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Non c’è niente come Open Sound Festival

Prefiggendosi la mission di unire suoni del passato con quelli del futuro, il festival di Matera ha mostrato il lato più interessante della terra lucana dimostrando le vie infinite della musica

«Secondo me ogni opera vera, profonda parte dal nulla, dal vuoto» dice Yuval Avital seduto su un muretto che, manco a dirlo, si affaccia sul vuoto. Un tempo, la struttura faceva parte di un convento di monache di clausura arroccato sullo strapiombo della gravina di Matera. Oggi, invece, è stato convertito in un hotel. E da hotel, dal 28 agosto al primo settembre, è stato riadattato ulteriormente in quartier generale dell’Open Sound Festival, evento che appunto aveva il compositore israeliano come curatore artistico.

«Devi partire da una condizione per cui la tua mente è una pagina bianca. Poi questa pagina deve diventare un contenitore che comincia a raccogliere idee, raccogliere e non chiudere niente. Interiorizzi suoni, immagini, storie, volti, anche cose quasi trasparenti, metafisica di cui è intriso ogni territorio, specie questo» continua Yuval col perfetto italiano di chi vive a Milano da anni e a Milano ha messo su famiglia. Ma per quanto il mondo sia già abituato alle sue opere a metà fra installazioni sonore titaniche e veri e propri studi etnografici, stavolta Yuval si è trovato di fronte alla più grande sfida artistica e forse personale di sempre: #Urla.

Mai finora Yuval si era sognato di dare vita a un’opera così monumentale, che richiedesse un anno e mezzo di studio (e preparazione) e un dispiegamento di risorse, strumenti e musicisti tanto imponente. Sulla carta #Urla è stata un’opera sonora dispiegata lungo le vie dei Sassi di Matera, consumata nel giorno finale per fare da apice del festival, ma nella pratica è stato un tripudio di zampogne, campanacci, arbresche, maschere carnevalesche sonorizzate, chitarre, percussioni e bande che neanche gli stessi materani avevano mai visto in un giorno solo. Stavolta, è come se le singole manifestazioni tradizionali di Tito, Satriano, Accettura, San Mauro Forte, Tricarico o San Costantino Albanese si fossero ritrovate in una zona franca, nello stesso istante. Ecco perché, alla luce di questo, la prima domanda che abbiamo posto a Yuval seduto sul famoso muretto è stata: da dove si parte per mettere in piedi un’opera simile? In ogni caso, se #Urla è stata il culmine è anche perché vuole fare da summa alla mission che sta dietro Open Sound, cioè di unire linguaggi musicali e strumenti antichi di millenni con forme, stili e apparecchiature di oggi, e magari pure di domani. Suoni dal Paleofuturo.

Ma se c’è stato un apice, significa che il festival ha vissuto un crescendo. Tralasciando i giorni di riscaldamento di mercoledì e giovedì, dove ci si è concentrati sull’inaugurazione delle installazioni sonore delle Stanze di #Urla alle Monacelle e del Tailor Shop di Levi’s in cui personalizzare i propri capi in denim, i momenti salienti per cui ricordare OSF sono concentrati nella Cava Del Sole, posticino surreale a 5 minuti da Matera ricavato da una vera cava. Risultato: un’acustica mai sentita finora in un posto all’aperto. Comunque, fra questi highlight citiamo il live mozzafiato di Douglas Dare (davvero mozzafiato, voce di un altro pianeta), il DJ set dei soliti ma infallibili Nu Guinea, l’esibizione tarantolata dei tamburi di Agotrance, il piano di Dardust, i beat pazzi e sghemi di Clap! Clap! e il set da vero digger di Paolo Baldini Dubfiles.

«Antonio Infantino aveva concepito queste cose già nel 1975» racconta Agostino “Agotrance” Cortese sul suo mentore, uno che il paleofuturo l’aveva già immaginato negli anni Settanta. «Nel 1975 chiamò a raccolta alcuni ragazzi di Tricarico per farli partecipare al suo disco. Fra loro c’ero anche io. Definì nel titolo l’intento: Antonio Infantino e il gruppo di Tricarico, Tarantolati, che appunto era il titolo del disco.» Quanto agli altri luminari radunati a Matera sotto il segno del paleofuturo, le loro testimonianze sono state raccolte nei video qui sopra e sotto, registrati approfittando della capatina al Tailor Shop di Levi’s.

Ci eravamo esposti già un mese fa dicendo che Open Sound, ancora prima di iniziare, si preannunciava già come unico nel marasma dei festival estivi. Oggi lo possiamo dire con certezza.

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