molti sono arrivati dopo, e sono diversi dai vecchi fan: sono più gli ultras del Komandante. È difficile ritrovare la gente che io vedevo ai primi concerti di Vasco. Ti spiego: una volta se dicevi che sentivi Vasco Rossi eri il drogato del quartiere. Adesso essere fan di Vasco è un po’ più facile, senza offesa. Nello stesso tempo è più difficile perché il biglietto costa di più, quindi non hai i personaggi che cantava lui all’inizio, hai più gente piccoloborghese». Gli obietto: «Però forse sono rimasti irregolari, no? Anzi, magari Vasco ha aiutato i piccoloborghesi a non aver paura di essere irregolari». Ci pensa. Ci guardiamo e decidiamo subito che stiamo chiedendo troppo alle nostre possibilità di pontificare. Interviene Lollo (provincia di Padova) e mi risolve un dubbio sui rapporti tra Vasco e i critici musicali. «Vedi fighetti, qui? Vasco non piace ai fighetti, non gli è mai piaciuto». Temo sia incontestabile. Cerco di immaginarmi dei fighetti in equilibrio sopra alla follia. Non è il loro posto.

Foto: Emmanuele Ciancaglini/Ciancaphoto Studio/Getty Images

Ma dopo tante chiacchiere, ecco che appare sullo sterminato palco un 70enne che mostra diti medi e caracolla malfermo. Oddio, è pur vero che era malfermo anche a 30 anni. La voce sui toni bassi si perde un po’, ma il suo popolo – e Beatrice Antolini – la tiene su. Quando c’è da gridare invece non c’è problema, anche se lascia al pubblico il suo marchio di fabbrica, la vocale “e”. La setlist è piuttosto aggiornata, i pezzi di questo secolo sono parecchi e non ci sono molte altre vecchie leggende che se lo possono permettere. Però non tutti i pezzi hanno vita facile. Tu ce l’hai con me («dedicata al mondo dei social») è un pezzo potentissimo pensato per il live, ma la gente non salta.

Rieccoci allora con le domande. È qui che si vede la faccenda dell’età? O pesano le ore che i fedeli hanno trascorso sotto al sole in attesa? O il problema è che è una canzone nuova e non è ancora nel sangue, nei muscoli della gente? O banalmente, è difficile pogare con un cellulare in mano? Perché parlando di smartphone e della loro preminenza nei concerti, non ci si può far più niente, e così “siamo qui a confondere quello che sei dentro a quello che usi”. Detto per inciso, è una rima migliore di quelle espresse da vent’anni di brani rap dedicati ai social network. Questo anche perché tuttora Vasco (e questo i miei colleghi non amano riconoscerlo) tra una frase sconclusionata e una masticata, continua a piazzare lampi e intuizioni, oltre a prendersi un momento per gridare che ogni guerra è contro la civiltà. E non lo dice come quando viene detto in televisione – avete presente, quando appare uno che lo dice perché va detto. No, lo dice con aria genuinamente incazzata, come per dire: pure questa scemenza, mi tocca vedere, con tutto quello che ho passato, con tutto quello che abbiamo passato.

I megaschermi che propongono di continuo il suo volto in primissimo piano come quello di un Grande Fratello (o forse un Grande Zio) non permettono di dissimulare la sua età. Eppure la sensazione è che la offra come garanzia. Tanti rapper e cantautori e giovani Amici di Maria si lamentano di tutto il dolore che sono stati costretti a subire – ma la faccia di Vasco, un po’ come quella di Anna Magnani con le famose, preziose rughe cui teneva tanto, è la prova che non c’è recita, che su quella faccia sono passati tanto tormento e tanta estasi. Si vede anche, ovviamente, un po’ di sudore. A metà concerto la band propone un susseguirsi di momenti individuali per concedergli dieci minuti di pausa. Ma tutto considerato, come ama ribadire, è ancora qui. Fino a quando? Non è mica un Papa, che può ritirarsi. Chissà se ogni tanto pensa che potrebbe morire sul palco, nel suo rock show definitivo. In fondo, sembra quasi l’unico finale concepibile: più grande di quello che ha già fatto, c’è solo quello.

Però no, non può farlo. Perché poi, che ne sarebbe del suo popolo? Non è mica un dio, che può abbandonarli.

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