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Perché Montreux è sempre il festival più autorevole d’Europa

Dall'incendio che diede titolo a 'Smoke on the Water' all'apparizione a sorpresa di Prince, storia del festival che da 53 anni fa comunicare universi musicali apparentemente irraggiungibili

Foto: Lionel Flusin per Montreux Jazz Festival

Se per sfuggire al giugno più caldo degli ultimi 100 anni siete tentati dalla soluzione finale, cioè la fuga clandestina verso la fresca Confederazione Svizzera, allora siete capitati nel weekend giusto. Inizia oggi infatti il Montreux Jazz Festival, uno dei festival più antichi e prestigiosi d’Europa, che quest’anno festeggia la 53esima edizione.

Ora, sappiamo che per i non iniziati è difficile leggere “festival jazz” e non pensare alla solita esibizione muscolare di scale, accordi e melodie incomprensibili. Ma se esiste un posto capace di spazzare via tutti i pregiudizi sul genere e la sua presunta autoreferenzialità, quel posto è Montreux.

Attraverso il jazz, con la scusa del jazz, Montreux è sempre riuscito a far comunicare universi musicali che sembravano irraggiungibili. È così dal 1967, dalla prima edizione del festival, quando sul palco c’erano sia Keith Jarrett, Bill Evans e Jack DeJohnette che i Weather Report e i Soft Machine. Per ogni Charles Mingus c’è sempre stato un James Brown, per un Art Blakey un Elvis Costello e così via. Il cartellone di Montreux è sempre stato incubatore di incontri sorprendenti, come se la storia della musica dovesse necessariamente far tappa sulle rive del lago Lemano.

Alcuni esempi: nel 1971 Zdenek Spicka, un giovane fan di Frank Zappa, decide di festeggiare l’assolo di Don Preston in King Kong sparando un razzo segnaletico nel soffitto del Casinò, causando un incendio che distruggerà l’intera struttura e ispirerà il testo di Smoke on the Water dei Deep Purple, ospiti in un hotel del lago per registrare un album. Mac DeMarco riporterà il classico del rock a Montreux nel 2016, una versione “zen” di otto minuti suonata indossando solo le mutande. ù

Nel 1976 vengono pubblicati 100 album registrati durante il festival, tra cui Black and Blue dei Rolling Stones. Nel 1977 il festival si apre alle sonorità del free jazz e della musica indiana e sudafricana: una serie di concerti lunga 23 giorni che comprenderà la leggendaria jam session diretta da Count Basie. L’elenco potrebbe continuare all’infinito, fino al nuovo millennio: nel 2010 Prince, a Montreux come semplice spettatore, sale a sorpresa sul palco per suonare con Janelle Monáe, nel 2016 James Blake e Bon Iver presentano I Need a Forest Fire, nel 2017 Lauryn Hill omaggia Nina Simone con Feeling Good e così via. Che sia una delle jam session “ufficiali” organizzate dal festival, un workshop o un semplice incontro dietro le quinte, da queste parti succede sempre qualcosa.

Se tutta questa storia non dovesse bastare, sappiate che la 53esima edizione di Montreux ospiterà tre tour d’addio: Elton John, Anita Baker e Joan Baez. Per il resto, sui 12 palchi del festival (di cui 6 completamente gratuiti), ce n’è davvero per tutti: le regine del pop (Janet Jackson, Lauryn Hill e Janelle Monàe), le leggende del passato (Sting e Slash) e del presente (Thom Yorke, Bon Iver, Cat Power), i professori del jazz (Chick Corea, Bobby McFerrin, Chilly Gonzaleselton, Billy Cobham), la “nuova scuola” (Kamaal Williams, Snarky Puppy) e gli innovatori del pop (James Blake, Loyle Carner, FKJ, Apparat). Poi dj set in piscina, dj set in terrazza, dj set nei club, due jazz trains, un’infinità di workshop e jam session.

Anche quest’anno, insomma, gli ingredienti sono di prima qualità. Non importa se la vostra è una fuga dal caldo o dai soliti nomi dei festival italiani; se passate da Montreux, tenete gli occhi aperti e le mani lontane dai razzi segnaletici. Potrebbe succedere qualsiasi cosa.

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