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Sono andato a un concerto di Lucio Corsi e ho visto Bob Dylan duettare con Gianni Rodari

Al Castello Sforzesco c’erano anche Francesco Bianconi, un gruppo glam, una lepre, una ragazza trasparente, i giocattoli di Randy Newman, Lucio Dalla e un banchetto natalizio. Che favola, che favole

Lucio Corsi non vede le cose come le vediamo noi. Guarda le conchiglie e immagina che qualcuno le abbia costruite e messe sulla spiaggia. Un treno che passa è lo spirito d’un pellerossa che risale la penisola. Con gli astronauti sulla Luna ci mette una lepre. S’affaccia durante il lockdown e non vede case, ma astronavi con sedili e interruttori e finestrini. Le sue canzoni sono piene di alieni e lui è il primo della lista.

Sale sul palco nel cortile del Castello Sforzesco di Milano con la faccia pittata di bianco e gli occhi segnati di nero. Sembra il Bob Dylan della Rolling Thunder Revue e pure, parafrasando una sua canzone, un cantante glam anni ’70 che non ce l’ha fatta perché non ha la faccia adatta. Sale sul palco e trascina tutti in un viaggio. Perché la musica, lo dice lui, è una macchina del tempo. Perché le canzoni dell’ultimo album Cosa faremo da grandi?, che verrà eseguito per intero, sono piene di riferimenti alle città italiane. E perché col quintetto che l’accompagna – Filippo Scandroglio (chitarre), Michelangelo Scandroglio (basso), Iacopo Nieri (piano), Giulio Grillo (tastiere), Marco Ronconi (batteria) – sembra ispirarsi al “sottile e selvaggio suono mercuriale” di Dylan e agli italiani che in passato hanno guardato in quella direzione, con chitarre elettriche diciamo così più robuste e glam. C’è una componente decisamente vintage e molto americana in questo concerto, più di quanto emerga dai dischi. C’è negli arrangiamenti, nelle ripetizioni dei versi che rimandano al blues, nel talking Senza titolo che sembra preso da uno dei primissimi dischi di Dylan, che a sua volta l’aveva imparato da Woody Guthrie. C’è nell’idea di fare dei bis veri, come si facevano una volta, ripetendo pezzi già suonati.

All’inizio Corsi esagera. Spinge troppo con la voce, declama le canzoni calcando la mano, rischia d’apparire sguaiato e non va bene. Poi, canzone dopo canzone migliora e trova il tono giusto per le sue favole struggenti dove s’incontrano Lucio Dalla, Gianni Rodari, Randy Newman, De Gregori. A quest’ultimo rende omaggio infilando il riff di pianoforte di Rimmel nella canzone popolare toscana Maremma amara, che chiude citando E non andar più via di Lucio Dalla, che meraviglia. Canta pure Bufalo Bill, i musicisti la reimmaginano come avrebbero fatto dei rocker anni ’70, ma il cantante onestamente non dà il suo meglio. C’è anche l’amato Randy Newman in Hai un amico in me, dalla colonna sonora di Toy Story. Corsi la fa nell’intermezzo acustico in cui è solo sul palco, alla chitarra o al piano, e declama pure poesie come Natale all’inferno in cui favoleggia di certi banchetti di festa che ha visto nel ristorante di famiglia. A un certo punto arriva Francesco Bianconi, fanno assieme benissimo Altalena Boy e a vederli dalla platea sold out, ben distanziati dagli altri beninteso, viene da fantasticare su una Rolling Thunder italiana o magari un Festival Express che giri l’Italia su un regionale pieno di chitarre e di freak, portando in giro meraviglia, proprio come stasera.

È tutta una grande fantasia, immagini sorprendenti che ti fanno venire il magone, parole semplici e a volte naïf, spesso giocose e tenere. Forse mi faccio ingannare dal trasporto col quale Corsi a volte canta, ma in quest’immaginazione sbrigliata, in questi slanci pazzi, in queste visioni strampalate sento il desiderio intenso e fanciullesco di costruire un’altra realtà, perché questa che abbiamo francamente a volte è orribile. In fondo il glam, che Corsi ha scelto per presentare le ultime canzoni, non è una grande fantasia d’evasione? Lui dice che racconta storie vere raccontando bugie. Forse sono bugie dette per sopravvivere. Sono favole struggenti che ti spingono a vedere il mondo con meraviglia e forse è esattamente quello di cui abbiamo bisogno in quest’epoca in cui è tutto prosaico e banale. Una canzone è una canzone. Per Corsi è un’astronave che parte dal letto, sfonda il soffitto e tocca il naso del cielo.

Scaletta:

Freccia Bianca
L’orologio
Trieste
Cosa faremo da grandi?
Amico vola via
Bigbuca
Onde
La ragazza trasparente

Senza titolo
La lepre
Natale all’inferno
Hai un amico in me
Rimmel / Maremma amara / E non andar più via

Il lupo
Bufalo Bill
Altalena Boy

Cosa faremo da grandi?
Trieste
Freccia Bianca

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