Siamo stati al festival Le Guess Who?, dove ricerca e diversità sono di casa | Rolling Stone Italia
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Siamo stati al festival Le Guess Who?, dove ricerca e diversità sono di casa

Una città, Utrecht, immersa nella musica. Pubblico e cast da una cinquantina di Paesi. Concerti, set elettronici, proiezioni video. Si può mettere in piedi un gran festival facendo a meno delle star

Gli svedesi Goat al festival Le Guess Who? 2022

Foto: Tim van Veen

A circa 200 passi dal mio albergo ad Utrecht c’è questa ampia chiesa gotica, Sint Janskerk, con una lunga navata centrale che amplifica il suono in maniera celestiale. È da qui che inizia il mio primo giorno a Le Guess Who? 2022, il festival di ricerca (in molti sensi) arrivato alla quindicesima edizione. Questo primo concerto è di Jeff Parker, già fra le vette del cartellone, e per evitare una probabile coda conviene arrivare con largo anticipo al portone d’ingresso. Fortuna vuole che il live precedente non sia ancora finito e che Myriam Gendron stia impegnata in una surreale esibizione per voce e chitarra acustica.

Il songwriting di Montreal arriva nuovamente a Utrecht e si affianca a una line-up in cui rock, hip hop, world music, sperimentazione ed elettronica si avvicendano su 11 palchi sparsi per la città. Nel circuito dei festival europei, un equilibro così ben congeniato per mantenere una programmazione tanto ben diffusa si incrocia solo con un supporto infrastrutturale eccezionale. In questo senso il TivoliVredenburg è un complesso architettonico di altissimo livello, che consente di mantenere in uno stesso luogo show differenti per genere musicale, tipologia di performance, necessità tecniche, accessibilità. Entrare per la prima volta al TivoliVredenburg porta a una piacevole esperienza sensoriale: quella di perdersi per le sale e le scale mobili dell’edificio, vagando per questi ambienti eleganti e colorati, diretto al concerto che hai scelto. Questa possibilità di affidarsi al flusso degli spazi fisici è speculare all’ebrezza di provare molteplici e nuove esperienze uditive.

Ecco che ascoltare Myriam Gendron dal vivo in un luogo come la Sint Janskerk è una delle possibilità che offre Le Guess Who?, aprendo poi lo spazio a una delle migliore esperienze di jazz elettrico che la scena statunitense possa offrire: quella di Jeff Parker. L’ex membro dei Tortoise ha imbastito un set in solitaria con le sue composizioni uscite per l’etichetta di Chicago International Anthem, confermando la sua esemplare capacità di interpretare il suono nero nel circuito contaminato di questi anni. Il senso di meticciato, di confronto culturale è espresso non solo con una selezione di artisti provenienti da oltre 40 Paesi differenti – spesso lontanissimi dal punto di vista espressivo – ma anche da un pubblico internazionale e sinceramente interessato alla musica. A garanzia di una visione che privilegia la collaborazione creativa, quest’anno Le Guess Who? ha scelto di amplificare le scene locali di Paesi lontani attraverso il proprio cartellone. Il foyer della sala Pandora è quindi diventato un luogo multimediale in cui ascoltare set elettronici e assistere a proiezioni video (ora tutte pubblicate sul canale YouTube del festival). Fra i performer selezionati ci sono ragazzi provenienti da Palestina, Kurdistan, Iraq, Brasile, Sudan, Messico, Egitto e India, che si confrontano con una realtà decisamente nuova.

Jeff Parker. Foto: Maarten Mooijman

Alla console del foyer, proprio nella prima serata, si è cimentata Noise Diva, produttrice e dj di base ad Amsterdam, ormai inserita nell’ambiente sonoro di quella parte di Olanda settentrionale. A colpire non è solo la tecnica precisa e naturale, ma proprio il gusto nell’incrociare hypnagogic e R&B egiziano, psichedelia e drill francese, dancehall e garage britannico. «La diversità di suoni di questo festival è impressionante», spiega la ragazza. «Molti degli spettacoli si basano su una forte componente di noise, improvvisazione e consapevolezza spaziale. Ho preparato un set noise ma ho inserito alcuni brani ambient moderni e decostruiti, paesaggi sonori di Damasco del 1970 e alcune canzoni classiche del folklore palestinese. Ho sempre cercato di far suonare i miei live o i miei set come se si fosse in ascolto della radio di un tassista in Egitto, Libano o Siria, voglio che la mia voce scompaia nel rumore di quella frequenza radiofonica morente. È questo che volevo portare a Cosmos, una rivoluzione morente».

Le Guess Who? è dunque l’occasione per accostarsi a un concetto di musica totalizzante, permettendo di passare dall’indie pop dei Notwist all’afro jazz di Idris Ackamoor & The Pyramids, dalle imberbi melodie dei giovanissimi Bar Italia al math rock degli statunitensi Horse Lords, dall’ultra noise degli GNOD alla levità di Cate Le Bon. La presenza dell’hip hop – e delle sue derivazioni – è stata accentuata per questa nuova edizione, regalando alcune delle migliori performance dell’anno con They Hate Change e soprattutto degli acceleratissimi Clipping, ma il punto di maggior deflagrazione sonora è stato decisamente quello dei Goat, la formazione svedese che continua a sperimentare una formula convincente di world beat, noise, rock ed esaltante spirito apollineo.

Clipping. Foto: Maarten Mooijman

Con un pubblico proveniente da circa 50 nazioni diverse e una città letteralmente immersa nella musica attraverso la presenza di palchi in dieci distretti, Le Guess Who? si candida come spazio ideale per la comprensione dello stato della musica internazionale. La possibilità di incrociare esperienze sonore così eterogenee e contaminate si rivela speculare allo spirito di avventura uditiva che caratterizza gli spettatori. Ed ecco che perdersi a Le Guess Who? è la migliore esperienza che oggi uno spettatore possa desiderare.