Il report del live di Nick Cave a Lido di Camaiore | Rolling Stone Italia
arte totale

Solenne, biblico, eterno Nick Cave

Alla Prima Estate, ieri sera, sul palco è salita una delle ultime rockstar, accompagnata dai fidati Bad Seeds. Un live in cui sia gli artisti che il pubblico hanno dato tutto: il dolore, la comicità, il corpo e la sofferenza

Nick Cave La Prima Estate

Nick Cave a La Prima Estate 2026 con I Bad Seeds

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia

È difficile raccontare un live di Nick Cave quando è la prima volta che lo si vede dal vivo: chi scrive si trova in questa posizione scomoda. Torno in bicicletta verso l’hotel con Bright Horses che esce dall’iPhone lanciato nel cestino della graziella a noleggio, ché ho le tasche bucate e poi lo perdo. Pedalo sul lungomare della Versilia, tra i quattordicenni che si fanno le cannette sulle panchine e gli stabilimenti balneari i cui nomi, letti uno dopo l’altro, sembrano l’appello di una scuola media del Ventennio.

Nick Cave and the Bad Seeds hanno appena finito di suonare a La Prima Estate, e le orecchie fischiano. Il pomeriggio è stato rovente. Una volta trovato – Dove diavolo era Ellis? – Dove Ellis ha spiegato a tutti perché è l’opening dei Geese, ed Emilíana Torrini si è presa il palco prima che gli Sleaford Mods ricordassero ai presenti come sarebbero stati gli 883 se fossero nati a Nottingham, e se avessero avuto stile.

Mezz’ora di pausa, vado in bagno, e il Lido è pieno zeppo. Fatico a trovare un angolino adiacente al palco. Arriva Warren Ellis, barba profetica, sgambata da cavallo pazzo e violino in mano. Poi entra Cave. Ed è immediatamente quello che sarà: scarica di adrenalina, sbalzo di tensione, e sensazione di incredulità. La scossa parte con Get Ready for Love e From Her to Eternity. Non c’è climax, non c’è propedeutica: si entra direttamente, si casca. E in quella piacevole caduta si ha la netta percezione di avere a che fare con qualcosa di molto più grande di quello a cui sei abituato, che hai visto fino a ora. Anche quello che poco fa ti sembrava molto valido, molto forte, viene un po’ a meno, si relativizza, e ne risulta un’entusiasmante mancanza di punti di riferimento. Cave si lancia, cammina lungo il bordo del palco e poi scende tra la folla. Si piega verso il pubblico, con un’inclinazione dello sterno parallela a quella del microfono: rivolto non a far cantare la gente, ma a innaffiarla. Cerca gli occhi, indica le persone, afferra le mani. Sembra fissarti costantemente, come certi crocifissi nelle chiese di provincia: non ti perde mai di vista, Cave, e anche se sei l’ultimo degli stronzi, ti senti sul palco con lui. Non offre allo spettatore l’illusione della vicinanza: la pretende. Vuole che tu sia lì. Non a caso – nella sua potenza febbrile – impreca ai telefoni.

Nick Cave La Prima Estate

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia

Cave a Camaiore è teatro e cerimonia senza pretesa di sacralità. La sensazione messianica è forse data dal fatto che oggi – Cave – sia la rockstar reduce. Nessuno, più, vive di quell’attitudine. Il suo live è catartico – nel senso aristotelico del termine -, non per l’aura mitologica che sprigiona, ma attraverso la sua persona: assistere al suo set significa assistere alla completa unione tra vita artistica e vita privata. In quelle due ore e passa, si sovrappongono. E questo lo rende sconvolgentemente credibile. Te lo riesci a immaginare, Niccolò, in abito, che domattina – con quello stesso outfit – va a comprare il pane: “Fucking Italy”. Non potrebbe essere altrimenti, e anche se sarebbe buffo vederlo ordinare una crocetta al forno all’angolo, non farebbe una piega. «We don’t know which fucking town we are in. We are staying in Pisa?».

La sua credibilità è totale, e nel momento in cui inizia a cantare non c’è limite tra il performer e la persona, e così diventa – nella sua irraggiungibilità – approssimabile. E c’è qualcosa di reciproco nel suo approccio: quando lo ascolti, non vuoi che smetta, ma lui – a suo modo – ha bisogno del tuo ascolto, se ne nutre, ti cerca, ti deve coinvolgere. Non so se sia empatia o combustibile, ma anche il più poderoso dei satelliti ha bisogno di un corpo che lo trattenga in orbita, e della cui luce possa risplendere. E sul palco, Cave – a discapito di gilet e cravatta – è traslucido.

