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I-Days, giorno 1: il salto mortale nostalgico di Richard, Liam e Brandon

Impeccabile l'ex frontman dei Verve, granitico quello degli Oasis, qualche pecca per l'eterno giovane alla guida dei Killers.

Prima lezione impartita dall’apertura degli I-Days 2018: la reazione delle rockstar britanniche difronte alle temperature marziane che ieri attanagliavano l’Area Expo – con conseguenti spogliarelli del pubblico – è pressoché traducibile con un ‘nun te temo’, condito da tutta l’arroganza possibile. I vitelloni d’oro del britpop non ci pensano nemmeno a spogliarsi della propria iconicità né tantomeno dei relativi costumi di scena, figurarsi poi davanti al pubblico italiano, popolo eletto del rock inglese anni ’90, fiero di un’appropriazione culturale ancora ostentata nonostante siano ormai passati vent’anni, perché basta pochissimo al testosterone fieramente esibito per tramutare un piemontese in un perfetto hooligan del Manchester City.

I cancelli non sono neanche aperti che già scorrono in abbondanza fiumi di birra, protagonista incontrastata della prima parte della serata, perché c’è bisogno di carburante per trasformare Rho in Burnage o per arrendersi alla nostalgia canaglia. Si parte con sua maestà Richard Ashcroft, sul palco in acustico e bardato di una giacca glitterata su cui riverberano i raggi solari: la sfida con il caldo d’inizio estate è inaugurata dall’ex frontman dei Verve. Alcuni brani della carriera solista – C’mon People (We’re Making It Now), They Don’t Own Me e A Song for the Lovers – fanno da controparte a una serie di staffilate con cui Richard rimette indietro le lancette: Sonnet, Weeping Willow e Space and Time aprono, la trinità Lucky Man, The Drugs Don’t Work e Bitter Sweet Symphony concludono la lectio magistralis di Ashcroft, impeccabile fino alla fine nonostante la temperatura, decisamente più ‘accademico’ dell’irriducibile uligano che da lì a poco salirà sul palco.

Foto di Francesco Pivetti

Stone Roses in sottofondo, qualche spiritato già chiude gli occhi sgolando le parole di Ian Brown e imbracciando una Stratocaster immaginaria, altrove un manipolo di sudatissimi inizia a immedesimarsi, bullizandosi l’uno con l’altro mentre le mani sono già dietro la schiena, là dove devono stare con annesso mento al cielo. C’è già chi sfoggia un maccheronico mancuniano mentre fa il suo ingresso trionfale Liam Ghallagher, accompagnato dall’immancabile Fuckin’ In the Bushes, perché se Noel usa la strumentale Fort Knox come stratagemma per avvicinarsi e insieme discostarsi dagli Oasis, Our Kid se ne frega. Il primo che vuol tornare indietro nel tempo è proprio lui, anche a costo di prendere a testate gli orologi.

Il copione è lo stesso del 1996, occhiale scuro e camminata dinoccolata con al posto della Delorean il riff di Rock ‘n’ Roll Star. Domanda ricorrente che accompagna ogni performance dell’ex bad boy, “Liam come stava?”, alla grandissima. La voce è la lama di rasoio dell’era che fu, consolidata dall’età e da una condotta necessariamente lontana dai tempi in cui Our Kid si vantava di coltivare le corde vocali tra Cigarettes & Alcohol. La psicosi collettiva degenera con Morning Glory, seguita dai quattro brani più forti della nuova vita solista, Greedy Soul, Wall of Glass, Bold e For What It’s Worth , con tanto di scivolone sull’attacco, accolto con un’ovazione.

Foto di Francesco Pivetti

«C’è qualche fan degli Oasis?», chiede Liam accennando un sorriso. Una manciata di ragazzi in prima fila si propone, «Non voi, siete troppo giovani, voglio qualche vecchio fan degli Oasis, perché le canzoni che sto per fare sono davvero vecchie». Gallagher Jr. vuole la sua gente, gli invasati della prima ora – All my people right here, right now, D’you know what I mean?, griderà in faccia ai suoi adepti, concludendo la lezione di storia inaugurata con Bring It on Down e Listen Up. I’ve All I Need, You Better Run per l’ultimo sprazzo di 2018, preso poi a schiaffoni dalla glorificazione finale: Whatever, Supersonic, Some Might Say, Live Forever e Wonderwall.

