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Sorridere a persone a caso: i Kings of Convenience dal vivo a Milano

I maestri nell’arte del dettaglio e della nostalgia folk-pop hanno tenuto agli Arcimboldi due concerti in un solo giorno, all'ora di pranzo e di cena. Scopo: ispirare gentilezza, con un tocco di bizzarria

Erlend Øye e Eirik Glambek Bøe dei Kings of Convenience al Teatro degli Arcimboldi di Milano

Foto: Sergione Infuso/Corbis via Getty Images

Il ritorno della musica dal vivo passa anche attraverso un concerto in teatro, agli Arcimboldi di Milano, all’una di pomeriggio. «Musica per un giorno di pioggia» come dice Eirik Glambek Bøe con il suo tono gentile, di fianco ad Erlend Øye sempre perso nei suoi sorrisi e nella sua visione surreale del mondo. I Kings of Convenience hanno fatto un esperimento per tornare sul palco, due concerti in un giorno, all’ora di pranzo e di cena di «una quasi domenica» come dice Erlend nel suo italiano impeccabile imparato a Siracusa (dove vive da anni). «Per vedere se siamo in grado di farlo», dice Eirik. «Nel tempo che passa tra i due concerti potete andare a casa, ascoltare i brani del nostro nuovo disco e capire dove abbiamo sbagliato a suonare».

L’album è Peace or Love, uscito nel giugno 2021, dopo dodici anni di silenzio (l’ultimo era Declaration of Dependence del 2009 con cui erano arrivati al numero quattro in America), ma il silenzio non è mai stato un problema per i due ragazzi di Bergen, Norvegia che non hanno mai fatto nulla per farsi sentire ma sono stati ascoltati da tutti. Elvis Costello diceva che è molto facile alzare il volume della chitarra al massimo e dare l’impressione di una grande potenza: «Ma un’altra cosa è smuovere qualcosa nel pubblico usando un gesto musicale controllato, in cui tutte le dinamiche sono sotto il tuo controllo».

I Kings of Convenience sono esattamente questo, maestri nell’arte del dettaglio e della nostalgia folk-pop senza alcuna innovazione, anche dopo anni in cui hanno fatto altro, Erlend in Sicilia con le avventure italo-disco dell’album La prima estate, il side project The Whitest Boy Alive e la collaborazione assurda con la band reggae islandese Hjálmar, Eirik a Berlino a fare esperimenti di musica analogica con la band Kommodore.

La loro armonia di voci, suoni acustici e personalità non ha perso nulla della semplice bellezza che aveva nel 2001 quando intorno a loro e al loro primo album Quiet is the New Loud (c’era la mano del produttore dei Coldplay Ken Nelson) è nato addirittura un movimento, così come il loro modo minimale di stare sul palco. Due chitarre a testa, sfondo nero, due ospiti che arrivano a metà set, il loro produttore italiano Davide Bertolini al contrabbasso e il berlinese Tobias Hett alla viola.

Non ci vuole molto per far dimenticare al pubblico che mancano da un sacco di tempo: la bossanova sospesa in cui si sono rifugiati nel nuovo album, il coretto leggero di Fever e la profondità di Cayman Islands, la delicatezza di Catholic Country scritta e cantata in duetto con Leslie Feist («che non è venuta oggi qui con noi perché è troppo famosa», dice Eirik), la magia del singolone Misread che fa alzare in piedi il teatro.

Nella foto di copertina di Peace or Love i Kings of Convenience hanno ripreso il tema degli scacchi: ci giocavano già su quella di Riot on an Empty Street, l’album del 2004 con cui è scoppiato l’amore per l’Italia, dove sono rimasti in classifica per un anno. Adesso l’inquadratura è dall’alto, come se Erlend e Eirik che suonano insieme da quando avevano 16 anni nella band Skog (che in norvegese vuole dire foresta) si stessero osservando da fuori, impegnati da sempre in una lunga partita tra due declinazioni diverse dello spirito nordico: il gusto del bizzarro e l’educazione musicale, la creatività imprevedibile e la sensibilità, l’esuberanza e l’autoironia, Erlend che parla con il pubblico in italiano e Eirik che al microfono dice qualcosa a qualcuno in norvegese.

I Kings of Convenience sono surreali, innocenti, a volte sembrano quasi irreali, ma sono tornati per portare la loro visione tranquilla della musica e delle cose e per ricordarci che può essere semplice provare persino ad essere felici di nuovo insieme, come dice Erlend Øye: «Quando faccio una passeggiata in una città ogni tanto mi fermo e sorrido a una persona a caso, sperando che l’altro faccia lo stesso».

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