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Oje Core ‘e chistu Core Festival

Fra degli Articolo 31 indistruttibili, un Salmo figlio del nu metal e dei Maneskin che ti fanno passare 'My Sharona' come un loro pezzo, non c'è dubbio che quello dell'ex Home Festival (che ora sta a Venezia) sia stato un weekend paranormale

Articolo 31. Foto di Davide Carrer

La nuova edizione dell’oramai storico Home Festival si concede un amabile prequel che indossa, almeno nella programmazione e nella location, un sobrio vestito in stile classico. In attesa di vedere come il nuovo Home Venice verrà allestito a luglio in quel di Venezia, al ribattezzato Core Festival di Treviso resta l’aspetto a cui ci si era abituati: quello dell’ex-Dogana.

Del resto, inanellando negli anni una sua piccola costellazione di eventi, avvenimenti, bagliori, ovviamente concerti e variegati ricordi che hanno lasciato segno sia in città che nella testa delle migliaia di persone, rivoluzionarlo in tutto sarebbe stato sciocco e forse controproducente. Già si è fatta non poca fatica a chiamarlo con il suo nome (la cui pronuncia ha dato vita a infiniti dibattiti), piuttosto che “Home”. Il primo appuntamento del Core, numero che di per sé mette una certa agitazione, si è contraddistinto non solo per l’ecletticità delle performance, ma anche per una serie di piccoli apprezzabili cambiamenti (chiamiamoli) tecnici. Niente più fiches da acquistare per pagare dentro l’area concerti, che farà pure molto festival europeo ma elude qualsiasi parsimonia (specie alla quarta birra della giornata). La linearità di esporre e pagare i prezzi reali, coniugata alla possibilità di usare le carte, è di sicuro una scelta encomiabile.

I palchi sono diminuiti drasticamente ma si è preferito favorire gli spettacoli all’aperto; così, tolte le schiumate al Circus Stage, si è potuto gioire della vicinanza delle amiche zanzare e delle vispe cicale. Perso per poco Bruno Bellissimo, ce ne resta il ricordo dell’anno scorso, troviamo in forma i ragazzi de La Scimmia, sempre più alt-rock che indie-rock. Abbiamo modo di vedere Myss Keta in un contesto altro rispetto a quello dei club. Lei e la sua crew sanno il fatto loro e il risultato dance-porno sembra coinvolgere i più scettici. Volendo trovare un difetto della auto-proclamatasi Diva Definitiva è la sostanziale monotonia della performace, al netto di droga, Bertè, cinismo, alcol, sushi, Milano e Peaches e accentuata della sua solita maschera(ta) che ne fissa l’immagine nei primi minuti e la lascia immobile per i restanti. I Pinguini Tattici Nucleari sono l’opposto dei La Scimmia, non a caso suonano sul main-stage con uno sfondo rubato probabilmente al grafico dei Coldplay. Il pubblico sembra divertirsi un casino e loro anche di più. Allora ecco che ci ricordano un altro gruppo “indie” dal nome lunghissimo che un tempo si divertì parecchio: il Management del Dolore Post-Operatorio. Ora sono passati in sordina, speriamo che i Pinguini non facciano la stessa fine. Neanche hanno finito che parte dei presenti si è spostata da Ghemon.

Maneskin. Foto di Davide Carrer

Il palco black-minimal è di sicuro un pregio, così come la piccola band che porta con sé. Resta che la recente svolta me lo rende sempre di più vicino a una versione discount di Neffa. Qualcuno, credo più giovane di me, l’ha già chiamato “conscious rap”; sarà certamente così ma, quando senti certe rime e le confronti con quelle di Nato il Primo Aprile, viene voglia di essere più inconsapevoli che al mondo c’è (stato) di meglio. Pochi passi più in là, con certo successo, si esibisce Auroro Borealo, rock demenziale che alla fine strappa qualche risata per come auspicabile dal genere. Quando arriva Calcutta, ci si accorge in un nano secondo che l’unico indie nel raggio di un miglio è lui. Vestito ancora come al Circolo degli Artisti di Roma, quando i buttafuori, non credendolo un musicista, non volevano farlo entrare in backstage per prendere la chitarra, ora ha davanti migliaia di fan (con molta probabilità) ignari di chi sia indie e chi no. E dietro un maxi-schermo che ricorda persino il celebre “occhio” dei Pink Floyd e quattro coriste con le lettere C-O-R-O su le maglie – roba che credo manco Pezzali. Segue una scaletta consolidata che soddisfa tutte le voglie di karaoke possibili ma è quando, per Cosa Mi Manchi a Fare, lo schermo si spegne e le luci si acquietano che si capisce che se hai una buona canzone tutte le sovrastrutture non servono. Quando riprende lo spettacolo, i colori, le luci e la festa dei telefonini, sembra essere nel mezzo di un grande, surreale e tratti grottesco greatest hits calcuttiano – e non è detto che corrisponda al Best Of.

