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Mike Shinoda in concerto a Milano: sulle spalle il peso dei Linkin Park

Il cantante è tornato in Italia dopo il live con la band nel 2017, uno degli ultimi insieme a Chester Bennington, ricordato ieri sera con un omaggio: «Sono qui per dirvi grazie di persona, siete stati importanti per aiutarmi a continuare»

MIKE SHINODA @ FABRIQUE 2019 - ALDEGHI-9448
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C’è soprattutto tanto affetto nella data italiana del Post Traumatic Tour di Mike Shinoda al Fabrique di Milano. È la scia emotiva lasciata da quell’ultimo concerto dei Linkin Park a Monza il 17 giugno 2017 davanti a 80.000 persone durante il One More Light Tour, l’ultimo di Chester Bennington in Italia. Uno scherzo atroce del destino unisce l’Italia alla band, simile a quello che ci lega ad un altro ragazzo fragile e sensibile schiacciato da qualcosa di più grande e incomprensibile, Kurt Cobain che ha fatto al Palaghiaccio di Marino vicino a Roma una delle ultime esibizioni con i Nirvana il 22 febbraio del 1994.

Quella di Kurt fu una serata incasinata, con un’acustica pessima in un locale troppo pieno e una Fender Mustang blu scagliata contro gli amplificatori in un ultimo gesto di disperazione, quello dei Linkin Park è stato un trionfo perfetto, con Chester Bennington che ha salutato il proprio pubblico dicendo: “Lo spettacolo siete voi, i migliori del mondo”.

Difficile per Mike Shinoda affrontare tutto da solo, aggrappato al suo microfono e ai suoi sampler, con il peso del futuro dei Linkin Park sulle spalle e la voglia di continuare a creare un’identità solista in attesa di quello che succederà.

“Esci fuori” gridano i ragazzini nel pubblico. Qualcuno addirittura strappa applausi urlando “Giù quei telefoni di merda.” C’è un’onda di partecipazione che arriva dal pubblico e lo trascina fuori sul palco con un sorriso stampato in volto. Mike Shinoda ricomincia da capo, ributtandosi nelle influenze che nei primi anni duemila hanno creato il suono ibrido dei Linkin Park e da quel luogo allo stesso tempo reale e simbolico, il Lincoln Park di Santa Monica, l’hanno portato dritto nella testa di una generazione.

Quella però era energia nervosa, un crossover di generi incostante, Mike Shinoda invece riparte dalle sue fondamenta, inizia da solo e rappa le strofe di Petrified dal suo progetto Fort Minor con la faccia pulita e tanti sorrisi, rime secche e semplici senza virtuosismi: “My name is Mike / I’m foolin with the new shit I’m doin’it all night / I like what I do, I do what I like”. Poi entra la band (solo batteria e chitarra) e arrivano i ritornelli pop, qualche muro di chitarre, mani in alto, ritornelloni e i cartelli alzati dal pubblico con scritto “We have faith in your path” durante Prove You Wrong dal suo album Post Traumatic: “Cerco un ritmo con cui stare al passo
/ Sto solo provando a respirare, lasciami prendere fiato
/ Sì, lo so, non possiamo andare tutti dove sto andando io
/ Voglio solo che crediate nel percorso che ho scelto”.

È bello che Mike Shinoda faccia vedere che la musica è un’idea che può essere plasmata come si vuole, seguendo ciò che ognuno sa fare, una specie di estetica DIY buttata nel mainstream per una generazione che ha giocato con gli strumenti e i tool tecnologici, fa Metal con le tastiere e Hip-Hop con le chitarre e pensa alle canzoni come dei mash-up. Mike Shinoda cambia la scaletta, cerca sempre un dialogo con il suo pubblico, ha bisogno di condividere i brani per cantarli.

I ragazzi del Fabrique gli gridano: “Watching As I Fall” e lui sorride: “La volete adesso? Ok”. Poi rimane da solo sul palco e dice: “Ho fatto molta pratica negli ultimi due anni su come essere flessibile. Sono qui per dirvi grazie di persona, siete stati importanti per aiutarmi a dare un senso a tutto e continuare”. È il momento inevitabile dell’omaggio a Chester Bennington:
“Siamo sempre venuti a suonare in Italia, fin dall’inizio della carriera dei Linkin Park nel 2000, non saprei scegliere quale data ricordo di più. Non state mai in silenzio, l’energia è sempre al massimo, quindi nella prossima canzone sapete già cosa fare: cantate nice and loud per Chester.”
In The End e Numb fatte da solo alla tastiera con il pubblico che le canta dall’inizio alla fine sono da brividi.

Senza la voce di Chester Bennington gli mancherà sempre la rabbia, qualcosa di duro e vero, l’attrazione verso l’ignoto e il potere oscuro del rock. Difficile capire come uscirà da un’emozione ancora così presente e dall’assenza di un cantante insostituibile. Per ora Mike Shinoda sta nel suo mondo rap/pop, comunica messaggi positivi, parla con intelligenza di consapevolezza sui problemi di salute mentale e dell’importanza di “condividere le informazioni per superare la paura” come ha raccontato nelle interviste, e mentre canta il suo ultimo singolo Running from my Shadow si gode il suo pubblico e gli abbracci, e forse è questo il modo migliore per superare ogni trauma.

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