Rkomi si fa attendere pochissimo, quasi non vedesse l’ora di salire sul palco. Alle 21.15, dopo un breve video in bianco e nero con auto e scooter, attacca Dasein Sollen. È la prima delle cinque date della residency A Milano Live al Fabrique, in programma anche 4, 11, 13 e 24 novembre: le prime quattro sono sold out. Sul palco, sopra la sua testa, pende una Panda vera capovolta, come una spada di Damocle. Richiama l’automo della copertina del nuovo EP A Milano. Lui arriva con maglia bianca sotto una t-shirt scura e collane da cui spunta un crocefisso, il look degli esordi. Ma la voce è cambiata.
Dai pezzi delle origini, nel 2016, riemergono il riferimento a Heidegger scoperto sul web, la fuga da casa con quattro cose, gli “sgrrr”, gli “sge sge” e i “gang gang” della trap, le sostanze da cui prendere le distanze, le amicizie e i codici della strada. Un rap nervoso, dalle frasi spezzate e dagli accenti irregolari, ma già aperto allora alla melodia. Su Rossetto chiede le mani in alto: davanti al palco le braccia salgono e scendono all’unisono. Gli scratch di Carica spezzano il tempo, i bassi pesanti di Crazy Crazy trasformano il Fabrique in un club surriscaldato. Rkomi attraversa il palco da solo, con la sicurezza di chi è abituato alle grandi platee e la grinta degli inizi.
Alla prima pausa partono i cori: «Mirko, Mirko». E lui: «Non pensavo di poter essere accolto in questo modo. Sono realmente onorato», risponde. Annuncia una «scarrellata dei brani che ci hanno cambiato la vita» e parte Sul serio. Nel ritornello di dieci anni fa c’era già qualcuno che desiderava la vita sognata da tutti senza sapere come affrontarla, perché non esiste una risposta per tutto. Dopo Sanremo, i dischi di platino e le collaborazioni pop, quelle parole hanno un altro peso. Per questa residency ha scelto soltanto brani da Dasein Sollen, Io in Terra, Ossigeno e A Milano, fuori tutti i successi mainstream.
Dopo 180 arriva Hakeem, con il richiamo alle case popolari e alle origini a Calvairate. «A chi ci ha ispirato», dice prima di A mezz’ora da Milano, raggiunto da Khodi. Canta: “Guardavamo le vetrine dalla metro”. È l’immagine di una città del consumo osservata da chi non poteva ancora permettersela colpisce ascoltarla oggi, poche settimane dopo le manifestazioni durante le quali altri ragazzi hanno spaccato le vetrine del centro milanese.
Ferita ha un ritornello cantato a squarciagola, mentre nell’attesissima Aeroplanini di carta inizia a dimostrare di avere ha più controllo del fiato, maggiore resistenza e una voce più duttile. Il flow conserva le sue accelerazioni imprevedibili, mentre le parti cantate sono più sicure. A un certo punto un video introduce Night Skinny, che spunta a sorpresa dalla balconata laterale. Da lì dialoga con Rkomi su Sissignore. Quando scendono, Skinny raggiunge la console sul palco e Rkomi fende l’aria con le rime di Fuck Tomorrow. È la prima volta che la esegue dal vivo: finora la considerava troppo difficile da sostenere in concerto. Stavolta, invece, arriva fino in fondo e, appena finisce, tira un lungo sospiro di sollievo e di soddisfazione. Nell’intervista di Chiara Galeazzi su Rolling aveva spiegato che proprio il lavoro sul canto pop gli aveva permesso di migliorare anche come rapper. E dal vivo è evidente come quella “palestra” gli abbia fatto acquisire strumenti ulteriori, ma senza cancellarne lo stile.
Intanto le produzioni di Night Skinny fanno convivere campionamenti, batterie hip hop e basse frequenze trap. In Brr Brr le onomatopee convivono con aperture melodiche. Pezzi recupera una scrittura più fitta e un’impronta hip hop classica. Durante Verme, mentre il caldo diventa tropicale, Rkomi lancia acqua alle prime file. Insieme a Hakeem, il brano mostra due facce del suo rap più ruvido: l’aggressività e la tensione ritmica da una parte, la memoria delle origini e delle condizioni sociali dall’altra. Fare chiasso chiude il blocco con Skinny e con Mai più cambia il clima. Seguono Vuoi una mano?, Farei un figlio, Apnea, Origami, La solitudine e Solletico: strofe dense e melodie che il pubblico conosce a memoria. Apnea mostrava già nel 2017 la sua vocazione per la forma canzone. Mai più è fra i brani che ha raccontato di avere sottovalutato, considerandoli troppo semplici. Qui lo cantano tutti. La coda di Origami diventa un coro a cappella. Durante La solitudine si guarda intorno pensieroso, ma le grida dei ragazzi che lo seguono dagli inizi gli restituiscono il sorriso. Non è solo entusiasmo per un artista famoso, sembra davvero il riconoscimento fra chi quelle canzoni le ha scritte e chi ci è cresciuto.
Rkomi ci aveva spiegato di provare imbarazzo per alcune espressioni dei primi testi, dagli intercalari di strada ai riferimenti che oggi non userebbe più. Aveva persino ammesso di aver pensato di pubblicare A Milano con un altro nome per separare le sue identità musicali, quella rap e quella pop. Ma la risposta del Fabrique suggerisce un’altra lettura: quel linguaggio adolescenziale è diventato un passe-partout per sbloccare una serie di fotografie, spezzoni di vita e ricordi tatuati sul cuore di migliaia di persone.
Con Acqua calda e limone e Madonna arriva Ernia. Il confronto fra i due riporta in primo piano un hip hop tecnico, costruito sulla precisione ritmica delle strofe e sulle differenze fra i rispettivi flow. Dopo Ossigeno e l’interludio Bimbi, Da palazzo a palazzo introduce Promessa, che insieme a Khodi sono il segno del dialogo fra la Milano rap degli esordi e quella di oggi. E nel finale torna nel quartiere. Dopo Solo arriva Calvairate California, che nel nuovo EP mette a confronto il quartiere delle difficoltà e degli amici di un tempo con la Milano del successo e del lusso. Ciliegina sulla torna, con Milano bachata compare Marracash e il Fabrique esplode.
È l’ospite a sorpresa, ma il legame viene da lontano: nel 2017 aveva curato la direzione artistica di Io in Terra, riconoscendo il talento di Rkomi. Dopo due ore chiude con Oh Mama, a sottolineare la determinazione ostinata dei primi testi. Le hit della stagione mainstream, da Taxi Driver alle canzoni sanremesi, sono rimaste fuori dalla scaletta e nessuno ne ha sentito la mancanza, almeno ieri sera. Se quel giro di giostra nel pop è servito a restituirci un rapper ancora migliore, allora il gioco è valso davvero la candela.















