C’è una sedia. Una telecamera. Una stanza. Un ragazzo entra con calma, si siede e comincia a parlare di sé. O meglio, comincia a porsi delle domande. Sulla propria identità, sulle aspettative degli altri, su quale autorità decidiamo di attribuire a cose che, alla fine, finiscono per strozzarci. Parte un pianoforte. Fuori dalla stanza ci sono migliaia di persone che osservano, ma per il momento sembrano non riguardarlo. William Mezzanotte, in arte Nayt, è solo.
La stanza è una struttura metallica che campeggia al centro del palco del Forum di Assago per la tappa milanese del Noi Individui Tour. Si apre, si richiude, ruota su sé stessa, si scompone. È una camera, ma anche una gabbia. Un po’ interrogatorio, un po’ confessionale. Un po’ camerino, un po’ risonanza magnetica, un po’ sala d’attesa, un po’ colloquio, un po’ analista, un po’ casa sull’albero, un po’ provino, un po’ dentista, un po’ backroom, un po’ utero. È un posto nel quale rifugiarsi e dal quale scappare. Una sorta di calotta cranica dentro la quale siamo stati invitati a entrare senza toglierci le scarpe. È il luogo in cui Nayt si guarda dentro e quello dal quale, progressivamente, cerca di uscire. Per incontrarci, a noi altri.
È una faccenda curiosa, questa del noi. Nayt intitola il suo decimo album Io Individuo e il suo primo tour nei palazzetti Noi Individui. Nel cambio di qualità della prima persona – dal singolare al plurale – decide di riempire il Forum, per ragionare assieme sulla possibilità di smettere, almeno per qualche ora, di essere soltanto sé stessi.
Nayt rappa con una precisione che non ha bisogno di decantazioni, attraversando gli incastri ritmici con la disinvoltura di chi possiede una tecnica talmente solida da potersi permettere di dimenticarla. La mette al servizio di un capovolgimento di prospettiva: da fuori a dentro. Dall’esigenza di dimostrare qualcosa al mondo, al bisogno di comprendere perché si senta continuamente quell’esigenza. Dall’affermazione dell’ego alla sua messa in discussione. In un genere che ha fatto del flex la propria disciplina olimpica, Nayt – in tempi non sospetti – ha cominciato a chiedersi se non fosse più interessante fare due passi indietro. Anziché raccontare quanto fosse superiore agli altri, provare a capire perché avesse avuto così tanto bisogno di sentirsi superiore.
Questa trasformazione non implica l’abbandono del rap. Semmai ne allarga le possibilità. Nel corso degli anni Nayt si è spostato verso una scrittura sempre più melodica, esplorando una dimensione cantautorale che ne ha ampliato il seguito. Coerentemente con la sua ricerca, ha continuato a mantenere un gusto particolarissimo e un’assoluta fedeltà al suo percorso. Nei passaggi più duri del concerto questa matrice riemerge con forza, con la band che contribuisce a dare profondità a un impianto sonoro che non si limita a riprodurre le basi dei dischi. Ci sono momenti strumentali nei quali il live potrebbe tranquillamente permettersi di fare a meno delle parole. Non è cosa scontata per un rapper che ne usa così tante.
Le parole. La lirica di Nayt ha progressivamente assunto una qualità piuttosto rara: la disponibilità a essere intimamente, persino in modo imbarazzante, sincera. Non perché tutto ciò che racconta sia una confessione autobiografica, né perché la sincerità sia di per sé una categoria estetica necessariamente affidabile. Piuttosto perché nelle sue canzoni si avverte il tentativo ostinato di dire qualcosa che non sia già stato confezionato per piacere a qualcuno. Nayt prende sul serio i sentimenti. Quello di cui parla lo riguarda veramente. Chi inizia a seguirlo se ne accorge subito, e gliene è grato. E poi, non lo molla.
A un certo punto, dentro la stanza, rimbomba la voce di una madre che parla. La vicenda familiare di William – l’assenza del padre, l’ancora materna – occupa il centro della scena. È un passaggio delicato, perché il dolore privato, quando viene proiettato in un palazzetto, rischia sempre l’edulcorazione cabarettistica, o – peggio – la plastificazione. Qui, invece, funziona proprio perché arriva dentro un racconto più ampio. Quello di un’emancipazione: sociale, artistica, e personale. La rabbia verso il mondo è diventata uno strumento per interrogare il proprio posto nel mondo. Il bisogno di rivalsa un laboratorio esistenziale. E il pubblico, che nel frattempo ha seguito ogni tappa di questa trasformazione, non assiste semplicemente alla storia di qualcun altro. Ci ritrova la propria, anche senza inflessione romana appena trattenuta.
È forse questo l’aspetto che più stupisce della serata. Il rapporto che Nayt ha costruito con i suoi ascoltatori, qualcosa più di una devozione per una celebrità, appare una compartecipazione a un diario collettivo. Un diario iniziato nel 1994 ad Isernia – a dimostrare che il Molise non solo esiste, ma sforna pure rapper -, e che negli anni si è collettivizzato. Un diario poroso, in cui non si limita a ricapitolare, e non pretende di offrire risposte. Tutt’altro, pone domande e accoglie dubbi, nell’accettazione e nel tentativo di messa a fuoco della complessità che ci circonda. E comincia a porre questioni più grandi di lui, e di noi, che poi riecheggiano tra chi lo ascolta: la violenza, la ricerca della verità, il patriarcato, le disuguaglianze, la funzione dell’arte. Nayt è cambiato insieme al suo pubblico, e ha avuto l’accortezza di non nascondere il cambiamento. Non ha inventato un personaggio da conservare gelosamente. Ha lasciato che fosse la propria trasformazione a diventare il racconto. Il risultato è una fiducia reciproca che, su questi numeri e per questo genere, non è affatto comune.
Quando prende la parola per ringraziare i presenti, riconosce esplicitamente questa dipendenza. Lo spettacolo, dice, non può essere grande senza il contributo di chi gli sta davanti. Invita tutti a costruirlo insieme. La stanza metallica si apre ogni volta che l’individuo sembra trovare un punto di contatto con ciò che lo circonda, salvo richiudersi quando il racconto torna a fare i conti con la solitudine.
Io vi lascio la mia penna, il mio cuore, e tutto l’amore che ho. È vostro.
Nell’epoca delle infinite passerelle di ospiti nei palazzetti, della rincorsa al nome più glamour per aumentare la FOMO, per assicurarsi di aver qualcuno di fianco che sappia cantare – o che almeno ti consenta di prendere fiato – sul palco del Forum la voce di Nayt è sola, senza esserlo nella maniera più assoluta. È telegrafico, ermetico, prosaico, tiene saldamente il palco con la sua band senza bisogno d’altro, con la sola eccezione di una breve apparizione di Noemi per l’inciso di L’astronauta. Poi è di nuovo solo lui, con noi.
Quando è ora William accende le luci ed esce dalla stanza. Si aprono le porte, e noi torniamo nelle nostre, di stanze. Ci lascia con la sensazione che una storia acquisisca davvero valore soltanto quando smette di appartenere esclusivamente a chi l’ha raccontata. E che stasera ognuno ne stia portando a casa un pezzetto, stretto nella mano in tasca.














