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Mi sono arreso alla nostalgia guardando Max Pezzali cantare gli 883

Tra ritornelli urlati a squarciagola, magliette a tema e retromania, il live incentrato sui classici del gruppo è un guilty pleasure collettivo. «Non è revival, è un eterno presente», assicura Max

Max Pezzali

Foto press

Quest’estate non è un’estate come le altre. Sarà il susseguirsi di pandemiche lettere dell’alfabeto greco, le discussioni allucinatorie sui vaccini, gli Europei vinti con l’arrivo dei trattori in Piazza Duomo a Milano. Sarà il déjà-vu di ritrovarmi a un concerto torinese di Max Pezzali che canta esclusivamente brani firmati 883. Quest’estate non è un’estate come le altre.

La prima volta che ho visto dal vivo Max Pezzali fu vent’anni fa, nel 2001, in un qualche palazzetto dello sport di Torino per quello che fu l’ultimo tour a nome 883. Poi gli 883 diventarono Max e anche il palazzetto cambiò nome. Andavo per i 13 anni e fu il primo concerto a cui chiesi di essere portato. Non mi ricordo molto di quel giorno se non che Max era vestito di nero mentre io avevo una strana maglietta luminosa. Vent’anni dopo, nella cornice aristocratica della Palazzina di caccia dei Savoia di Stupinigi, Max è ancora vestito di nero, una t-shirt con il logo degli 883 e io ancora abbino colori accesi per vedere l’effetto che fa. Si innesca il cortocircuito temporale.

Prima del concerto sono in un aristocratico camerino nella reggia savoiarda per intervistare questo mio eroe d’infanzia. La regalità del luogo è invasa – oltre che da noi vestiti da eterni ragazzini – da un frigo a parete da cui recupero una bottiglietta d’acqua. Max preferisce invece quella celebre bevanda americana con il packaging rosso, senza zucchero, e mi sembra coerente con l’americanismo di cui è sempre stata intrisa la discografia otto-otto-tre. Manteniamo una distanza sedendoci in divani differenti mentre attorno a noi stanno allestendo la cena. All’interno del camerino c’è la famiglia Pezzali, sua moglie Debora e il figlio Hilo, e i due padrini del progetto: Claudio Cecchetto e Pier Paolo Peroni. Peroni, in particolare, è l’anima dell’ambiente. Cazzeggia con Hilo, gli dà dei consigli su come-diventare-influencer. In tavola, tra le varie portate, vengono servite delle lumache. «Fotografale! Ora non lo puoi sapere, ma le lumache sono per i fighi», dice Peroni a Hilo. In questo quadro idilliaco manca solo lui, il biondo del mio cuor, Mauro Repetto. Anche Max ne sente la mancanza e c’è un leggero rammarico nelle sue parole: «per me è un peccato che non ci sia, ma abbiamo fatto delle scelte di vita diverse e sono convinto che quando recupereremo la data a San Siro potremmo fare cose belle condividendo lo stadio assieme. Nel mentre io mi porto avanti con questo allenamento».

Già, lo stadio. Posticipato alla prossima estate il grande evento San Siro canta Max, il primo stadio per Max, c’è stato tempo per un’operazione nostalgia folle: tornare a suonare i primi dischi degli 883 dal vivo, con una formazione rock da cinque elementi. La scaletta pesca quasi tutto da Hanno ucciso l’Uomo Ragno, Nord Sud Ovest Est, La donna, Il sogno & il grande incubo, La dura legge del gol, in un’overdose di retromania al fulmicotone. «Chi è che ha il coraggio di rifare per intero i primi tre dischi della propria carriera? Neffa? I Casino Royale? Sarebbe pazzesco, vero? Ma a farlo è solo Max! Questo è coraggio!», mi urla Peroni mentre il pubblico è in piedi a ballare la combo Nord Sud Ovest Est / Tieni il tempo. E in effetti Peroni non ha tutti i torti: recuperare così sfacciatamente il proprio passato è un atto di coraggio. Accettare che il meglio lo si è dato ai primi anni di carriera è un’onorevole presa di coscienza, uno sforzo immane per l’ego dell’artista che Max ha risolto con il sorriso che emana sopra e sotto al palco. «Quei brani mi sembrano più moderni adesso di quando sono usciti. Mi sembrano più coraggiosi di tante cose fatte oggi, che peccano di manierismo. Oggi c’è manierismo anche nel gangsta rap, nel fare i duri, nella trap, figuriamoci. Siamo stati coraggiosi. Ce ne siamo fottuti di tante cose ai tempi. Penso a noi, ai Sottotono, agli Articolo 31. Noi non eravamo convinti di essere dei fenomeni e questo penso sia ciò che ci permette di poter cantare ancora oggi certe canzoni. Siamo stati ironici e autoironici. Chi ai tempi credeva di aver la verità in tasca non è andato molto lontano».