Nick Cave La Prima Estate

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia

Ed è per questo che quando fa salire sulla pedana un bambino con la maglia dei Nirvana e lo abbraccia mentre canta O Children, tu ci credi ciecamente che per lui quel bambino probabilmente è Arthur, suo figlio morto a 15 anni precipitando da una scogliera. E se anche lo avrebbe voluto abbracciare un momento di più, se lo avesse fatto, poi magari non ce l’avrebbe fatta a finire il concerto. Perché dopo quel lutto, Cave si è reinventato, ha iniziato una seconda vita inciampando in avanti. Da quando ha visto sua moglie Susie seduta al tavolo della cucina ascoltando la radio, tutto è cambiato. “Oh, but the little children know”, canterà nel brano seguente.

È per questo che quando attacca Red Right Hand è sì Tommy Shelby, ma è anche Cave in bicicletta a Wangaratta, in giro fino all’ora del tè, o a casa, seduto, mentre suo padre gli legge Lolita di Nabokov, a 13 anni. O se ti ascolti Night Raid, non hai problemi a immaginarlo nella stanza 33 del Grand Hotel a New Orleans, a far l’amore con Susie e concepire i loro gemelli, con l’odore di crawfish, l’eco di Frenchmen Street a scuotere l’aria tropicale, e il Mississippi che assiste placido, sotto la pioggia.

Nick Cave La Prima Estate

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia

È per questo che nel silenzio di Joy, quando un ragazzo in prima fila ride, per un secondo lo odio con una precisione che mi spaventa. Non perché a un concerto sia vietato ridere, ma perché il suo scherno involontario – in quella nitida vulnerabilità – temo possa risultare fatale.

Cave si fa aria, si asciuga con i fazzoletti del pubblico, sputa, scatarra, si soffia il naso con le magliette dei fan, rifiuta di mettersi un cappello che gli passano perché proprio non gli piace, innaffia le prime file: «It’s so fucking hot». Sassa il microfono a terra o in aria ogni due canzoni, lo smolla alle mani in prima fila e lo recupera poco dopo. Anche Warren Ellis partecipa alla demolizione degli strumenti. Strapazza il violino, durante Joy sembra scalciare a ogni accordo, come se la musica gli attraversasse le gambe prima di raggiungere le casse, sotto lo sguardo serafico di Colin Greenwood, a cui il pubblico dedica un Tanti auguri a te (e un Palestina libera), essendo il suo compleanno. In Henry Lee, Janet Ramus prende il posto che nella versione originale apparteneva a PJ Harvey.

Nick Cave La Prima Estate

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia

Nella foga di Cave è evidente la sua devozione all’Idea, come spiega in Fede, Speranza e Carneficina all’amico Seán O’Hagan. La funzione dell’arte come mezzo di trasformazione – sia per l’artista, che per il pubblico – verso un modo migliore di essere. Nel suo caso, l’invecchiamento non è un tradimento dell’idea di sé stesso di trentacinque anni prima – i Birthday Party, il neo-decadentismo postindustriale, i rehab, l’eroina nel cielo sopra Berlino Ovest – ma il riassemblamento del proprio io. Al pieno del suo potenziale, anche se gli fanno male le ginocchia a fare un knee drop come si deve. Anche se i capelli a me, a essere sincero, mi sembrano un po’ tinti. Ma questi son dettagli, quando l’obiettivo è un comune senso di meraviglia e lo si è così palesemente in grado di raggiungere. Cave ha conquistato il diritto di essere solenne, biblico, persino predicatorio, senza risultare ridicolo. La prolissità non è un problema reale se trasudi sincerità (e se sai usare le parole).

Il live finisce con Into My Arms. Senza i Bad Seeds, solo, al pianoforte, mentre il pubblico canta. A un certo punto alza lo sguardo, affianca la luna. E di nuovo è lui, lì, sul palco, ma è anche l’uomo che scrisse quella canzone nel letto di un centro di riabilitazione, una domenica, tornando dalla messa, chissà quanti anni fa. E non ci vedo alcuna contraddizione.

Cave è l’ultima rockstar perché non lesina a offrire tutto il proprio dolore, la propria comicità, il proprio corpo stremato, la propria sopravvivenza. Mette tutto sul palco e chiede agli altri di fare lo stesso. E – da sotto – si sente.

«This is what we do», dice.
E c’è poco altro da aggiungere.

Siamo alla Prima Estate. Ma fosse stata anche l’ultima, avrei visto estati peggiori.