Home Musica Live

Nick Cave all’Alexandra Palace è un principe che esorcizza il dolore

Abbiamo visto in anteprima ‘Idiot Prayer’, l’esibizione per voce e pianoforte che sarà in streaming a pagamento il 23 luglio. Più che un concerto, è un'esperienza solenne che per quasi due ore tiene lontana ogni bruttura

Nick Cave

Un fotogramma di 'Idiot Prayer'

Dicono che il tempo sia la cura migliore, che tutto e tutti siamo destinati a essere attraversati, sconfitti, maneggiati, a tratti guariti da quell’inevitabile flusso di stati su cui non abbiamo alcun potere. Ma non è così. C’è un stadio, uno strato visibile a pochi, un qualcosa di sospeso che non può essere definito tempo. Qui, all’Alexandra Palace, qualcosa di sublime viene immortalato. C’è un quadro che è un intreccio perfetto di suoni e immagini, per cui non raggiungibile da tutti, qualcosa che appare fermo: la musica. La musica ha questo potere, può rendere il tempo immobile, può renderlo tuo, privato, può renderti lontano dal mondo nonostante il mondo abbia gli occhi puntati su di te.

Durante la pandemia, Nick Cave è stato uno dei pochi grandi nomi a defilarsi dallo streaming da casa, a spiegare che era necessario il silenzio e una sorta di ritiro. Uno dei pochi a riprendersi il ruolo da uomo prima che da artista. Così è stato lontano dai fan e un po’ dal mondo, alla ricerca di risposte nell’arte. Risposte che si è dato in giugno, registrando un concerto all’Alexandra Palace di Londra, da solo, come vuole il titolo: Idiot Prayer: Nick Cave Alone at Alexandra Palace. Lui, il pianoforte, la sala vuota. Un’ora e mezza di qualcosa che non si può definire concerto e non per l’assenza del pubblico, ma perché quello di cui parliamo, e che sarà visibile in streaming a pagamento solo il 23 luglio (biglietti in vendita su Dice a questo link), è un’esperienza al di fuori dal tempo.

Nick Cave appare con le gambe accavallate, un foglio, una penna e con l’eleganza di un principe dal dolore misterioso che gli appartiene da sempre recita una sua canzone. Recita Spinning Song come un principe che sta per diventare re a cui sono state affidate delle regole alle quali deve attenersi. Sono le regole che l’arte gli detta da sempre per governare il dolore. E la sua voce lo spinge verso quella camminata aperta, contorta, che si compone con la sua giacca e il pantalone nero, e la camicia aperta, quegli anelli portati solo alla mano sinistra. Lo specchio che lo riflette su quella scalinata ne rende l’immagine ancora più evanescente, quasi che all’ultimo gradino e all’arrivo della luce possa scomparire. Ma cammina, il passaggio davanti a un dipinto sembra l’inizio di ciò che l’artista australiano è in grado di fare: fermare l’immagine, fermare il passo, fermare il dolore. La sua forza quando apre la porta si riflette nella luce che attraversa la sala. Queste porte, la sala vuota con un pianoforte. Lui circondato da porte, che nella vita di tutti i giorni possono rappresentare chiusura e apertura. Nick Cave ne apre una ed è quella che gli serve per la sua luce. Lo spazio immenso, il pianoforte al centro, come fosse il sole. Da quelle porta poi saranno solo raggi e buio.

Sì, in questo concerto si ferma il tempo. C’è una possibilità che ci viene offerta da Nick Cave, un privilegio: restare da soli finalmente con noi stessi e avere il privilegio di spezzare le lancette di quello strumento che Baudelaire narrava come minaccioso. “L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile, ci minaccia col dito e dice: ricordati! I dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore pieno di sgomento come in un bersaglio”.

È una lotta lenta, questo momento sospeso, piano a piano, tasto su tasto, canzone dopo canzone, le lancette si spezzano, quel dio sinistro, buio e tetro scompare nella luce che riecheggia nel teatro, la minaccia, la bruttura del mondo, del male, dell’angoscia viene spenta attraverso i suoni e il volto concentrato e disteso di Nick, mai così solenne. La solennità di questo momento, che non va perduto, è quando capisci che non c’è una canzone che non sia il continuo di un’altra. Un’opera unica, un solo titolo, tante canzoni, una sola unica preghiera: un’ora e mezza per non ricordare, un’ora e mezza per riflettersi in quel principe oscuro, che nel paradosso che solo l’arte può attribuirgli diventa la guida più luminosa che potevamo avere.

Dimenticarsi, rinnovarsi, quasi rinascere. Sì, è come se Nick Cave ci offrisse una pasqua, un nuovo modo di risorgere. A quelli che sentono molto di più che a quelli che pensano, Nick Cave offre la bellezza che circonda la sala. Come quando E. A. Poe cercava di spiegare Eureka: “A costoro io offro il mio lavoro come un semplice prodotto d’arte, diciamo come un racconto, come un poema. Ciò che espongo è vero, e dunque non può morire”. Che privilegio ci concede Nick Cave, decidere da soli se piangere, guardare il soffitto, che privilegio concederci l’arte per cui tutto si può dimenticare.

Si alza, lascia il trono in penombra, si passa una mano sul fianco destro, segue una linea di luce e da lì svanisce.

 

La scaletta:

Spinning Song
Idiot Prayer
Sad Waters
Brompton Oratory
Places of Montezuma
Girl in Amber
Man in the Moon
Nobody’s Baby Now
(Are You) The One That I’ve Been Waiting For?
Waiting for You
The Mercy Seat
Euthanasia
Jubilee Street
Far From Me
He Wants You
Higgs Boson Blues
Stranger Than Kindness
Into My Arms
The Ship Song
Papa Won’t Leave You, Henry
Black Hair
Galleon Ship

Leggi anche