Il secondo giorno di festival, anche se a tratti l’età media dà l’idea di trovarsi in un liceo nei 20 minuti di ricreazione, raggiunge il suo spannung. Migliaia di ragazzi girano come trottole nell’area concerti occupando tutti gli spazi possibili. Oggi il Core non è solo un festival estivo ma per molti una vera esperienza di vita. Durante l’esibizione di Luché due ragazzine si girano quella che ci pare essere la prima sigaretta della vita: dieci minuti per rollarla e un secondo per bruciarne mezza con l’accendino. Visione tanto tenera da vedere che stride un po’ con il “Potere” oramai raggiunto sul palco dal rapper: tanto credibile e convincente da meritare a conti fatti una posizione più alta della time-line. Magari al posto di quel Ketama 126 che sembra essere molto fumo e mai arrosto. Monotono e monotematico più che lineare. C’è una sua barra che dice “Lei mi crede carino / Ma non sa che faccio schifo” cosa che ce lo rende tre volte più simpatico: non è da tutti fare autocritica.

Quando sale sul palco Gemitaiz è già riunito il pubblico delle grandi occasioni e tra i presenti inizia a sbucare anche qualche culo noto a dimostrazione, se mai ne occorresse un’altra, che questa è la serata in cui essere presenti è un must. Lui dal canto suo dimostra di meritarsi tutta questa attenzione con tutta la sua brutale onestà e sporadica ironia. La scaletta è abbastanza pregna dei brani tratti dal suo ultimo album con qualche chicca che non guasta mai. Ma quel che manda la folla in visibilio è qualità altissima di presenza sul palco: lo stile, la capacità di tenere a bada un così vasto pubblico e il talento di quello che in fondo resta l’unico protagonista al netto di un Madman a fianco. Non ha ancora finito l’ultimo brano che già c’è chi urla “Achille!” a squarciagola sotto il tendone del Second Stage.

Achille Lauro passa per trapper, suona da rocker e a tratti è persino più punk di gente con la maglia dei Sex Pistols. Si presenta con Boss Doms e band al seguito vestito da cowboy lascivo manco fosse uscito dal video di Personal Jesus dei Depeche Mode, si concede una cover di Lucio Battisti manco fosse in prima serata su Raiuno e ringrazia alla fine di ogni canzone manco fosse Johnny Cash a San Quintino, eppure, fidatevi di uno con la maglia dei Bad Brains, può fare tutto ciò senza sembrare una macchietta. A differenza di molta gente vista sopra e sotto al palco durante questa edizione del Core, Achille gioca con i rimandi ma alla fine sogghigna sotto un’ineluttabile verità: Achille Lauro è soltanto Achille Lauro. Non puoi fare finta di trovarlo altrove. Unica ingenuità (sua o di chi per lui) una C’est La Vie in chiusura, quando gran parte della ciurma si è spostata al mainstage o a sentire l’ultimo scorcio dell’esibizione di Sxrrowland (che, pur avendo 1/10 delle sue views, raggruppa qualche centinaio di persone con un set teso e in battaglia): buca così un sing along che immaginiamo sarebbe stato memorabile. Piccola ombra in un’ora tra le più coinvolgenti.

Salmo. Foto di Natasha Torres

Salmo parte a bomba con 90MIN ed è il delirio. Migliaia di cellulari accesi e puntati sul palco in un batter d’occhio si trasformano in in un saltare in massa che neanche a un concerto dei Limp Bizkit. Ecco, ora l’ho detto e non posso più tornare indietro. Sarà una questione di knowledge ma 2h di live di Salmo per uno che non è nato nel 2003 e abbia una memoria storica antecedente all’altro ieri suonano nuove ma pure antiche. Ha una voce nitida e potente, una scansione magistrale, una tenuta ritmica impeccabile e soprattutto un gran senso del brano come entità a sé ma poi lo mette dentro una nebulosa di déjà-vu (Eminem come se non ci fosse un domani ma anche i RATM; i Cor Veleno ma anche i Linea 77; gli Heltah Skeltah ma pure i Korn) che ne esci alla fine e non sai bene se hai sentito un brano di adesso o di vent’anni fa. È un problema? Forse no, infatti è facile anche credere che questa sia la formula vincente dei suoi osannatissimi dischi e, fino a prova contraria, si fa musica per (dare) piacere agli altri — se no si chiama masturbazione.

