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Metti un live al tramonto con Franco126

In una tappa del tour di ‘Multisala’ al Parco di Vulci, seduti su teli da pic-nic, l’impressione è stata di trovarsi davanti a un Franco pigliatutto, padrone di una sorta di rituale pop di quelli pensati per arrivare a molti

Foto: Beatrice Chima


E succede anche questo, col Covid. Succede che al Parco naturalistico archeologico di Vulci – un’oasi nella Tuscia con dentro i resti di un’antica città etrusco-romana, le tombe dell’epoca e il laghetto in cui Aldo, Giovanni e Giacomo hanno girato Tre uomini e una gamba – l’organizzazione, che ogni luglio mette in piedi cartelloni di tutto rispetto con nomi mainstream e affermati del pop e del rock italiano, ripensi la propria esperienza relativa ai live in maniera non tradizionale. Ovvero: già che si sta seduti e distanziati sul prato, facciamolo non con le sedie ma coi teli da pic-nic, e rigorosamente al tramonto. In più, con un calendario ben calibrato nella sua essenzialità, grazie agli show – in programma rispettivamente stasera e il prossimo 4 agosto – di Ludovico Einaudi per il pubblico adulto e degli Psicologi per i giovanissimi. E in mezzo ai poli, come apertura al festival, ieri c’è stato il jolly Franco126, in una tappa del tour di Multisala, il disco uscito ad aprile che sta portando in giro in attesa delle due grandi date autunnali indoor, a Roma e Milano.

Foto: Beatrice Chima

Poi non so, sarà che veniamo da un inverno in casa, che questa è la seconda estate in cui assistiamo a esibizioni da seduti quando non vorremmo altro che alzarci e ballare, però il pubblico è sembrato entusiasta della situazione nuova e dell’artista. Non che fosse una Woodstock post-pandemia, certo, visto che alle droghe e agli inni all’amore libero si sono sostituite birre, selfie, antizanzare per gli insetti che hanno provato a divorarci (unico punto di contatto fra i due mondi: i piedi scalzi), e ancora adolescenti e millennial in cerca del video giusto per Instagram, genitori che accompagnano i figli come solito ai live di provincia ma anche – a sorpresa, per me – diversi over 40 interessati e partecipi, che conoscevano bene i testi, oltre che coppie coi bimbi appena nati. Però, appunto, l’impressione è stata di trovarsi davanti a un Franco pigliatutto, padrone di una sorta di rituale pop di quelli pensati per arrivare a molti, per farti cantare dall’inizio alla fine, limonare col partner sui lenti tristi (Blue Jeans, Stanza singola), scavare per tre-minuti-tre nell’intimità (Ieri l’altro), urlare cori con gli amici (l’evergreen Maledetto tempo), testimoniare sui social la propria presenza (ogni minuto è buono, qui). Un po’ per attitudine sua, un po’ per le canzoni in sé. Senza passare per il grandissimo successo radiofonico. La gente si rivede nei testi, mentre stavolta timing e location ne hanno enfatizzato la dimensione emotiva, nonostante sui teli da pic-nic si abbia una percezione più personale e meno collettiva di quanto accade. Una cosa divertente, insomma, che spero di poter rifare ma solo ogni tanto, e con l’occasione adeguata, meglio ancora (credo) se in acustico.

Ma tornando a lui – che ha lasciato intatta la struttura dello show nonostante l’occasione insolita, perdendo un po’ “l’effetto cinema” ma accendendo il pubblico e il lato malinconico, delicato e da sing along della sua musica – questa del concerto pop con tutti i crismi sembra una dimensione fortemente cercata. Con l’ultimo disco ha infatti voluto lasciarsi alle spalle i suoni e l’estetica it-pop per diventare un classico, fuori dal tempo e vicino ai cantautori scuri, di strada à la Califano e nazionalpopolare (oltre che sentimentale) à la Baglioni. Dal vivo non fa eccezione, anzi raddoppia, e al grido di «belli miei» riferito ai fan, voce roca e cappello da pescatore, mette in piedi un concerto curato nella scenografia – come da concept, dicevamo, ci sono sedie da cinema, locandine su pannelli che si scoprono un po’ alla volta, persino l’intervallo fra primo e secondo tempo sulle note di Duke Ellington – che si stacca dai sintetizzatori del genere e dalle semplificazioni, verso un impianto più tradizionale e al massimo funk in stile Senza un perché, con chitarre elettriche e acustiche, tastiere e batteria, a trascinarsi dietro le canzoni (le suona quasi tutte, in pratica) comprese quelle della vita precedente con Carl Brave, cioè Solo guai, Sempre in due e Noccioline.

Foto: Beatrice Chima

Però il passato è remoto, qui a Vulci, al massimo c’è giusto un po’ di sana nostalgia, mentre lui se la ride con la band, improvvisa un sondaggio coi fan su quale pezzo vogliano fra Nuvole di drago e Vabbè (vince la seconda, pare finisca sempre così), chiama come ospiti Gianni Bismark e Ugo Borghetti in nome della 126, finché poi non libera comunque un repertorio già muscolare dopo due album, già interiorizzato dai fan, con i pezzi in solo (Frigobar, Accidenti a te, Brioschi) e quelli in feat. tipo Senza di me, originariamente con Venerus e Gemitaiz e in cui il pubblico ripete da sé la strofa del rapper solo sentendo un accenno di piano. Ed è così per tutta l’ora e mezza abbondante di live, ed è così che deve andare in base (immagino) all’idea della regia: ciascuno sul proprio telo, ciascuno a modo suo, stando al gioco, certo; ma fino alla fine si canta e si fanno video, coi più hardcore sotto palco – complimenti per aver resistito fino a sera col caldo del pomeriggio – e gli occasionali, che non possono mancare a un concerto pop, defilati.

Poi il sole cala dietro la collina, si fa quasi buio ed è tempo di bis. È l’unico momento di strappo al mood malinconico e bucolico di prima, l’unico in cui la gente si alza e quasi si accalca, come in uno scampolo di futuro; l’affetto viene fuori, lui esegue stralci di un brano e dell’altro, ma dopo poco per via dei rigidi orari del festival gli viene sostanzialmente staccato l’impianto. Amen, questo concerto ci ha comunque detto abbastanza di dove è arrivato Franco, del piccolo classico in cui si è trasformato ben oltre l’it-pop e la necessità stessa di affermare la propria identità col manifesto di Stanza singola (era solo il 2019). Anche dal vivo, eccome. Magari non sarà, esagerando, «la penna più brava d’Italia», come dice fra il serio e il faceto a un certo punto il chitarrista Pietro Di Dionisio; ma è un autore con stile affinato e personale, e che da lì sta guidando i propri live al livello dei più grandi, di quelli che vogliono restare, coinvolgere tanto pubblico senza concedersi troppo.

Ora la prova generale è finita: ci si rivede a novembre nei palasport, dove non ci saranno teli da mare, tramonti da emozioni facili e i pochi paganti che impone il Covid; non perdere la voce, anzi mantenere l’intimismo e farlo cantare a diecimila spettatori, è il prossimo passo sulla tabella di marcia.

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