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Primavera Pro, un’ottima idea a cui serve una marcia in più

È una costola preziosa del Primavera Sound fatta di talk, workshop e concerti, ma non ancora stata completamente valorizzata. Manca poco: un po' di hype e magari qualche nome importante che sappia ravvivare una certa pigrizia del music industry oltre le birrette (gratis)

Foto: Sergio Albert

«Alla fine questo è un posto perfetto per fare da quartier generale diurno, prima di tuffarsi nella notte del festival. Stai qua, bevi le birrette, incontri anche amici, vedi qualche band magari pure interessante che mai avresti visto di tuo. E poi sei in pieno centro, la Boqueria è dietro l’angolo!»: un amico veteranissimo del Primavera Sound, parlando con noi, non ha dubbi. Per lui la cellula Pro del festival è la cosa giusta al posto giusto. Il fatto di non essere al periferico Parc del Fòrum – sede principale del tutto per tre giorni – ma incastonato invece negli spazi del CCCB (per i nostalgici e i professionisti da festival: la vecchia sede della parte diurna del Sónar) è effettivamente una bella roba. Come dargli torto?

Ma non sta tutto qui. Non è solo questione di essere a dieci minuti a piedi dal pesce crudo freschissimo alla Boqueria. E l’impressione è che le potenzialità della parte Pro non siano ancora state completamente capite (o pienamente sfruttate). Qualcuno dice che in realtà qualche anno fa il Pro era meglio, l’appuntamento era più partecipato, poi da un po’ di tempo a questa parte c’è stata un po’ di disaffezione ed un po’ di pigrizia: fosse vero è comunque paradossale, perché invece in tutto il resto del mondo – a partire dall’Italia – gli appuntamenti in cui gli addetti ai lavori si trovano non solo per parlare fra loro e scambiarsi gli indirizzi su dove si mangia meglio in città ma invece pure per viversi workshop, panel, sessioni di networking sono in netto aumento, qualitativo e quantitativo.

Forse bisognerebbe iniziare a trattare anche questa parta “parlata” e “pensata” del Primavera come si fa per le line up musicali: individuare degli headliner, puntare su di loro. Dei panelist e speaker famosi urbi et orbi. Poi lo zoccolo duro verrà sempre per le cose minori (il vero appassionato die hard del Primavera Sound si emoziona di più per l’eterna immancabilità degli Shellac che per Kendrick Lamar o i Depeche Mode in coma al cartellone), ma un revamp di interesse potrebbe arrivare da questa strategia più cinica e pop.

Non che i panel siano andati deserti quest’anno, sia chiaro: c’erano sempre tra la trenta e le cinquanta persone ad ascoltare i vari incontri: non è poco in realtà, ma è anche la stessa cifra che abbiamo visto fare un paio di settimane fa alla Sicily Music Conference e, con tutto l’amore per quest’ultima, il paragone in fatto di rilevanza, attrattività e nome non s’inizia nemmeno. Insomma: si potrebbe fare meglio. Si potrebbe fare meglio forse anche a selezionare le band che salgono sul palco a getto continuo, dal mattino alle sei del pomeriggio: qualità discontinua, e poi magari pure artisti interessanti – come un neozelandese con un interessante pop semi-acustico – fanno scelte un po’ così, tipo l’arrivare sul palco senza band, senza niente, senza nulla, solo la base pre-registrata in sottofondo e lui che canta (…ancora ancora può rientrare nella liturgia hip hop, ma in quella invece rock è proprio un grande no).

Anche qui: siamo convinto basterebbe un nome consistente al giorno per caricare d’interesse tutto il resto, moltiplicando le presenze dalle attuali cinquanta-cento-duecento a giro ad almeno il doppio (con ricaduta poi inevitabile e positiva pure sui panel e workshop nella sale circostanti del CCCB che si svolgono nello stesso lasso di tempo). Ormai la gente è sempre più un po’ “piatta” nelle scelte: la devi catturare con un nome grosso, famoso e consolidato, per poi spingerla a fruire anche tutto il resto. E per quanto riguarda gli addetti ai lavori, beh: loro si spingono dove ci sono le birrette gratis (ok: c’erano) e dove hai sentore si concentri la rilevanza “politica”, più ancora che per i contenuti in sé. E la rilevanza “politica” è comunque una cosa che si crea anche con un hype generico attorno all’evento in sé, triste ma vero. Serve sia percepito essere “figo” l’esserci.

Facciamo questo discorso proprio per amore verso una costola del Primavera Sound che troviamo incredibilmente preziosa: proprio perché il festival catalano è riuscito negli anni, con una crescita attentissima ed il lavoro duro, a diventare uno dei festival più rilevanti al mondo (tant’è che ora può permettersi pure di andare in giro per il mondo in franchising e/o con vari spin off: non più solo Porto, ora anche America Latina con varie tappe, e fidatevi che già da tempo stanno pensando se e come sbarcare in Italia…), sapere che tramite la declinazione Pro possa fare da motore, aggregatore e catalizzatore di nuove idee e nuove pratiche dentro l’industria musicale è fondamentale.

