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Neanche un’operazione al cuore può fermare i Rolling Stones

Problemi cardiaci o no, niente convincerà gli Stones a usare backing track o altre scorciatoie per facilitare le performance live: cronaca del nuovo tour americano della band più grande di tutti i tempi

Mick Jagger. Foto: Matthew J. Lee/Boston Globe/Getty Images

A un certo punto, domenica sera, Mick Jagger ha fermato lo show dei Rolling Stones al Gillette Stadium per godersi la perfetta serata estiva del New England. «Il 4 luglio è una festa un po’ particolare per noi britannici», ha detto facendo gli auguri a tutto il pubblico. «In realtà, il Presidente ha detto una cosa giusta nel suo discorso dell’altra sera», ha aggiunto ridendo. «Ha detto, “se i britannici avessero mantenuto il controllo degli aeroporti, tutto sarebbe andato diversamente”».

Il fatto che i Rolling Stones siano ancora in tour nell’estate del 2019 è un dono straordinario – suonano insieme da 57 anni –, soprattutto perché a guardarli sembra si divertano un mondo. Il concerto di domenica era la quinta data del No Filter tour, posticipato la scorsa primavera per l’operazione al cuore a cui si è sottoposto Mick Jagger. «Scusate se vi abbiamo incasinato i piani», ha detto il frontman al suo pubblico. In realtà, Jagger sembra molto più energico dell’ultimo tour americano, ormai quattro anni fa, e lo dimostra sia con i balli durante Gimme Shelter che saltando e agitando il pugno per Jumpin’ Jack Flash. Dall’assolo di Sympathy for the Devil fino ai siparietti tra le diverse canzoni, tutto il concerto degli Stones ha l’aria di un trionfo, di un giro d’onore. «Questo è il nostro 29° concerto a Boston», ha detto Jagger in un insolito momento di malinconia. «Vorrei ringraziarvi per averci visto così tante volte. Grazie».

Boston è sempre stata una città importante per gli Stones, dal famoso live del 1972 al Boston Garden, quando il sindaco dovette tirare fuori di galera Mick e Keith, fino ai tre concerti del 2002 – al piccolo Orpheum Theater, alla FleetCenter arena e al Gillette Stadium – suonati in meno di due settimane. Jagger ha approfittato dell’occasione per ringraziare North Brookfield, che nel 1981 ospitò le prove della band per tre settimane, così come le città di Providence e Portland. Il frontman ha anche scovato diverse facce famose nel pubblico, dagli Aerosmith ai New Kids on the Block.

Dopo un’introduzione piuttosto drammatica con l’inno nazionale americano, la band inizia con Street Fighting Man, una canzone che Keith Richards ha definito “impossibile da battere” per aprire un concerto. Il motivo è evidente a tutti – Jagger appare sul palco ballando avvolto in una giacca gialla, perfettamente sincronizzato con tutti i riff della Telecaster di Keith Richards. Poi Tumbling Dice, incredibilmente divertente, e She’s So Cold, scelta dai fan con un sondaggio online. Richards suona la sua Gibson semiacustica, Ronnie Wood si si abbandona a un solo acido, Jagger si muove furiosamente. “She’s so goddamn cold!”, urla, poi sputa sul palco.

Da qui, l’energia può solo aumentare. La band invita sul palco Gary Clark Jr., che aveva aperto lo show, per Ride ‘Em on Down, una cover di Eddie Taylor incisa per l’album Blue & Lonesome. Qualche ora prima, Richards aveva pubblicato una foto con Clark scattata nel backstage, e la chimica con la band è evidente anche sul palco: Jagger sorride mentre il giovane chitarrista sfodera una manciata di melodie di gran gusto, poi risponde con un furioso assolo all’armonica. Le sorprese non finiscono qui: la band trasloca sul b-stage, in questo tour trasformato in una sorta di “zona folk”. Armati di chitarre acustiche, suonano una splendida versione di Play With Fire (un brano del 1965 particolarmente apprezzato da Ronnie Wood) e Dead Flowers, con Richards a cantare i cori come nel tour del 1972. L’intesa con Jagger è da brividi.

Nella sua autobiografia Life, Richards ha scritto che parte della magia dei concerti degli Stones sta nel fatto che tutto quello che finisce nell’impianto audio è suonato davvero, senza backing tracks o trucchetti vari. Una semplicità evidente durante Midnight Rambler: Jagger si diverte con il pubblico durante la sezione strumentale, pronto per la parte spoken word. Ma prima che potesse iniziare, Richards salta la sezione e suona il velocissimo riff dell’ultima parte. Jagger si blocca, poi guarda il chitarrista con l’aria stupita. Richards si accorge dell’errore, smette di suonare, abbraccia Ronnie Wood e inizia a ridere. Per un momento, gli Stones sembrano ancora una garage band. Il concerto è stato ricco di piccoli inciampi, come quando Jagger ha presentato Chuck Leavell come bassista invece che tastierista. «Ho detto una cazzata», ha spiegato ridendo. La band ha affrontato tutti questi problemi con leggerezza. A guardarli, viene in mente una frase che Keith ripete spesso sul palco: «È bello essere qui; è bello essere un po’ ovunque».

In ogni caso, il concerto è stato ricco di momenti grandiosi. Richards ha cantato una versione emozionante di Slipping Away, spiegando che quel pezzo gli mancava molto. Paint It Black è minacciosa come sempre: la batteria di Watts rimbomba in tutto lo stadio, Richards suona i riff con un’aria seria e determinata. Come sempre, osservare Ronnie Wood è uno spettacolo, soprattutto quando suona l’assolo furioso di Miss You, un momento che riesce ancora a impressionare Mick Jagger.

La band chiude il concerto con una versione di più di 10 minuti di Satisfaction. È un brano che potrebbe facilmente sembrare stanco, stucchevole, soprattutto a questo punto della carriera degli Stones. Domenica sera è successo tutto il contrario. Richards e Wood improvvisano sul riff, Jagger lancia via la giacca. I coristi cantano “Give me satisfaction”, il frontman risponde “I’ve got to get it!”, poi urla “Got to, got to, got to!” sempre più forte.

Anche in questo tour, la band è ancora alla ricerca di una satisfaction definitiva. Finché non la troveranno, il mondo sarà un posto migliore.

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