Mombao, un falò per la fine del mondo | Rolling Stone Italia
Trance collettiva

Mombao, un falò per la fine del mondo

Al Biko Milano trecento persone danzano in cerchio attorno ai musicisti ricoperti di argilla: due ore di improvvisazione fra techno tribale, canti ancestrali e trance collettiva. Fuori tutto brucia? Dentro il rito continua

Mombao al Biko di Milano 2026

Mombao al Biko

Foto: Giulio Favotto

Fa caldo a Milano stasera. Le Olimpiadi invernali si sono sciolte, la Fashion Week è finita lasciandosi dietro un’appiccicosa carovana di fondi di Aperol Spritz. A un bar scopro che domani c’è il derby della Madonnina, forse l’ultimo a San Siro, figa. Io pago il caffè e scappo al Biko, e grazie a Dio che avevo comprato il biglietto perché è sold out. Entro e ritrovo trecento persone sedute a terra, che aspettano, in un silenzio strano. Non sono rivolte verso il palco – che è vuoto – ma guardano al cuore della sala. Il vero centro gravitazionale è lì. Nella penombra, una batteria e sintetizzatori, uno di fronte all’altro, si scrutano calmi. A dividerli, un fascio di luce verticale, nell’esatto apice della circonferenza. Colonna luminosa portante del locale, che punta allo zenith. Le persone sedute, come attorno a un falò – anche se stanotte non fa affatto freddo – a guardare un cielo stellato che a Milano non esiste. Alla terza costellazione che non trovo, i Mombao entrano nel cerchio, e accendono il fuoco.

Mombao al Biko Milano 2026

Mombao al Biko. Foto: Agnese Pepe

I dormienti si levano, Lazzari felici, mentre il duo inizia a suonare. L’introduzione del concerto è lunghissima e indecifrabile. Un’apnea inquantificabile in cui i presenti prendono coscienza con i loro corpi dell’universo sonoro e dell’immaginario Mombao, il progetto di Anselmo Luisi (Le Luci della Centrale Elettrica, Selton, Giovanni Falzone, Virtuosi del Carso) e Damon Arabsolgar. Si esibiscono al centro dello spazio, circondati dal pubblico e ricoperti di argilla, esplorando il confine tra musica e performance art, giocando fra linguaggi asemici e canti popolari, rielaborandoli in chiave techno-punk con voci, percussioni e sintetizzatori.

Il loro live è un flusso ininterrotto di due ore in cui l’improvvisazione è centrale. Le influenze si mescolano ed esulano da una connotazione geografica e culturale. Utilizzano canti bielorussi, turchi, yoruba nigeriani, farsi, tatari, serbi, ibridando canzoni originali con strumenti gnawa marocchini – i qraqeb, grosse nacchere di ferro, eredità di un tour in Marocco e dell’incontro con Mahlehm Abdellah El Gourd. La percezione è di passare da un rituale sufi a un club techno nel giro di una battuta, una capacità di decontestualizzazione che toglie qualsiasi punto di riferimento e ti costringe a seguire fino alla fine quel flusso, perché non hai idea di dove possa portarti, ma ci vuoi arrivare. Non puoi farne a meno.

Il loro live si basa sull’utilizzo di trigger che collegano direttamente Anselmo all’elettronica: sulla batteria sono montati dei sensori che trasformano ogni colpo in un segnale digitale. Questo segnale genera suoni, campioni o luci nel setup elettronico di Damon, che li modifica in tempo reale. Il risultato è un grande organismo solar-punk, che respira con loro e con il pubblico. Una macchina che non impone un tempo fisso, come succede spesso nell’elettronica, ma segue il battito umano, creando un sistema estremamente organico in cui percussioni, synth e luci funzionano come un solo corpo.