Se il primo è stato il giorno degli universitari e il secondo il giorno dei liceali, non stupisce che la platea del terzo giorno di festival sembra uscita dalle scuole medie. “Quando uno presenta un brano il pubblico fa casino! Perché state fermi?” domanda Emis Killa dal palco, “Perché questo è il mio primo concerto e non so come si fa!” immaginiamo potrebbe essere la risposta di buona parte del pubblico là sotto ma ce la teniamo per noi. Lui continua di questo passo, tra un concerto rap 2.0 e un supplemento di Cioè in cui il nostro disquisisce col suo pubblico di prime cotte, del primo fidanzatino e di solitudini da cameretta. Contento lui. Dietro campeggia la scritta Supereroe, come da titolo del nuovo disco, ma quando attacca Cocaina davanti a un pubblico di minori (non) accompagnati dai genitori in testa ci viene facile sostituirla con ben altri epiteti.

Due esibizioni interlocutorie anticipano i chiacchieratissimi Maneskin. Quando entrano in scena, al mio fianco l’età media è scesa alle scuole elementari. I quattro giocano subito su questa cosa dell’essere odiati senza giusta causa con una intro che proietta tutto quel odio da social per poi specificare che di tutte critiche c’è quella di non avere loro canzoni ma solo cover: “Oggi state sentendo tutto il nostro disco!”, replica smargiasso David. Ok, Damiano, devi capire però che il punto non sono il numero delle cover, e neanche presentare My Sharona come “un pezzo nuovo” quando My Sharona l’hanno scritta i The Knack quarant’anni fa, il punto è rendersi conto che il bordello che fa la gente con le cover non si replica con i propri brani. Sarebbe facile dire poi che prima di dimenarsi come uno spogliarellista Axl Rose si è assicurato di avere alle spalle una trentina di canzoni inaffondabili o usare Il Ballo della Vita due volte fa più jingle in una trasmissione della Carrà che rock and roll, ma mi limiterò a dire che per ora lo spettacolo c’è e può anche andare, adesso aspettiamo le canzoni. Possibilmente prima che ti venga la pancia.

Luché. Foto di Stephanie Federico

Infine, se qualche genitore sta leggendo: mettere i tappi alle orecchie ai bambini durante un concerto rock fa parte di quelle cosette a cui se non ci pensano mamma e papà il pargolo rischia di rimanerci sordo con imbarazzante facilità a 10 anni e diventare sordi sentendo di una Marlena che non torna a casa mentre il freddo là si fa sentire mi pare alquanto una cazzata. Finiscono i Maneskin e c’è già il mondo per J-Ax e gli Articolo 31. Il pubblico, dopo un intero pomeriggio atipico, sembra riassumere l’aspetto del pubblico di un concerto. C’è di tutto: punk con la cresta, bikers con la barba, metallari capelloni, universitari fuori sede e cannabinoidi, fan sfegatati e acquisti dell’ultima ora, insomma quel che ci si aspetta di vedere normalmente a un concerto.

Quando esce Ax il primo confronto che ci viene in mente è con Ozzy Osbourne: se ne sta lì, con i suoi anni, ciondolando per il palco, con una voce che aggraziata non è mai stata, eppure trasuda storia (e mestiere) da tutti i pori. Piacciano o no le sue scelte presenti, passate e future, è lui (parte del)la famosa vecchia scuola hip hop italiana. E si vede, oltre che sentirsi. Mentre suona, si fa fare un murales personalizzato a fondo palco e nessuno si stupirebbe se qualcuno si mettesse a fare breakdance. Non si è fermato, certo, Alessandro Aleotti da Milano ma la sessione ritmica più stilosa e metronomica del festival dimostrano che puoi anche mettere il chitarrista mancato degli LA Guns davanti ma sei rimasto fedele al bum cha.

Rispetto. Come quello che merita pure un DJ Jad carico a molla questa sera, nell’intermezzo/tributo agli Articolo. Jad è uno di quelli che, fosse per lui, sul palco ci morirebbe. È il suo habitat naturale e la farebbe prendere bene anche a un bibliotecario maoista da quanto sembra ancora un ventenne. Non vogliamo metterci a sindacare sulla spontaneità o meno di questo ritorno ma ci piace pensare che il ciondolare stanco sia stato dovuto agli anni di Ax e non alla forzatura della cosa. Jad lascia il palco e Ostia Lido chiude tutto. A quanto pare, è già tormentone. E pazienza se suona come altri venti tormentoni, ai miti si può perdonare tutto.

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