«Quasi», dice Paul McCartney scherzando col pubblico che canta in coro Something sabato al Fonda Theatre di Hollywood. È una delle poche canzoni diverse rispetto alla sera precedente. «Questo ukulele me l’ha regalato George», spiega prima di attaccare il pezzo dei Beatles, che chiude alla chitarra acustica. È il secondo di due show di fronte a un pubblico fortunato in un locale che tiene 1200 persone. Sono le prime esibizioni da quando Macca ha chiuso il Got Back Tour e arrivano dopo l’annuncio dell’album The Boys of Dungeon Lane e l’uscita del singolo Days We Left Behind, che però al Fonda non si è sentito.
In compenso, chi è riuscito a entrare dopo essersi registrato a una lotteria che ha assegnato i pochi biglietti disponibili ha assistito a una versione ridotta del Got Back Tour, 25 canzoni nell’arco di quasi due ore. A novembre McCartney si era esibito al Pinnacle (4500 posti), poco più di un anno fa aveva fatto tre concerti alla Bowery Ballroom di fronte ad appena 575 spettatori ogni sera. Al Fonda, che sta a metà strada fra i due in quanto a capienza, ha mantenuto la promessa dello slogan “Paul McCartney Rocks the Fonda!”, e anche di più.
Durante il Got Back Tour aveva reinserito in scaletta Help!. Era la prima volta in cui la faceva integralmente dal 1965 ed era stato il picco emotivo, come scrivevamo a settembre. Il pezzo ha aperto il concerto al Fonda, una dichiarazione collettiva e liberatoria in un mondo turbolento e allo stesso tempo l’inizio di un viaggio nella memoria con gemme del catalogo di Macca tra Beatles, Wings e carriera solista. Oltre a Harrison, Macca ha reso omaggio a Jimi Hendrix con una versione di strumentale di Foxey Lady in coda a Let Me Roll It e ha dedicato una canzone alla moglie Nancy Shevell, presente tra il pubblico, con la pianistica My Valentine.
Affiancato dalla band con cui suona da tempo, ovvero il tastierista Paul “Wix” Wickens, il chitarrista Rusty Anderson, il chitarrista-bassista Brian Ray e il batterista Abe Laboriel Jr., oltre a una sezione fiati di tre elementi, la leggenda vivente più amata dell’universo racconta aneddoti con la stessa naturalezza di una chiacchierata tra amici. Con una differenza: tra gli amici ci sono Elton John, Sharon Osbourne e molte altre celebrità sulla balconata dove gli spettatori non hanno accesso. «Come va lassù, nei posti costosi?», scherza McCartney. «E tutti i poveracci stanno qui sotto». Esserci è di per sé un privilegio per niente scontato, all’ingresso ci sono decine di persone alla ricerca di un biglietto nella speranza di entrare.
A star-studded guest list turned out for Paul McCartney’s shows at the Fonda Theatre this weekend. pic.twitter.com/dQgUuIJAlS
— CONSEQUENCE (@consequence) March 30, 2026
Tra i racconti ce n’è uno su Tony Bennett, che durante un concerto ha detto quanto apprezzasse l’acustica della sala e per dimostrarlo ha chiesto di spegnere il microfono. McCartney lo ha imitato cantando Fly Me to the Moon senza amplificazione. Macca ha poi scoperto con grande divertimento che Bennett ha ripetuto la scena altrove. McCartney ha anche ricordato i Beatles e il periodo a Liverpool, quando quattro ragazzi sono partiti da lì e «alla fine sono arrivati in America, dove era tutto nuovo e diverso» e dove c’erano schiere di ragazze urlanti. «Fatemi sentire un urlo alla Beatles!», chiede e il pubblico obbedisce con entusiasmo prima di From Me to You.
Sabato si sono sentite canzoni diverse da venerdì tra cui Maybe I’m Amazed interpretata con voce ancora sorprendentemente elastica, in grado di passare da falsetti delicati a toni ruvidi e intensi. Altri momenti chiave sono stata l’esecuzione impeccabile dell’epica Band on the Run e poi una solitaria Blackbird.
Uno che da decenni riempie palazzetti e stadi non ha certo bisogno di suonare in locali piccoli, ma è evidente che show del genere lo divertono e lo stesso si può dire dei presenti ed è qualcosa di cui abbiamo un gran bisogno di questi tempi. All’inizio del set ha dato il benvenuto nel teatro centenario, un tempo chiamato Music Box, e più tardi ha detto che gli piace «sentire l’atmosfera del Fonda». Prima di I’ve Just Seen a Face ha aggiunto con allegria che «è bello vedervi tutti… vedere i vostri bellissimi volti», divertito dal fatto di poter persino distinguere «i vostri occhi luminosi».
Per assistere al concerto bisognava chiudere i cellulari in apposite custodie, un ritorno a una concezione intima dei concerti. McCartney ha evitare di parlare di politica – ha giusto citato Donald Trump facendo una buffa mossa di danza – eppure il concerto ha funzionato benissimo come tregua di due ore dal mondo esterno nel fine settimana delle manifestazioni No Kings.
Durante i bis ha ringraziato il pubblico dicendo che «è ora che torniamo a casa e che lo facciate pure voi». Come fa spesso, ha chiuso con il medley finale di Abbey Road facendo scendere qualche lacrimuccia con Golden Slumbers, Carry That Weight e The End. Un finale catartico di una serata straordinaria.
paul mccartney is a man of the fucking people bc how he get taylor swift, olivia rodrigo, john mayer, tate mcrae, jake shane, sabrina carpenter, & billie eilish in the same room pic.twitter.com/136cy52xkI
— mg 🪩 (@mirrorbilllie) March 29, 2026
Set list
Help!
Coming Up
Got to Get You Into My Life
Let Me Roll It
Foxey Lady
Getting Better
Let ‘Em In
My Valentine
Nineteen Hundred and Eighty-Five
Maybe I’m Amazed
I’ve Just Seen a Face
Every Night
From Me to You
Blackbird
Now and Then
Lady Madonna
Something
Band on the Run
Ob-La-Di, Ob-La-Da
Get Back
Let It Be
Hey Jude
Golden Slumbers
Carry That Weight
The End