Il K-way giallo con cui Liam si è presentato sul palco è ormai inondato di sudore –”Mi avevano detto che a Milano sarebbe piovuto e di portare un ombrello”, ci scherza su Our Kid – il volto degli invasati pure, con qualche lacrimuccia finale e qualche intrepido che tenta di ricalcare i controcanti con cui Noel impreziosiva la voce non sempre impeccabile del fratellino. L’omelia è finita e i gallagheriani radicali possono andare a smaltire la sbornia sul prato, ora è tempo delle sfavillanti luci di Las Vegas mentre le prime file diventano affare del gentil sesso, accorso ad ammirare il frontman dei Killers.

Foto di Francesco Pivetti

Voci di corridoio assicurano l’esistenza di un dipinto, nascosto fra i corridoi di qualche casinò del Nevada, che in questo istante sta invecchiando al posto di Brandon Flowers; è probabile. Il sorriso rubacuori è lo stesso di sempre e fa un po’ strano vederlo circondato da musicisti che sembrano presi in prestito dagli Slayer – menzione speciale per il nerborutissimo bassista Jake Blanton. Sarà forse per l’imbarazzo di spegnere 37 candeline dal vivo o dell’Happy Birthday con cui il batterista Ronnie Vannucci Jr festeggia il cantante, certificando quindi l’inevitabilità della clessidra anche per un belloccio come Flowers, fatto sta che la voce di Brandon a volte vacilla. Il concerto sul palco, tuttavia, è degno del miglior show Made In Usa: si parte con The Man, seguita a ruota da Somebody Told Me e un 32 denti di Flowers che spezza il cuore anche ai suddetti maschioni venuti esclusivamente per Liam.

Trentasette primavere non sono proprio uno scherzo per un performer soprattutto se, come Flowers, al canto si unisce il ballo, la corsa, i salti da una spia all’altra e le pose plastiche con il basso in mano sciorinate per For Reasons Unknown. La scuola di Amici sarebbe sua, ma Brandon ha abituato il suo pubblico a grandi prove ed è per questo che gli scivoloni di Smile Like You Mean It o Runaways sono subito perdonati. Human, Read My Mind, il coro mastodontico di All These Things That I’ve Done, lo spettacolo pirotecnico su When You Were Young costellano una scaletta che troverà il suo culmine nell’inevitabile finale con Mr. Brightside.

L’edizione 2018 del festival si apre con uno tsunami nostalgico, vero leitmotiv di quest’anno con una lineup che include Pearl Jam, Noel Gallagher, Placebo, Queens Of The Stone Age e Offspring: una ricetta non propriamente all’ultima moda ma dal successo assicurato. E bastano i ‘Soooo Sally can’t wait…’ che accompagnano il pubblico all’uscita per capire subito perché.

Scaletta Richard Ashcroft:

On Your Own
Sonnet
Weeping Willow
Space and Time
C’mon People (We’re Making It Now)
They Don’t Own Me
A Song for the Lovers
Lucky Man
The Drugs Don’t Work
Bitter Sweet Symphony

Scaletta Liam Gallagher:

Rock ‘n’ Roll Star
Morning Glory
Greedy Soul
Wall of Glass
Bold
For What It’s Worth
Bring It on Down
Listen Up
D’You Know What I Mean?
I’ve All I Need
You Better Run
Whatever
Supersonic
Some Might Say
Live Forever
Wonderwall

Scaletta Killers:

The Man
Somebody Told Me
Spaceman
The Way It Was
Shot at the Night
Run for Cover
Smile Like You Mean It
For Reasons Unknown
Human
Tyson vs. Douglas
A Dustland Fairytale
Runaways
Read My Mind
All These Things That I’ve Done
The Calling
When We Were Young
Mr. Brightside

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