Primavera Sound 2026, la cura dopo la tempesta | Rolling Stone Italia
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Primavera Sound 2026, la cura dopo la tempesta

Quasi tre ore di concerto, senza pause o inceppi, un capolavoro dietro l'altro, la band di Robert Smith ha preso il festival e lo ha fatto suo. Dopo il nubifragio che ha annegato primo giorno, si ritorna sulle spalle dei giganti

Primavera Sound 2026, la cura dopo la tempesta

Foto di Eric Pamies Garcia

La quiete dopo la tempesta, in questo caso, il Primavera Sound che torna sulle sue gambe, come se niente fosse. Quando si pensa a un festival, l’aspettativa è chiara. Il primo giorno (solitamente) è l’acuto di tromba iniziale, poi arriva il momento in cui l’orchestra prende il ritmo e accompagna il pubblico, il terzo (o il finale) è per forza fuochi d’artificio. Il secondo, dicevamo, è quello solitamente un po’ più stanco. Quello che da il ritmo ma senza stravolgere. Solitamente il giorno più prevedibile, o almeno, così si dice. Quest’anno il primo è purtroppo andato, tra raffiche di vento e pioggia, mentre il secondo è tornato ad essere il Primavera Sound. Ma nella sua massima espressione.

Nessun intoppo, tutto viaggia regolare, liscio sulle spalle dei giganti, a guardarci da lassù, «seguiteci, non vi preoccupate». Primavera può contare su fuori classe, fondamenta della line up 2026. Ieri era piuttosto chiaro, c’erano mosche bianche (seppure fuoriclasse come Addison Rae o Skrillex), ma la lineup tutta era un segno che portava dritto al nome più importante di questa edizione, The Cure.

Quasi 3 ore di concerto, per un festival è una rarità. A Robert Smith e soci sono state date le chiavi del Parc del Fòrum, sapevano che farsene. Come abbiamo detto e ridetto, la tipicità di un festival è mescolare pubblici diversi, tra un cambio palco e un altro: nella serata di giovedì ad esempio, il pubblico dei Massive Attack avrebbe incrociato la via con quello di Doja Cat, ma difficilmente sarebbero rimasti accanto per un concerto intero.

Ieri, invece, il festival procedeva all’unisono. Il pubblico di Addison Rae, esibitasi su uno dei main subito prima dei Cure, era rimasto sotto i palchi. L’atmosfera da ora o ma più, la spunta da segnare sulla lista degli artisti visti live (in parole povere, la fomo), tutto un traino enorme, per le migliaia di persone che continuavano a riversarsi nell’area dei palchi principali. Alcuni, appunto, erano lì quasi disinteressati, come fossero al museo per dare un occhiata ai dinosauri e poi tornarsene verso gli altri stage. Eppure Robert Smith e soci hanno portato in scena una lectio magistralis, “Come essere leggende, e farlo alla grande”.

Un live immenso, senza pause, senza che la voce accusasse la fatica o il caldo. Semplicemente perfetto. A Forest, Picture Of You, Lullaby, Friday I’m Love, Boys Don’t Cry, un’infilata di pezzi giganteschi, e ancora, e ancora. La maestà era chiara, non c’era dubbio. Sopra non si può andare, lo spazio è già occupato.

Il resto del venerdì al Parc del Fòrum girava attorno a quel concerto, qualunque artista, qualunque suono, i Cure erano il perno della lineup, probabilmente del festival intero. La dimostrazione del mestiere dell’artista portata su un palco, spoglia e immediata seppur costruita su un giro di basso. Slowdive, Ethel Cain, Rilo Kiley, Einstürzende Neubauten, i Viagra Boys e il pogo delle 3 del mattino, Underground Resistance e la storia di Detroit. Il venerdì del festival Catalano è stato formidabile, eppur tutto si è mosso attorno alla stella polare, a quelle tre ore su cui era fondato il resto. «Thank you Barcelona, let’s hope to see you soon», ha detto Smith al microfono in chiusura, per la prima volta in tutto il concerto con una voce leggera, che raccontava gli anni. Il festival ha risposto, la stella polare rimane una sola, da lì non si muoverà.