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Rolling Stones, i ragazzi irresistibili a San Siro

Ieri sera Jagger, Richards e Wood hanno mostrato come si tiene vivo il rock quando hai superato da un pezzo l'età pensionabile, «alla faccia di chi ci vuole male». Non sono ventenni che suonano rock, loro sono il rock

I Rolling Stones a San Siro

Foto: Enzo Mazzeo

Arriva sempre il momento in cui un concerto dei Rolling Stones diventa un grande concerto dei Rolling Stones. Non accade alla prima, alla seconda o alla terza canzone. Bisogna saper aspettare. Steve Jordan, che sostituisce Charlie Watts alla batteria, dice che prima devono capire come suona quel palco, come suona il pubblico. Sono un vecchio meccanismo a orologeria che ci mette un po’ per partire. Prima che succeda, possono sembrare disuniti. Quando accade, il livello d’eccitazione s’impenna.

Ieri sera a San Siro quel momento è arrivato dopo una dozzina di canzoni, quando hanno fatto Midnight Rambler, il pezzo ispirato allo strangolatore di Boston. Lì s’è capito tutto. Che vale la pena aspettare prima che succeda qualcosa di fenomenale. Che l’energia non è più quella d’una volta, ma ci si può passare sopra. Che c’è un modo per portare avanti un’eredità come la loro anche se sei azzoppato e hai inevitabilmente perso la sfrontatezza giovanile. Che non puoi avere sempre tutto, come dice la canzone, ma qualcosa di grande ogni tanto sì, se quel qualcosa, quel frammento di musica vale il repertorio di mille altri artisti.

Negli ultimi trenta e passa anni i Rolling Stones hanno contribuito alla definizione di che cos’è un concerto in uno stadio anche dal punto di vista dell’allestimento scenico. Non è questo l’aspetto cruciale di Sixty. È vero che Mick Jagger va avanti e indietro su un coloratissimo palco di 55 per 16 metri sagomato lungo le curve della lingua-logo del gruppo, con una passerella che s’estende in platea e tre grandi schermi che trasmettono grafiche (poche e poco significative per gli standard odierni) e immagini live (tante, a beneficio di chi è lontano), ma spettacolo lo fa soprattutto la musica, lo fanno loro. Gli schermi sono fondamentali in apertura, quando trasmettono vecchie immagini di Watts, omaggio asciutto e senza retorica al batterista morto dieci mesi fa. Sarà per via della sua scomparsa, dell’età che avanza, del Covid di Jagger che stava mandando tutto all’aria, del fatto che si celebrano i 60 anni d’attività, sarà per la sensazione che si stia vivendo tutti quanti la fine di un’epoca, fatto sta che lo show a San Siro è sembrato speciale anche solo per il fatto che ha avuto luogo.

Foto: Enzo Mazzeo

C’è un’immagine che non dimenticherò facilmente: Mick Jagger inginocchiato nel tondo della passerella durante Midnight Rambler e Keith Richards che s’avvicina alle sue spalle suonando un blues che sa di morte e pericolo. È stata una versione talmente blues, quella di Midnight Rambler, da contenere la citazione di Come On in My Kitchen di uno dei musicisti da cui tutto è cominciato, Robert Johnson. Non che prima non sia successo niente, tutt’altro. Partiti maluccio, anche a causa del suono impastato, gli Stones hanno recuperato mettendo nella musica certe fantastiche venature soul e con una serie di ballate con dentro qualcosa di struggente, come quando Richards fa il controcanto sfasato a Jagger in Dead Flowers e ogni cosa sembra tornare al proprio posto.

Lui e Jagger hanno messo assieme la band giusta, sul palco sono in tredici, compresi Bernard Fowler e tre coriste di cui una, Chanel Haynes, ha duettato con Jagger in una Gimme Shelter carichissima, con alle spalle le immagini e la bandiera dell’Ucraina a ricordarci che anche nel 2022 la guerra “is just a shot away”. Sono stati i musicisti a prendersi ad esempio Miss You, specialmente il bassista Darryl Jones e i sassofonisti Karl Denson e Tim Ries. Né ovviamente è mancato il repertorio: il nucleo dei pezzi che gli Stones suonano è sempre lo stesso, ma quanti altri musicisti rock al mondo possono mettere in fila sei canzoni come quelle che hanno chiuso il concerto, da Start Me Up a Satisfaction? E poi questo è il tour dei 60 anni, un po’ di greatest hits ci sta. Quando vai a vedere un gruppo come questo, non ascolti solo la band in quel momento, sei suggestionato inevitabilmente dalla storia che si porta appresso e dal tuo rapporto con quelle canzoni. Voglio dire che gli Stones non sono ventenni che suonano rock, loro sono il rock, nel senso che questa roba l’hanno inventata – partendo dal blues, è chiaro, ma questo è un altro discorso.

