Prima di arrivare in Italia i fan avevano già fatto esplodere la Torre di Pisa. In un meme, naturalmente. È il gioco che accompagna tutto il tour: a ogni tappa la potenza sonora dei My Chemical Romance distrugge un monumento diverso. Per l’unica data italiana la scelta è caduta sul simbolo più riconoscibile della zona, con un’ironia che forse giocava anche sul campanilismo, visto che il concerto è a Firenze. Ma dopo oltre due ore alla Visarno Arena viene da pensare che l’unica cosa davvero demolita sia l’idea che The Black Parade appartenga al passato.
Alle 18:30, quando gli Interpol salgono sul palco, ci sono 34 gradi ma quelli percepiti sono molti di più. Nonostante questo, tra il pubblico c’è chi indossa la giacca della Black Parade, chi sfoggia vistosi eyeliner e divise militari, un ragazzo gira con un cartello “Cerco emo girl” e alcune ragazze mostrano evidenti tagli su polsi e braccia, non è dato sapere se veri o disegnati. Perché anche il dolore, a un concerto dei My Chemical Romance, è un linguaggio condiviso. Qualcosa, però, nel frattempo è cambiato. Gli adolescenti che nel 2006 avevano trasformato i fratelli Gerard e Mikey Way nella colonna sonora della propria inquietudine oggi sono adulti, ma accanto a loro si sono aggiunti tantissimi ragazzi che allora non erano nemmeno nati.
Forse è successo anche perché il mondo sembra essersi lentamente avvicinato al loro immaginario. Del resto tutto era nato da una catastrofe. L’11 settembre 2001 Gerard Way assiste al crollo delle Torri Gemelle e decide di fondare una band. La prima canzone, Skylines and Turnstiles, nasce proprio da quel trauma. Da allora ha sempre trasformato la paura in racconto. Prima con la musica, poi con i fumetti di The Umbrella Academy, ieri sera con uno spettacolo che assomiglia più a un’opera teatrale che a un concerto rock.
Prima ancora che inizi la musica, i ledwall trasmettono comunicati scritti nell’alfabeto immaginario di Draag, lo Stato totalitario inventato per questo tour. Poi arrivano gli infermieri e sul palco compaiono i pazienti che assumono medicine, sono gli stessi componenti della band, mentre sulla scena domina un enorme occhio che osserva ogni movimento. Da quel momento Visarno smette di essere un’arena per concerti e diventa Draag. I primi brani scorrono come un musical horror sospeso tra hardcore, cabaret e Rocky Horror Picture Show. Con The End., Dead! e This Is How I Disappear la band costruisce una tensione teatrale impressionante e l’impatto sonoro è devastante. Ma è la regia a sorprendere di più: ogni gesto sembra parte di una narrazione molto più ampia del disco pubblicato vent’anni fa.

Foto: Kimberley Ross

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Il primo momento in cui il concerto concede davvero di respirare arriva con I Don’t Love You. È una pausa solo apparente. Con House of Wolves riparte immediatamente la corsa, ancora più feroce, mentre Cancer diventa il cuore emotivo della prima parte dello spettacolo. È qui che si capisce che i My Chemical Romance non hanno costruito uno show sulle esplosioni o sugli effetti speciali, ma su una storia molto attuale, benché apparentemente grottesca. E per questo più inquietante.
Se la prima metà del concerto racconta la malattia e la morte, la seconda racconta il potere. Mama segna il punto di svolta. Introdotta dai violini, la canzone antimilitarista abbandona presto ogni dolcezza per precipitare in un inferno. Le fiamme esplodono ai lati del palco, tanto da far percepire il calore anche alle prime file. E Gerard Way conclude il brano impugnando un coltello accanto a un teschio. Un’immagine pulp, il culmine di una guerra che divora i suoi stessi protagonisti.
Con Sleep il rosso del fuoco lascia spazio al blu e a luci gelide. L’enorme occhio del Grande fratello sospeso sopra il palco torna protagonista, mentre i ledwall si riempiono di decine di televisori che trasmettono immagini ininterrottamente, tra interferenze, blackout e improvvisi schermi neri. Non è più soltanto la rappresentazione di una dittatura, è la messa in scena di un presente in cui l’informazione diventa rumore e la sorveglianza si confonde con l’intrattenimento. Gli acuti disperati di Gerard Way sembrano gli ultimi vagiti del Novecento, infatti a chiudere il brano arriva una voce artificiale, quasi robotica. E viene spontaneo pensare all’intelligenza artificiale, a un’epoca in cui le macchine iniziano lentamente a sostituire gli uomini anche nel linguaggio.
Teenagers rompe improvvisamente quella tensione. Il punk-rock torna protagonista con sfumature rétro, ma tutto è filtrato da uno straniamento che ricorda il cinema muto: sui ledwall scorrono marionette che finiscono per assomigliare al pubblico stesso. È come se Draag non avesse bisogno di soldati, perché a bastargli ci sono spettatori disposti a seguire il copione. Con Disenchanted Gerard Way si ritrova solo con un teschio tra le mani. L’immagine richiama inevitabilmente l’Amleto shakespeariano. È un dialogo con la morte che accompagna tutta The Black Parade, dall’inizio alla fine. Poi arriva Famous Last Words e il palco prende di nuovo fuoco. Le fiamme avvolgono tutta la scena mentre il ritornello di Welcome to the Black Parade ritorna come un inno a chiudere un cerchio iniziato oltre un’ora prima. Il disco si richiude su The End. Stavolta, però, la morte arriva davvero. Sul palco compare una barella con il paziente che aveva aperto il racconto. Gerard Way gli sale sopra, lo accoltella e conclude la scena tra schizzi di sangue e budella usate come un lazo. Grand Guignol, fumetto horror, teatro e rock si fondono definitivamente.

