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Nel castello degli orrori di Alice Cooper

Il pirata di Detroit approda a Torino col suo freak show a base di rock'n'roll e citazioni cinematografiche per un'unica data italiana al Pala Alpitour. La trama è ormai nota, ma l'entertainment è sempre assicurato

Foto: Michele Aldeghi

Come si fa a non voler bene ad Alice Cooper? Un uomo che mentre scriveva inni hard rock immortali (e scolava bottiglie d’alcol a cottimo) è riuscito, tra le altre cose, a dimenticarsi di possedere un Warhol originale in cantina ma anche a trollare più d’un giornalista fingendo di volersi candidare come governatore di Stato in Arizona? Lo stesso uomo che, quasi alla fine di un concerto di un’ora e mezza, praticamente senza pause né sbavature, indossa una maglia della nazionale di calcio nostrana sotto ad uno sgargiante frac bianco e, da bomber di razza, “la mette in rete” anche questa volta, di mestiere.

Se la recente avventura degli Hollywood Vampires – condivisa coi compari Johnny Depp (anche di lui di recente passato da queste parti per presentare il suo ultimo film alla Mostra del Cinema di Venezia) e Joe Perry degli Aerosmith – era più che altro un omaggio un po’ telefonato ma tutto sommato sincero e divertente ai big del rock, rivestendo nuovamente i panni del regista in solitaria Capitan Cooper può attingere con maggiore disinvoltura da un calderone antologico di hit personali sparse su più decadi e dare forma al suo Luna Park da incubo.

Non senza sfociare a tratti – e da copione, del resto – nel pacchiano, per questo “Ol’ Black Eyes is Back Tour”, il fu Vincent Furnier – letteralmente, dato che ormai il suo nome d’arte coincide con quello all’anagrafe – costruisce sul palco un vero e proprio castello degli orrori, con tanto di scalinata, piano rialzato e bastione di vedetta, per poi invitarci ad esplorarlo insieme a lui, canzone dopo canzone.

Lo stile è sempre quello, immutabile e inconfondibile: la divisa di un corsaro a corte ed il trucco pesante e sbavato di Baby Jane – a pensarci oggi, in effetti, che personaggio gender-fluid è sempre stato Cooper, che si è scelto il nome di una strega morta sul rogo e si è spirato a Bette Davis per il suo make-up?! Sul palco insieme al gran cerimoniere, tanti “ospiti speciali” come la sexy-infermiera e la sposa-cadavere, boia crudeli e bambole assassine giganti ma soprattutto una band coi controcazzi trascinata dagli assoli della vulcanica chitarrista Nita Strauss.

Tra mostri e sangue, la sensazione è certamente quella d’un goliardico b-movie guardato tra amici o in famiglia, di quelli che conosci a memoria ma proprio non riesci a cambiare canale. La scena più bella è forse quella del parterre del Pala Alpitour invaso da grandi palloni colorati durante il carosello giocoso e dinamitardo della sempre-verde School’s out. Uscendo, con curiosità e senza polemica, mi chiedo se i ragazzini che casualmente proprio oggi tornavano a scuola dopo le vacanze estive l’abbiano mai sentita… Chissà, magari dopo aver ascoltato la rima di Salmo in Street Drive-In: “Rap Freddy Krueger, più Trash di Alice Cooper”.

Scaletta del concerto di Alice Cooper:

Feed My Frankenstein
No More Mr. Nice Guy
Bed of Nails
Raped and Freezin’
Fallen in Love
Muscle of Love
I’m Eighteen
Billion Dollar Babies
Poison
Guitar Solo (Nita Strauss)
Roses on White Lace
My Stars
Devil’s Food
Black Widow Jam
Steven
Dead Babies
I Love the Dead
Escape
Teenage Frankenstein
Under My Wheels
School’s Out

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