Mombao al Biko Milano 2026

Mombao al Biko. Foto: Giulio Favotto

Loro – ricoperti di argilla – al centro. Occhio, ventre, ventricolo, e propulsore. Tutti noi attorno all’iride, aggrappati. Sull’orlo del vulcano, indecisi se caderci dentro. L’organismo Mombao – forse per il posizionamento, forse per indole, sicuramente per volontà – trascende i ruoli performer-pubblico. La gente è a tutti gli effetti parte del concerto. Canta con loro in lingue che non conosce, canzoni che spesso non sa. Sin dalle prime note centro e periferia si confondono in un unico agglomerato umano. La sensazione di simbiosi è talmente forte che non è chiaro chi sia a dettare i tempi della scaletta, chi scelga la fine dell’improvvisazione, il cambio di armonia.

Può partire da uno sguardo, da un fischio, da un urlo al momento giusto e l’energia cambia, in maniera totalmente spontanea e inevitabile. È la musica che prende forma in un corpo veramente collettivo che salta e danza, e – citando lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, uno che di concerti ne ha fatti e sapeva riportarli su carta – si prende coscienza di essere non più soltanto individui separati, ma l’elemento di un fatto collettivo. Ed è bene intendersi: non è un miracolo esclusivo dei Mombao, sarebbe sciocco asserirlo, ma qui, tra i satelliti danzanti attorno al corpo vivo, di quel fenomeno si percepisce la sensazione più nitida. Ed è una sensazione a cui è bello abbandonarsi, di tanto in tanto.

I Mombao bruciano al centro. È legno duro, di quercia e noce. Scoppietta e scricchiola, poi di colpo esplode, lanciando faville ardenti e tizzoni. La fiamma danza, non è mai ferma. Cambia forma, ritmo, intensità: cambia colore. La performance si muove in un frame di gioco condiviso con il pubblico, in cui l’inatteso è propedeutico all’alterazione dello stato di coscienza. L’errore è accolto, se non autoindotto, perché necessario, in quanto proposta di direzione che non può essere – per definizione – sbagliata. L’assunzione del rischio è propedeutica all’esplorazione di possibilità. Il concerto è uno spazio ludico e imprevedibile. Le macchine diventano amplificatori della sensibilità umana. Il risultato è un evento effimero e irripetibile, in cui può emergere qualcosa di unico, destinato a esistere solo in quell’istante. Macchine, umano, pubblico, performer: tutti giocano con lo stesso dispositivo, parco giochi dell’imprevisto di un mito collettivo.

Mombao al Biko Milano 2026

Mombao al Biko. Foto: Fiulio Favotto

È una spirale di chiome e sudore, di corpi accaldati che si contorcono e vibrano all’unisono nelle metriche gutturali del nucleo. Le ripetizioni mantriche – canti di esistenza – si dipanano tra i centri concentrici, strato per strato, ricercando nella ripetizione, nella ritmicità, uno stato altro, ulteriore. Anche per gli scettici della trance emerge una necessità non voluta, ed è piacevole caderci dentro. E mentre fuori dal Biko il mondo sta finendo, in quel cerchio la sensazione comune è che, in caso di disastro atomico imminente, non sarebbe un brutto momento per crepare.

Si arriva alla fine del concerto, che potrebbe essere anche l’inizio, o a metà, o un qualsiasi momento. Finisce così, perché in quel momento doveva finire, per la stessa necessità per cui era iniziato. C’era stata una scintilla, e ora è finita la brace. Damon ringrazia e indica i vinili al banchetto del merch: il nuovo lavoro dei Mombao, Live? Non esiste sulle piattaforme digitali, lo si può ascoltare solo ai concerti, comprando il vinile o ospitando un listening party nel salotto di casa tua: vengono con il vinile e lo ascoltate assieme. Se ti piace, lo compri.

Indicano una direzione, i Mombao, la loro non è una performance fine a sé stessa. Tendono a qualcosa. Si definiscono un duo solar-punk, quel genere nascente della fantascienza che si interroga sull’utilizzo delle tecnologie per immaginare futuri solari, sostenibili, verdi, basati sull’ottimismo e l’integrazione fra uomo, macchina, mondo animale e vegetale. Partono dall’idea che la fantascienza plasmi l’immaginario reale: ciò che riusciamo a immaginare diventa prima o poi possibile. I Mombao ne sono prova viva. Indicano una direzione per provare a cambiare il presente, a partire dall’utopia di un’industria musicale che ritorni ad essere sostenibile per gli artisti.