Canto tutte le canzoni poi incrocio un volto amico tra il pubblico e mi inibisco, come se mi avesse scoperto a fare qualcosa di sporco. Quel feeling tipo «oddio, che penserà di me adesso?». Solo quando la vedo cantare a squarciagola mi sento libero di lasciarmi andare di nuovo. La nostalgia, in fondo, è un enorme guilty pleasure in cui tuffarsi. «Questo show è una macchina del tempo che ci porta a trent’anni fa. Il primo concerto degli 883 che ricordo era all’Aquafan di Riccione nel 1992. È stata la prima volta in cui ricordo di aver avuto un pubblico enorme e di averne avuto il terrore. Ai tempi erano prevalentemente teenager. Era un pubblico dai 12 ai 18 anni. Oggi il pubblico è più variegato, si cominciano a vedere genitori e figli».

Alla mia destra un trentenne indossa una maglietta con una stampa totale della copertina di Nord Sud Ovest Est e una bandana abbinata comprate poco prima al banco del merchandising. Urla a squarciagola, beve birra, e con un amico e un’amica si riempiono di video-dediche telefoniche per amici, amori, parenti. È una scena da concerto di Vasco, senza quell’anima ruuuuuuuock. Attorno ancora coppie seriamente ed emotivamente coinvolte, quarantenni in libera uscita, famiglie. Gli 883 come patrimonio culturale italiano transgenerazionale. E in effetti, le canzoni in scalette le sappiamo tutti, a memoria, come poesia alle scuole medie. Non mi credete? Fate un gioco e provate a vedere se riuscite a canticchiarvi in testa il ritornello di alcuni dei brani in scaletta:

Rotta x casa di dio
Nella notte
Sei un mito
Hanno ucciso l’Uomo Ragno
La dura legge del gol
Gli anni
Una canzone d’amore
Come mai
Con un deca
La regola dell’amico
Nord Sud Ovest Est
Tieni il tempo

Cosa significa nostalgia? E che valore ha la nostalgia nel nostro quotidiano? Devo vergognarmi se a volte ci cado dentro con tutte le scarpe? Secondo Max, la nostalgia è il «piacere agrodolce del tempo che passa, uno dei pilastri della nostra narrazione come esseri umani». E se lo dice Max, l’artista italiano instant nostalgic per eccellenza, c’è da fidarsi. «Credo che alcune canzoni degli 883 fossero già nostalgiche ai tempi, anche se le scrivevamo da ventenni. La nostalgia di un periodo non dipende solo da te, se l’hai vissuto o meno; puoi ritrovare te stesso nelle nostalgie e nei rimpianti altrui, che magari sono anche diversi dai tuoi ma per cui provi comunque una sorta di empatia». Mi chiedo, quindi, ero già nostalgico a 13 anni?

Può darsi; la provincia (quella pavese di Max, quella torinese in cui sono cresciuta o quella di qualsivoglia luogo italiano) è pur sempre provincia: stesse regole, stesse proposte, stesse nostalgie. Due discoteche (chiuse), centosei farmacie. «Solo quando i dischi sono usciti abbiamo capito quanto la gente si rispecchiasse nella nostra musica. Noi pensavamo che il nostro linguaggio fosse limitato alla nostra provincia e che non fosse un linguaggio comune», mi racconta Max, «ora invece a legarci è la nostalgia che non è più un revival, un’ondata, ma un eterno presente».

Una donna incinta riprende Max con il telefono. Naturalmente canta. Mi chiedo, suo figlio tra vent’anni andrà ad ascoltare Max90? Credo di sì, magari cerco di farmi accreditare e lo accompagno io. Oramai ho un appuntamento a scadenza ventennale che mi dispiacerebbe mancare.

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