Non dite che in Italia non ci sono festival europei se non siete stati al Poplar Utopia | Rolling Stone Italia
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Non dite che in Italia non ci sono festival europei se non siete stati al Poplar Utopia

Pensiero internazionale e azione locale: ovvero grande line up (dagli Angine de Poitrine a Iosonouncane) e birre a 4 euro. Quando l'impegno di portare vita e cultura diventa realtà, a Rovereto. Il report

Non dite che in Italia non ci sono festival europei se non siete stati al Poplar Utopia

Poplar Utopia

Foto: Clauda Cosi

Mentre Giulio mi accompagnava a Rovereto, i rintocchi della Campana dei Caduti che hanno chiuso il Poplar Utopia mi stavano ancora risuonando nelle orecchie. Su in cima, in anfiteatro, una campana di 22 tonnellate e mezzo sulla vallata, che anche se c’era un vento della madonna non si era mossa nemmeno di un centimetro. Io la fissavo – la campana – mentre volavano i pass, i cappelli, i bicchieri. Mentre Alberto Ferrari – prima – si infervorava per le raffiche, e Iosonouncane – dopo – cantava di maestrale e scirocco mentre resisteva alle correnti alpine. Io la fissavo, e lei non si era mossa nemmeno di un dito. Giulio era stato il mio runner in queste 48 ore al Poplar, e mi stava riportando giù ora che era finito. Poi forse lui tornava a Milano, o forse no, che domani ha un progetto in facoltà da finire. Perché lui – come gli altri 350 volontari che rendono possibile il festival – hanno vite e lavori normali. E nel tempo libero mettono in piedi questa cosa qui. Beh, mentre mi accompagnava a casa, questi rintocchi proprio mi risuonavano, e cercavo di rievocare la trama di Per chi suona la campana di Hemingway, un po’ per fare il brillante con Giulio, un po’ perché così magari – se capivo per chi suonava – mi liberavo di quell’eco dalla testa e riuscivo a dormire. Non mi ricordavo nulla di quel libro, tant’è che poi ho pensato che forse non l’avevo manco mai letto in realtà. Quindi, arrivato in camera, mi sono messo a cercare. In realtà quel titolo così iconico Hemingway l’aveva rubato a John Donne, proprio nel paragrafo in cui si dice che una campana – quando suona per qualcuno – in realtà suona per tutti. Perché nessun uomo – diceva Donne – è un’isola. E lì ho realizzato che il Poplar è vero, forse non è un’isola, ma se fosse un’isola, sarebbe l’isola di utopia. Non quella di Tommaso Moro – non un “non-luogo” – ma un eu-topos – un buon luogo.

Il Poplar Utopia esiste, eccome, e ti rimbomba nell’anticamera del cervello come quel timpano gigantesco che ha suonato per tutti alla fine della tre giorni. È quel festival che ti fa dire: è possibile fare dei festival internazionali in Italia, è possibile farlo con dei prezzi dei biglietti stracciati, con le birre a 4 euro e i panini a 5, con pochi compromessi, e senza sponsor altisonanti. È possibile farlo partendo per gioco 9 anni fa, dalla rappresentanza studentesca, con l’ambizione di dare un po’ di vitalità culturale a una città – Trento – che sentivano poco viva. Da una giornata di festival one shot nel 2017 – un evento aggregativo, manifestazione di esistenza – a due appuntamenti annuali – a settembre il Poplar Festival a Trento, a cavallo tra maggio e giugno lo spin-off a Rovereto.

Alberto Ferrari. Foto: Agnese Carbone

Il Poplar Utopia, che spazia tra musica, talk, arte e happening, quest’anno ha aperto le porte sabato 30, all’interno degli spazi del MART, il Museo di arte moderna e contemporanea di Rovereto con artisti come Marlon Magnée, Model/Actriz e Fcukers. È lì che arrivo domenica pomeriggio, un po’ accaldato, compro una bottiglia d’acqua e la maschera del museo mi ricorda che siamo in un museo quindi, se voglio entrare, la devo finire. Io voglio entrare perché stanno suonando i Tare. C’è fila per l’ingresso in questo parallelepipedo chiamato la Capsula, al secondo piano della struttura. Mi infilo e c’è un bambino in spalla al padre con le cuffione, una parete proiettata con videogiochi che si alternano, e un quartetto hard jazz. I Tare fanno i gamer, un po’ Calibro 35, un po’ dub e groove storto, con sovracuti di sax. Gli occhiali del batterista sfidano le leggi della fisica rimanendo inspiegabilmente attaccati alla punta del naso, per quanto la sua faccia sia ormai parallela alle pelli del rullante. Dietro di loro, due samurai fanno la lotta. Game over, e attraverso il pianerottolo: di là c’è un’altra coda nella frenesia delle maschere che si ritrovano un migliaio di under 40 che girano per le sale: sono felici e spaesate – cosa sta succedendo? Sta partendo una visita guidata di Cult of Magic, collettivo di sperimentazione artistica, che con la voce narrante di Pierpaolo Capovilla ci accompagna tra le sale della Collezione Permanente del MART, tra futurismo, culi, ed estetiche (e classi) dominanti. Non faccio in tempo a finirlo perché di là, dove prima c’erano i Tare, e dove io ripasso a questo punto salutando le maschere ormai rassegnate all’invasione giovanile, è iniziato Iosonoinvisibile. Il live drawing del Complesso Polar è un’indagine visiva e sonora sull’identità, in cui i tratti spasmodici di Stefano Pedro Porro sono ripresi in camera e proiettati sulle quinte – campiture scure – mentre Matteo Cicolin e Luciano Rovetta (già batteria e chitarra dei Tanz Akademie) musicano questa piccola odissea dell’io. Il pennello è bacchetta d’orchestra, dirige l’improvvisazione, tra fogli che si strappano e mani che si tingono di vernice, fino alla decostruzione della personalità.

