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No, non abbiamo dimenticato Carmen Consoli

Il concerto all-star di ieri all'Arena per i 25 anni di carriera ci ha ricordato che un certo modo di fare musica non passa mai di moda, ma è, sia detto senza nostalgia, un piccolo tesoro novecentesco

Carmen Consoli all'Arena di Verona

Foto: Luigi Rizzo

Abbiamo la memoria troppo corta, dimentichiamo con una facilità che, non appena qualcosa ce ne fa rendere conto, ci rivela in tutta la nostra cieca ossessione per il contemporaneo prima che per la qualità e il gusto. In questo senso, da tempo, ho una sensazione plasmata in forme di certezza dai fatti dell’hype musicale nostrano, e cioè che tutto quello che ha attraversato la musica rock e d’autore italiana negli anni ’90 sia finito in una forma di limbo abitato da color che son sospesi, nella percezione dei più giovani addetti ai lavori, dei conoscitori dell’ultima ondata e pure degli attenti, tra la nostalgia e il dimenticatoio, in uno spazio piuttosto polveroso, lasciato in un angolo a vedersela coi fasti perduti del passato più che col futuro.

Pure nel boom del ritorno d’autore nella nostra canzone che ha attraversato i primi vent’anni del nuovo millennio in maniera crescente, anzi esponenziale, fatto di scuderie di cantautori romani da una parte, siciliani dall’altra – e a Bologna e a Milano, chi l’avrebbe mai detto, più che altro chansonnier fuorisede – è tutto un riferimento agli anni ’60, ’70, ’80, da Endrigo a Califano, da Venditti e segreti a Vado al massimo, ma degli anni ’90, forse per naturale contrarietà cronologica di chi sta a un passo da, fino a Fulminacci, quasi neanche l’ombra.

Anche per questa ragione, ieri sera, all’Arena di Verona, festeggiare in 6000 persone con Carmen Consoli e i suoi ospiti-amici i primi 25 anni di carriera, è stato come fare un lungo e radicale viaggio nel tempo, per certi versi più tortuoso di quello che ci avrebbe condotti da un Luigi Tenco a scelta, un viaggio in cui chi, come la sottoscritta, aveva poco più di 10 anni ai tempi in cui Marina Rei intasava la programmazione radiofonica delle belle stagioni e Consoli cantava di confusione e felicità, ha coinciso con l’inevitabile inabissarsi in un passato fatto di testi da mandare a memoria pescando agilmente da una forma di inconscio musicale acquisito, ritrovandosi a non aver scordato neppure una pausa, un passaggio, un frammento di brani che parevano starsene parcheggiati da qualche parte, ingustamente disattivati nel presente.

C’è poco da crucciarsi, in alcuni casi quel parcheggio è sacro, è d’oro, sta lì per essere abitato dal magma caldo di ciò che è stata la nostra formazione, da tutta la materia incandescente del nostro incontro con l’arte, con la bellezza, con forme espressive e di piacere nuove che, una volta scoperte, aprono le porte verso altro ancora. Eppure ieri sera, Carmen Consoli e i suoi, hanno dimostrato che lì di polvere non ce n’è, e che semmai, perdendo di vista, si finisce col perdere l’attenzione nell’udito, e dunque ecco riapparire sul palco dell’Arena un modo di concepire il fare musica che oggi appare d’altri tempi a nostro svantaggio e, nell’attitudine generale, un po’ perduto. Come suonano, anzitutto, tutte queste donne e questi uomini, come si relazionano profondamente con il loro strumento, con la loro voce e, insieme, con il loro mestiere, come mettono cura pure nel fare del sarcasmo, dell’ironia, come si prendono a cuore la faccenda dell’essere su un palco, senza mai abbassare la guardia e il livello, il tutto con un senso della parola, dei registri linguistici, con un senso del verso più che della didascalia e forse, viene da pensare, di Word più che di Instagram, della sostanza da sottoporre al pubblico più che dei cambi d’abito, e quanto, in definitiva e senza fare qui inutile spreco delle risorse della nostalgia, fa semplicemente bene tutta questa cura a chi ascolta musica, a chi lavora con la musica, a chi ha iniziato a fare musica un decennio dopo e si è trovato a dover fare i conti con le visualizzazioni di una fotografia più che con i dischi venduti, perché i dischi, nel frattempo, da queste parti, neppure si vendono più.

