Mentre a poche fermate di metropolitana, in una piazza Duomo mezza vuota, va in scena la kermesse fascista al grido di “remigrazione”, alla Barona, storico quartiere di periferia, migliaia di persone si danno appuntamento per il concerto di “restituzione” del suo re, Marracash. Il rapper voleva portare una festa nel posto che l’ha formato e che da sempre è al centro della sua narrazione, restituendo alla Barona una po’ del suo successo: il ricavato dei biglietti, messi in vendita al prezzo “po-polare” di 25 euro, è destinato alla riqualificazione dei campetti della sua ex scuola media.
Ma questo block party non è solo una bella storia civile, nella migliore tradizione dell’hip hop come voce della strada “dalla gente/ per la gente”, ma un segno che è possibile deviare la linea imposta dal turbo business delle case discografiche e dei promoter di concerti che obbliga gli artisti a passare in pochi anni dalla cameretta a San Siro, con biglietti dai costi proibitivi per i fan e una tendenza quasi inconsapevole all’omologazione. E chi se non il più pensoso dei rapper, che vaglia criticamente ogni sua scelta anche infliggendosi una costante autocritica, poteva mettere in discussone sé stesso, e il sistema di cui è artisticamente uno dei principali azionisti?

Foto: Samuele Giunta
Guardando i ragazzi affacciati ai balconi (chi addirittura sul tetto!) dei palazzotti di via Enrico De Nicola, e poi lo sciame di folla che passa sotto l’ospedale San Paolo, dove nel 1998 morì Lucio Battisti, si ha la sensazione che il rapporto tra Marracash e la sua gente sia più forte che mai, proprio perché fondato sull’identificazione (“Marra uno di noi” c’è scritto su uno striscione) più che sulla celebrazione del mito della popstar.
Forse per questo motivo il rapper inizia il concerto con i pezzi più street e festaioli, ma anche più genuinamente tamarri del suo repertorio come S.E.N.I.C.A.R., A Volte Esagero e King del rap: già perché Marracash, dopo il Premio Tenco, l’auto analisi in rima di Persona, quella socioculturale di Noi, Loro, gli Altri, oggi non deve dimostrare più niente a nessuno, se non di essere Marracash, perenne biografia in rima e in evoluzione che ha come capitolo uno quella Bastavano le Briciole, un manifesto per i ragazzi sotto palco nonché forse il più bel brano d’autore del rap italiano.

Foto: Onofrio Petronella
È un inno ai figli di immigrati dal Sud Italia – “Termos di caffè, sei valigie in tre/ So che non potrò scordarlo mai / Andavo giù in Sicilia in Uno diesel (bastavano le briciole)” – che sabato a Milano suona come un coro che seppellisce quelli della piazza di Salvini e dei sovranisti. Altroché stadio, lo dice anche Marra: “Sono più emozionato oggi di quando ho fatto San Siro”, forse ricordando quando girò per quelle strade agli inizi della sua carriera in sella a un elefante per il video di Badabum Cha Cha.
E l’emozione aumenta quando entra in scena Sfera Ebbasta per 15 Piani, o al karaoke di quartiere per il ritornello dell’iconica Love, o infine per il duetto con Elodie Niente Canzoni D’Amore, ripreso da migliaia di telefoni che rimbalzano sui social di tutta Italia. Tanti cerchi, professionali e personali, che si chiudono con l’abbraccio del suo pubblico, e infatti Marracash sorride emozionato, pezzo dopo pezzo, sembra che se la goda davvero. E noi con lui.

Foto: Samuele Giunta
















