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«Siamo ancora vivi»: la grande festa dei Green Day a Firenze Rocks

Il concerto di Billie Joe e compagni davanti a 50 mila fan, un po' di 'Dookie' e un po' di 'American Idiot', è stata una celebrazione della vita. Finite le paranoie, sono tornate birre, erba e gioia di stare assieme

Foto: Elena Di Vincenzo

«È il primo gruppo che abbia mai amato» oppure «è il primo disco che abbia comprato» sono le due frasi che ricorrono maggiormente tra i 50 mila fan accorsi alla giornata inaugurale della nuova edizione del Firenze Rocks. Il gruppo sono i Green Day, mentre il disco è Dookie per alcuni e American Idiot per altri, i due album che – in momenti profondamente diversi nella carriera del trio californiano – hanno lasciato un segno su due generazioni di fan che oggi si ritrovano sotto lo stesso palco.

Come da tradizione, i Green Day accolgono il pubblico con Bohemian Rhapsody dei Queen, cantata con trasporto da tutta la Visarno Arena: è il preludio al rito collettivo che partirà di lì a breve. La prima parte del set vede protagonista American Idiot, il disco della rinascita commerciale e della ritrovata popolarità, che ha aperto le porte del punk-rock a una generazione di ascoltatori dieci anni più giovani di chi, ai tempi delle superiori, ha scoperto le chitarre distorte-ma-non-troppo di Dookie, disco protagonista della parte centrale dello show.

«Oh my God we’re finally here!», dice un emozionato Billie Joe, riferendosi al fatto che il concerto del trio californiano (che dal vivo viene rimpolpato con chitarre extra e un polistrumentista diviso fra sax e tastiera) si sarebbe dovuto tenere originariamente nel 2020, l’annus horribilis della musica e dell’interruzione della socialità. «Siamo ancora vivi», dice in italiano l’eterno ragazzino di Berkeley, scatenando un’ovazione. Sarà scontato, sarà paraculo, ma è difficile riassumere meglio di così il senso di questa giornata: si legge negli occhi di chiunque la voglia di tornare a stare insieme, i sorrisi sono copiosi, non c’è più spazio per distanziamenti e paranoie.

Impossibile stare fermi sulla marcetta di Hitchin’ a Ride, Know Your Enemy provoca l’invasione (benvoluta) da parte di un fan, diverte King For a Day col suo ottone birichino che fa il verso a Careless Whisper di George Michael. E poi c’è il trittico da paura con Basket Case, When I Come Around e Longview dove tocca mettere il freno ai ricordi, che a rimettersi le Dr. Martens è un attimo.

Weezer. Foto: Elena Di Vincenzo

Prima dei Green Day si sono esibiti Radio Days, Matteo Crea e Weezer. Il loro set si apre con le casse che sparano Jump dei Van Halen, brano che rimanda al progetto Van Weezer. Rivers Cuomo indossa una maglietta dei Metallica periodo Ride the Lightning. L’omaggio alla band attesa domenica in chiusura di festival non si limita alla t-shirt. Cuomo e i suoi eseguono nella sua interezza Enter Sandman dove trova spazio anche il riff di Buddy Holly che, come da copione, chiude il set. Cuomo, che già in passato aveva dato dimostrazione di conoscere bene la nostra lingua, deve aver fatto un corso accelerato di fiorentino: è impagabile il suo «ciao naccheri!», tipica espressione locale, ma il top lo raggiunge lanciandosi in uno spericolato «forza Viola!».

L’unica nota stonata di questa prima giornata del festival è data dal volume generale della musica, clamorosamente basso, che si attesta su livelli accettabili solo nella seconda parte dello show dei Green Day. Tutto il resto è stata una festa memorabile, con la birra che si mescola al sudore, l’odore di erba nell’aria, la coda per la piadina, le orecchie che si riempiono, la testa che si svuota. L’identità ritrovata grazie alla presenza dell’altro, del prossimo. The time of our lives, finalmente.

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