C’è musica dentro, ma soprattutto fuori. Sotto il cupolone del MART, Pantheon laico e contemporaneo di vetro e acciaio, un enorme cappello di 40 metri di diametro, hanno aperto le danze. Sta finendo di suonare Glomarì, con il suo folk d’autore, tra teatro canzone e mitologia animale. A lei seguono i GO!YA!, progetto inedito e improvvisante di N.A.I.P e Giulia Formica. Non si capisce bene cosa facciano, ma l’energia inizia a salire: si dimenano, pestano come forsennati, e come spesso accade quando il talento di N.A.I.P è su un palcoscenico, ho la netta sensazione che lui – quel talento – non sappia mai bene come incanalarlo, e alla fine ho sempre la mezza impressione che la si mandi in caciara un po’ troppo in fretta. E un po’ mi spiace. Poi però mi faccio un panino alla luganega e mi passa (finalmente ho capito cos’è una luganega), e scopro che nell’area food c’è un altro palco: l’Eden, piazzato tra due sculture che io definirei brutaliste, ma chissà. Soundsystem e line up di dj, un nutrito gruppo di persone – noto parecchi piedi scalzi – e alle 20 siamo già in odore di club, in pieno centro a Rovereto, e mi piace proprio.

Sotto la cupola intanto è arrivata la liturgia mediterranea de La Niña, che porta il suo live magistralmente, alzando definitivamente l’asticella per il set più sentito della giornata. All’isola di Poplar Utopia sono approdati gli Angine de Poitrine, e il livello di hype è talmente alto che mi sento quasi a disagio. Mi rendo improvvisamente conto che metà della gente è vestita o ha il volto pitturato a pois. La ressa si accalca e mentre queste due figure di cartapesta si scambiano frasi meccaniche, le persone alzano le mani al cielo unisone per indicare il triangolo – un po’ Pyramid di The Office, un po’ vulva – connotato settario degli adepti della compagine canadese. Dal fondo dell’ingresso del MART mi accorgo che c’è una folla in strada che si guarda il concerto da dietro le transenne. Non c’è via di fuga: sono accerchiato. Ormai sono dentro, mi faccio il live e ne esco adepto: le sette funzionano (qui se volete leggere la recensione del concerto degli Angine). Fanno un gran set i Petti di Pollo, ed è bello veder arrivare il math rock anche a una parte di pubblico verosimilmente nuova al genere. Ora che la fomo Angine de Poitrine si è esaurita, la nottata del Day 2 del Poplar Utopia può finire con le danze mediorientali del dj set degli Acid Arab mettendo d’accordo tutti, massoni inclusi, e il cupolone diventa un suk futurista fino a chiusura.

Angine de Poitrine. Foto: Rosario Multari

Mi sveglio tardi lunedì, e mi sembra sia domenica. Ma domani (che ormai è oggi) è il 2 giugno, quindi mi pare un po’ anche sabato. Il calendario è ufficialmente crollato, poco importa: oggi pomeriggio chiude il Poplar, e verso le 5 salgo al Colle di Miravalle. Attorno all’enorme campana – simbolo di pace dopo la Grande Guerra, fusa col bronzo dei cannoni della stessa – si sviluppa un anfiteatro sul ciglio della valle. Ennio Morricone ci ha dedicato il brano Jerusalem a quella campana che ogni sera alle 21:30 fa risuonare 100 rintocchi nella valle. Nel 2020 Manu Chao ci ha suonato, in quell’anfiteatro, per un Concerto della pace. Poplar finisce qui la sua utopia, chiudendo l’1 giugno al tramonto, con la coppia Alberto Ferrari e Iosonouncane, all’esordio del suo tour in solo. Per chi, come chi scrive, è cresciuto a Verdena e La macarena su Roma, è un’accoppiata irreale, e i set rispettano le aspettative utopiche.

Ma il Poplar è così, l’abbiamo detto. È la prova vivente che l’utopia non è per forza un non-luogo: se impari a farle, le cose, poi succedono. È la vittoria del do it yourself e del learning by doing. Poplar è diventato adulto, e ora guarda oltre l’Italia: si cresce, e cambiano i modelli. Ora ha tonalità del Way Out West e del Roskilde Festival. O almeno è lì che guarda. Con la volontà/condanna di fare sempre meglio. Non solo per il pubblico – che c’è, si fida, è educato e fidelizzato, va lì alla cieca: quello che c’è, sarà interessante. Sempre meglio perché a chi ci mette testa, mani e tempo, gli piace fare le cose sempre un po’ meglio. Un’ambizione interna auto-incentivante, che poi si vede nel risultato che è totale: dalla gestione tecnica, alla sicurezza, dall’amministrazione, al mangiare, dalla produzione, alla comunicazione. Tutto totalmente internalizzato, per poter mantenere il Poplar, popolare. Tenersi vivi, e continuare a fare cose nuove. Ora che l’università è finita, e tutti stanno diventando grandi, la sfida sarà farlo diventare un lavoro vero.

Iosonouncane chiude il set con Finestre di dolore di De Gregori, la folla si è radunata attorno alla campana. Chiude l’ultimo accordo, e la mastodontica bronzea inizia a rintoccare. Fino a 100. Poi si smonta, si festeggia, e si inizia a pensare a settembre. Rimandati, e felici.