Foto: Luigi Rizzo

Un’aria di purezza novecentesca, ecco cosa soffiava ieri a Verona, con Mario Venuti a cantare Mai come ieri e il pubblico a scoprire come mai prima tutto il valore di un testo simile che pure si travestì a suo tempo da hit radiofonica, e poi Consoli nell’immaginaria ricostruzione del Locale di Vicolo del Fico nella capitale con Marina Rei – straordinaria percussionista e batterista che c’è da domandarsi perché non lo si ripeta, non la si celebri a dovere o quantomeno non la si faccia suonare ininterrottamente e tutto quel che insomma si fa coi Rondanini (giustamente) osannatissimi – Max Gazzè e Daniele Silvestri, o ancora maestra di cerimonie sempre in bianco, angelicata dalle luci di un palco con orchestra che, facendo, non ha bisogno di strafare, con le regine Nada e Tosca, o con la crew siciliana composta da Levante, Colapesce & Dimartino, e ancora con un Samuele Bersani che ci sarebbe da prenderlo e portarlo via dove forse si può proteggere il tesoro. Una compattezza, una presenza, lo snocciolarsi di discografie riuscite che non nacquero mainstream ma seppero diventarlo anche grazie agli ultimi grandi colpi in canna di una discografia economicamente e artisticamente presente a sé stessa e ai propri artisti, di un sistema funzionante che a noi, oggi, pare avere la forma di un Eldorado, dell’Iperuranio.

Al di là del pensiero al sistema in cui tutti questi artisti gravitavano e che andavano essi stessi a sostanziare, viene da pensare che questa mancanza di orpelli, sovrastrutture, necessità di spettacolarizzare la sostanza, di inabissarsi nelle interaction dei profili social prima che nelle orecchie di chi ascolta, questa presenza artistica prima che mondana che si coglie tutta anche in quest’evento, dimostri come alla fine, l’ossessione indie dei primi ’00, che è finita poi con lo sfaldarsi nella necessità di sopravvivenza di chi di musica vorebbe campare per davvero, abbia creato come B side negativa, troppe ghettizzazioni, divisioni, abbia depotenziato più che rafforzato, individualizzato i percorsi artistici anziché irrobustirli nell’incontro e nello scambio (anche per questo l’incontro di Colapesce & Dimartino è forte e costituisce un cambio di rotta generale esemplare e vincente nello spostamento dalla nicchia al grande pubblico).

Foto: Luigi Rizzo

Non stupisce che a muovere e a spalancare finestre tenute troppo a lungo socchiuse sia proprio Carmen Consoli, emblematica in modo quasi proverbiale in termini di forza e di intransigenza artistica oltre ogni costo possibile, una che ha fatto della raffinatezza una carta eternamente vincente, e questo che i numeri la ricompensassero o meno, una che non ha fatto del femminismo una parolina con cui raggiungere i grandi numeri del consenso ma un perno centrale, e profondissimo, pervarsivo, dell’intera sua discografia, una che ha scritto di donne che cantano sì di uomini spaventati, inermi o vermi, ma specialmente di donne che si rispettano o tentano disperatamente e apertamente di farlo, donne che hanno fallito, che affrontano colpi bassi, si difendonono, piangono, si sollevano. Una che con le parole di burro tanto inebrianti quanto scivolose dei narcisisti ha scritto una hit capace di rispedire a casa tutti prima che sul narcisismo ci scrivessero saggi da collana varia e ci strutturassero intorno i talk show, e che di relazioni tossiche ha raccontato davvero quando era ancora consentito scrivere di relazioni disfunzionali senza fare abuso di questo termine. E poi l’erotismo, presentissimo, raccontato con la matita appuntita, il plettro in picchiata netta, che a 12 anni cantavamo: “triste, annoiata e asciutta” ma quell’asciutto non sapevamo cosa fosse, quanto preciso e affilato.

Un esempio di rigore artistico nella sostanza e nella forma (perché la forma è sostanza, quando si fa sul serio), esteso ieri sera ad amici e compagni di viaggio, 25 anni di storia musicale non solo di Carmen Consoli, che esce con un disco insieme votato all’autobiografia e al racconto della contemporaneità il prossimo 24 settembre (Volevo fare la rockstar), ma di un gruppo di artisti apripista, rigorosi anche quando non lo sono stati, che cantavano dei sandinisti, dell’Asinara, come d’amori primi e ultimi, baci non dati e amori pensati e infilavano flamenchi, rap e drum’n’bass nella canzone italiana e il grunge nel pop che ancora sappiamo a memoria da cima a fondo.

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