Questa edizione del Pro ci ha lasciato comunque un messaggio strano, che a molti potrebbe non piacere ma che è effettivamente una reale fotografia del mondo attuale: le storie sociali più interessanti attorno alla musica, oggi, arrivano dall’elettronica, dal clubbing e dall’hip hop. E non dal rock. Già. Il momento più bello ed emozionante fra i vari workshop è stato infatti quando si è parlato del Bassiani, club di Tbilisi che in Georgia è diventato vera e propria “patria” di chi vuole vivere nel presente: di chi cioè non si rassegna ad una cultura vecchia e ad una società stantia, tanto bloccata quanto omofoba, tanto conservatrice nei gusti estetici quanto violenta nel disdegnare il pluralismo e la voglia di mettersi in contatto ed in sincronia col mondo. Non sono parole: una volta minacciato il Bassiani di chiusura con tanto di irruzione della polizia a bloccare e sequestrare tutto, sono scese in piazza a Tbilisi decine di migliaia di persone a protestare, persone di ogni età ed attitudine, non solo quattro sciamannati che vogliono la techno e le pasticche. Una storia incredibile, un sincretismo fra politica e techno, fra movimento popolari di ogni età e club culture che ha eguali forse solo nell’Inghilterra anni ’90 dei rave e delle proteste contro il Criminal Justice Act.

Anche i temi più urgenti ed attuali – la lotta contro ogni discriminazione di genere e di sexual harassment – sembrano avere oggi più attenzione e capacità di “messa a terra” nel mondo del club che in quello dei concerti. Magari anche solo perché i club sono attualmente l’esperienza più edonista e liberatoria (nel bene, sì, ma occhio: anche nel male); sta di fatto che il terreno di confronto e di scontro sui grandi cambiamenti sociali ed antropologici non sembra più il rock. Così come non sembra più il rock la musica che indaga, racconta e rappresenta la strada e le esperienze più autentiche, le fasce sociali meno abbienti, quelle più ruspanti (un tempo si diceva working class, oggi chissà…), quelle più giovani d’anagrafe e di irruenza. Gli anni ’60 e ’70 sono ormai improvvisamente lontani anni luce.

Il Primavera Pro 2023, con le sue scelte a livello di argomenti e di panelist, ha fotografato tutto questo: ed è un punto interessante assai, sapendo quanto le radici del Primavera Sound stiano nell’indie e nel rock. Così come ha fotografato – per entrare più sul tecnico – l’autentico Sacro Graal del futuro prossimo venturo, il web3, quello insomma non più basato solo sulla forza devastate ed imbattibile dei social network e di quel Moloch che gli inglesi chiamano MAGMA (Microsoft, Amazon, Google, Meta, Apple) ma capace, invece, di decentralizzarsi, di dare a ciascuno un reale controllo sulla distribuzione dei propri contenuti ed anche sulla possibilità di generare fatturati. Una rivoluzione che è andata a braccetto, a livello di comunicazione, con quella degli NFT: ma come è stato detto a chiare lettere in un panel molto interessante, gli NFT e le criptovalute nel 2023 hanno clamorosamente rotto i coglioni. Hanno preso infatti ad essere usati (o anche solo evocati) da tutti in modo dozzinale ed indiscriminato, ed oggi più che un’aura di modernità rischiano di darti un’aura da sfigato. Solo che non è il caso di buttare il bambino con l’acqua sporca, questo il punto: combinati alla crescita di una infrastruttura come il web3, gli NFT e le criptovalute possono comunque essere un grimaldello – non l’unico – per sfuggire alla ganasce dei grandi giganti dell’economia e della comunicazione. Si tratta solo di capire meglio come usarli, quando usarli, perché usarli.

Che poi è proprio quello che si potrebbe dire per la sezione Pro del Primavera. C’è, il Pro, ed è splendido che ci sia; è davvero meritorio che il team del festival dedichi tempo, risorse ed attenzione ad una costola di questo tipo. Può farlo però meglio, può valorizzare di più questo investimento. La location c’è, l’industry presente a Barcellona in quei giorni certo non manca e gli artisti ovviamente neppure, così come non mancano i semplici appassionati che comunque sono curiosi di vivere durante il giorno una esperienza ulteriore e decentralizzata rispetto al festival vero e proprio al Parc del Fòrum. Manca purtroppo un po’ di hype, quello che – giocato intelligentemente e senza sputtanarsi – ha trasformato un festival per qualche migliaia di persone in un gigante capace di muovere cifre, folle ed interessi impensabili.

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