Quel che è mancato semmai è lo strano groove che li ha resi grandi, un po’ anche per colpa di un suono chitarristico enorme e gracchiante, a tratti quasi heavy, con la decisione dissennata di tenere la chitarra di Keith Richards sparata talmente alta da tagliare le altre frequenze, o almeno è quello che s’è sentito nella tribuna davanti al palco, secondo anello. O forse è uno stratagemma per supplire con un eccesso di volume alla mancanza di quel ritmo scattoso a cui si muoveva un tempo la loro musica, quel ballo imprevedibile fatto d’anticipi e ritardi, l’intreccio fra le chitarre e la batteria, la sinfonietta rock fatta di spasmi elettrici che ieri sera s’è sentita solo a tratti. È stato comunque un concerto memorabile, con canzoni-happening come You Can’t Always Get What You Want e un Jagger in forma, che sa ancora parlare di sesso e vita con la voce e con il corpo – ora è il Covid che ha il Long Jagger.

Il cantante ha parlato praticamente solo in italiano: «Che bello tornare qui a Milano», «questo è il nostro primo tour europeo senza Charlie e ci manca tantissimo», «che bello essere di nuovo su palco anche se è più caldo del quinto girone dell’inferno», «cinquantacinque anni fa abbiamo fatto il primo concerto in Italia, grazie di essere ancora qui con noi». Richards s’è limitato a poche parole tra cui il suo classico «alla faccia di chi ci vuole male», un’espressione imparata dall’amico Guido Toffoletti. Guardandolo ieri sera m’è venuta in mente un’altra cosa e mai avrei pensato di scriverla a proposito di uno degli Stones, gente che ha fatto e visto di tutto, che se n’è fottuta di tutto e di tutti: l’ho trovato quasi tenero. Messo da parte il mito, le leggendarie trasgressioni, il fascino del male con cui un tempo giocavano trasformandolo in età matura in suggestione fumettosa, oggi gli Stones sono adorabili furfanti ultrasettantenni, ragazzi irresistibili (nel senso di Neil Simon), spavaldi come sempre, ma più fragili.

Foto: Enzo Mazzeo

Da alcuni anni ormai i Rolling Stones sono l’avanguardia senile del rock’n’roll. Quando hanno cominciato a far dischi e andare in giro nessuno, nemmeno loro, pensava che sarebbero durati a lungo. Si credeva che quella follia sarebbe finita nel giro di pochi anni e poi tutti di nuovo a rigare dritti e fare una vita normale. E invece eccoli qua. Loro, Bob Dylan, Paul McCartney e pochi altri che ancora portano in giro spettacoli che non sono triste revival stanno mostrando come si tiene viva questa musica quando hai abbondantemente superato l’età della pensione e sai che non ti restano molti anni di vita. È un esperimento culturale che avviene sotto i nostri occhi.

Ognuno lo fa a modo suo. Bob Dylan suonando a ripetizione fino ad annullare il mito nel mestiere. Paul McCartney abbracciando il pubblico con la storia pop più larga e condivisa di sempre. Gli Stones portano avanti la loro eredità con le forze che hanno, coi riflessi che hanno, con le dita che hanno – mi riferisco all’artrite di Richards. Uscendo dallo stadio mi sono detto: forse ho assistito a una prova di resistenza, a una sfida a chi molla più tardi, fra loro e la vita. A giudicare da quel che ho visto, la morte li coglierà vivi. Che invidia.

Set list:
Street Fighting Man
19th Nervous Breakdown
Tumbling Dice
Out of Time
Dead Flowers
Wild Horses
You Can’t Always Get What You Want
Living in a Ghost Town
Honky Tonk Women
You Got the Silver (cantata da Keith Richards)
Connection (cantata da Keith Richards)
Miss You
Midnight Rambler
Start Me Up
Paint It Black
Sympathy for the Devil
Jumpin’ Jack Flash
Gimme Shelter
(I Can’t Get No) Satisfaction

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