Foto: Kimberley Ross

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Non sorprende. Gerard Way è anche uno dei fumettisti contemporanei più conosciuti. E tutta questa prima parte del concerto sembra seguire la logica di una graphic novel più che quella di un live tradizionale. Quando cala il sipario su The Black Parade un lungo intermezzo strumentale dominato dal violoncello accompagna immagini in bianco e nero e una luna in eclissi che ricorda quella sorridente di Le voyage dans la Lune di Georges Méliès. È il passaggio dalla rappresentazione al concerto. Da quel momento in poi i My Chemical Romance smettono di interpretare personaggi e tornano semplicemente a essere una band.
Na Na Na (Na Na Na Na Na Na Na Na Na) riaccende immediatamente il Visarno. Poi arrivano Bury Me in Black e Planetary (Go!), che trasformano la passerella in una pista da ballo distopica, tra riff metal e ritmi dance. Per la prima volta Gerard Way esce dal personaggio e parla con il pubblico. Poco dopo tutta l’arena canta Happy Birthday al chitarrista Ray Toro, che compie gli anni. È uno dei pochi momenti in cui il gigantesco impianto narrativo lascia spazio alla spontaneità.
Da lì in avanti la scaletta attraversa tutta la storia della band. The Ghost of You riporta il concerto su toni malinconici, Honey, This Mirror Isn’t Big Enough for the Two of Us recupera la violenza post hardcore degli esordi, Ambulance sorprende per delicatezza. È come se, chiusa la parentesi di Draag, i My Chemical Romance volessero ricordare che prima di diventare un’opera teatrale erano soprattutto una band capace di scrivere canzoni per scatenare le folle. Quando arrivano le prime note di Helena la tensione risale immediatamente. È una delle canzoni che hanno definito la loro storia, dedicata alla nonna Elena Lee Rush, la persona che più di tutte aveva sostenuto Gerard e Mikey Way agli inizi. E vent’anni dopo continua a essere accolta come un rito collettivo.

Foto: Kimberley Ross

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Poi succede qualcosa che nessuno aveva previsto: comincia a piovere. All’inizio sono poche gocce. Poi l’acqua aumenta, arrivano i lampi e qualcuno decide di lasciare il Visarno. Ma la maggior parte del pubblico resta dov’è. Cemetery Drive e Party Poison vengono ormai suonate sotto una pioggia sempre più intensa e il prato si trasforma in fango, ma nessuno sembra preoccuparsene.
Quando parte I’m Not Okay (I Promise) il concerto trova il finale che nessun regista avrebbe potuto immaginare. Migliaia di persone continuano a cantare, saltare e ballare sotto l’acqua, completamente fradice, illuminate dai lampi che tagliano il cielo sopra Firenze. Sembra l’ultimo effetto speciale dello spettacolo, anche se in realtà è l’unica cosa che i My Chemical Romance non avevano programmato.
Per anni sono stati liquidati come “emo”, che loro stessi hanno sempre respinto perché riduceva un universo complesso a un’etichetta. E infatti, passati 20 anni, The Black Parade ieri sera ci ha dimostrato che non parlava soltanto di adolescenti malinconici, eyeliner e divise militari, ma della morte, del controllo, della propaganda, del bisogno di trovare una comunità quando tutto sembra crollare. Così lo Stato di Draag nel 2006 sarebbe sembrato soltanto un grande gioco teatrale, mentre nel 2026, con il ritorno dei nazionalismi, delle oligarchie e le tensioni che attraversano molte democrazie, quella finzione finisce per assomigliare a uno specchio del presente. Il mondo non è diventato come quello immaginato dai My Chemical Romance, ma si è avvicinato abbastanza da farci sentire quel racconto molto meno fantastico di quanto sembrasse un tempo.













