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Rihanna a San Siro, ovvero della gestione delle aspettative

Una tempesta prima del concerto non aiuta, soprattutto lo spirito del pubblico, ma RiRi è riuscita a risollevare gli animi solo a metà con un concerto un po' troppo rapido e minimale

Rihanna durante l'Anti World Tour. Foto LiveNation

Rihanna durante l'Anti World Tour. Foto Live Nation

Ci sono poche cose che possono far “scendere la catena” come aver preso i biglietti per un concerto a San Siro con enorme anticipo, attendere la data con trepidazione, pensare che luglio sia un mese caldo e soleggiato e invece affrontare la tempesta a neanche un’ora e mezza dall’inizio del concerto. «The most fucked up weather» l’ha chiamato Rihanna sul palco, quando a metà del live ha preso una pausa per ringraziare i fan che l’hanno aspettata sotto la pioggia circa un’ora in più rispetto l’orario d’inizio previsto – anche il live di Big Sean in apertura è iniziato mezz’ora in ritardo, e l’attesa tra l’uno e l’altro è aumentata deduciamo per un problema con il montaggio del ponte sospeso che RiRi usa nella prima parte dell’ANTI tour. Ma che ci vuoi fare: Rihanna è venuta l’ultima volta in Italia nel 2011 con il Diamonds Tour, e per chi l’ha vista allora valeva la pena beccarsi tutta la pioggia che è scesa, mentre per i moltissimi che non l’avevano mai vista live l’occasione era imperdibile. Sembrava tutto perdonabile.

Quella frase pronunciata da Rihanna è una delle poche che rivolge al pubblico durante tutto il live. Rihanna ha il suo set da fare, e lo deve fare in fretta, e il fatto che San Siro a mezzanotte debba chiudere forse c’entra con la scelta di tagliare un paio di brani rispetto al set di Torino – non proprio due pezzi minori, FourFiveSeconds e Kiss It Better – ma la struttura del concerto è chiaramente fatta per durare poco, esplicitamente una catena di montaggio. Una specie di megamix lungo un’ora e mezza di brani tenuto in piedi a stento, sia per la scelta dei pezzi – molte tracce dell’ultimo album il pubblico non le canta – che per la voce di Rihanna che non c’è, anche se quella non c’è mai stata granché. Metteteci pure un impianto scenografico che non ha regalato tantissimo: pochi ballerini, quattro cambi d’abito nello stile minimale che le piace ultimamente, pochi effetti e un palco spoglio. Un concerto del genere poteva reggere se era presente almeno uno di questi elementi: una cantante con una voce che tenesse alto lo spirito dei fan, oppure una selezione di canzoni forti che avrebbe trasformato il tutto in una sorta di “Concerto a Las Vegas”, ma non è il caso di farlo se hai 28 anni. Anche nel 2011 Rihanna non aveva voce, ma sarà merito della dimensione ridotta del Forum di Assago se ha potuto darsi da fare di più con le scenografie, oppure dell’essere all’apice della fase “pop”, o che era nella fase sporcacciona ed era tutto un toccarsi e toccare il pubblico (nel senso vero, una fan se l’è limonata sul palco), ma quella volta era stato un concerto pazzesco. Questa volta, insomma.

I momenti migliori sono l’esibizione lisergica di Same Ol’ Mistake, le coreografie in stile voguing nella sezione “pompo nelle casse” con i successi da dancefloor (che sospetto sia la parte preferita dal pubblico europeo). Momento peggiore, ma forse sono di parte, la versione di We Found Love (in mash-up con How Deep is Your Love di Calvin Harris) cantata una tonalità più bassa, smorzandola completamente – sono di parte perché quello era stato l’apice del concerto del 2011, in cui tutti siamo diventati dei tamarri commossi. Ma forse il problema sono state proprio le aspettative, oppure eravamo tutti stremati dalla pioggia. Una cosa è certa: le è andata di culo passare per Milano prima di Beyoncé.

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