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Madame è qui per restare

Lo si capisce vedendola in azione. All’Alcatraz di Milano ha dimostrato di avere personalità, repertorio, un rapporto empatico col pubblico. E il talento per contribuire a rendere migliore il pop italiano

Madame all'Alcatraz di Milano

Foto: Sergione Infuso/Corbis via Getty Images

Madame è davvero la nuova & inedita speranza dell’urban italiano o, come lei ha avuto modo di dire più volte, questa è la classica uscita da stampa italiana di cui non è molto chiaro il senso e la fondatezza? Dopo aver visto finalmente l’esordio del tour di Madame – a Milano, in un Alcatraz già abbondantemente sold out, visto che causa pandemia questo era come in mille altri casi il rinvio del rinvio del rinvio – è tutto assolutamente chiaro. Senza possibilità d’equivoco.

Non è urban quello che fa Francesca Calearo sul palco (se non per qualche striatura: ma ci arriviamo). Soprattutto non è urban quello che ha confezionato per lei Luca Faraone, il direttore musicale del live, colui che da Londra con candore – e con la sola imposizione delle mani di Shablo – ha già instradato Rkomi sulla strada del pop-rock nazionale, e ora pure con Madame esercita il suo tocco: preciso, anche elegante, appropriato, ordinato. La band che accompagna Madame è infatti semplice e suona bene (con la nota di colore di una batterista giovanissima, piccolissima, davvero brava); non c’è un arrangiamento che sia fuori posto e, al tempo stesso, non c’è nemmeno la piattezza e la scarsa competenza tecnica che ammorba più di un eroe della scena indie nazionale che riempie club e palasport (perché in Italia nell’arco di un decennio “indie” è diventato da «suono storto apposta come i Pavement e i Sonic Youth» a «suono pop ma lo faccio male perché di meglio non so fare, ma che importa, alla gente piace»).

Sì: non è urban. E lo dichiara chiaramente anche la scenografia scelta per il tour. Più che un palco, in certi momenti sembra uno di quei bar della provincia veneta che, con una radicale ristrutturazione, cerca di darsi un tono. Avete presente, no? Quando togli tutta quella formica e quei tavoli di plastica in finto marmo e all’improvviso ricopri tutto di bianco, di minimalismo e di specchi: i vecchietti abituati al bianchetto restano spaesati, ma ai ventenni/trentenni/quarantenni very normal people del luogo la cosa piace. Li fa sentire internazionali, ecco, ma senza esagerare. In mezzo al prestigio, tipo, ma a tre minuti di macchina da casa; e il barista comunque parla sempre veneto, sia chiaro (anche se è un po’ spaesato pure lui ad essersi trovato catapultato in questo ambiente wannabe Supper Club, o Pharmacy di Damien Hirst trent’anni dopo – e lui nemmeno sa chi sia ‘sto Hirst, e ‘sto Supper).

C’è tanta voglia di normalità, nel live di Madame e in tutto quello che comunica. Tanta. E se pensate che questo sia un modo per sminuirlo o deriderlo, beh, sbagliate: perché invece è davvero un pregio. La personalità di Francesca in questa maniera viene infatti esposta senza filtri, senza inutili maquillage o sensazionalismi, senza effetti speciali, senza trucchi da grandeur o da tremendismo di strada (che Madame non ha, e nemmeno le interessa avere: trapper aspiranti malavitosi a favore di Instagram, prendete nota), e in questo modo viene fuori perfetta. Lei tiene bene il palco. Canta assolutamente bene (al netto delle inflessioni da AutoTune). Ha un bel repertorio. Un bellissimo rapporto col suo pubblico: un rapporto maturo, paritario, empatico (e quando sei al primo tour vero e proprio, avere già in saccoccia questo risultato è notevole, è un merito enorme, è la dimostrazione che uno spessore ce l’hai, non sei una nuvoletta da hype).

Questo bellissimo rapporto gioca appunto la carta della normalità. È normale cantare le canzoni in coro, è normale creare nel concerto un intermezzo da talk show del Grest col gioco del confessionale ed è normale che in questo gioco c’è chi urli dal pubblico «Sono lesbica!» e sia accolto da un boato di simpatia e di solidarietà e pure qualche affettuosa risata di empatia, come a dire che nel mondo della normalità di Madame esserlo non è finalmente un problema, non è una particolarità, non è uno scandalo da portarsi dietro come segreto, come croce e come testimonianza di minoranza discriminata. È solo una condizione fra tante, senza nessun minimo senso di colpa e di prurigine da portarsi dietro. Alla buon’ora.

Ecco: quest’ultima lezione forse dovrebbe capirla anche certa stampa. Certa stampa italiana che continua a considerare Madame non la normalità, ma una stranezza, una silenziosa e inspiegabile provocazione, una scheggia perturbante in un mondo in cui invece esiste solo Sanremo, come legge morale kantiana (nell’intervistarla, da un anno a questa parte troppo spesso praticamente solo domande su Sanremo e sul rapporto con esso, quasi nessuna invece sulla musica, al massimo qualcuna un po’ velata su orientamenti sessuali e sentimenti: ma che, davvero? Siamo uomini o Signorini?). La stampa per rassicurarsi dice che, senza tema di errore, Madame fa urban (tradotto: fa parte anche lei di quella schiatta strana di incomprensibili teppistelli che fanno la rap e il trap, pardon, il trap e la rap, ovvero una discutibile moda passeggera da o tempora, o mores che sì, passerà).

La verità è che se ci viene in mente un paragone ben preciso per Madame, dopo averla vista in concerto, dopo aver visto che tipo di live si è cucita addosso, e questo paragone è Raf. Pop elegante, fatto a modo; vita quotidiana sincera e pensosa, raccontata nei testi a fondo. Chiaro: Madame parla un altro linguaggio, un linguaggio effettivamente imbevuto di hip hop, di rap, di trap perché nell’adolescenza lei è cresciuta così (e d’altro canto pure Raf è cresciuto col punk: lo sapevate che a Firenze girava con una spilla da balia conficcata nel naso, negli anni ’80?); ma sostanzialmente quello che lei fa è pop. Già con l’album lo si constatava, per la delusione di qualcuno (che magari sperava nell’avvento di una Missy Elliott bianca e ventenne, o di una Eminem veneta e donna). Nel live la cosa è proprio evidente e ovvia, geometrica.

In quanto tale, lo fa proprio bene. Lo ripetiamo: Madame è credibile, è preparata, sul palco ci sa stare (e quando poi con la pratica acquisirà un po’ di malizia in più nel coltivare il proprio carisma, ci starà ancora meglio: e succederà). Saggia anche la scelta di non fare il passo più lungo della gamba: sì, abbiamo ironizzato sulla scenografia da bar di Tezze sul Brenta riverniciato, vero, ma in realtà molto meglio quello che scelte scenografiche di retorica e prosopopea, con effetti speciali, ledwall giganteschi, culti della personalità, frizzi, lazzi e confetti. C’è tempo per crescere. Tempo per progredire. Se mandi sold out due Alcatraz milanesi di fila (totale, 6000 biglietti), sei già comunque abbastanza avanti. Ed è vero che tutti questi biglietti milanesi e delle altre date già sold out sono stati venduti più di un anno fa, sull’onda della grande esposizione post Sanremo, nei momenti in cui tutta Italia ha scoperto chi è Madame, ma è altrettanto vero che il pubblico che riempiva la sala ieri aveva tutta l’aria di non guardare la tv, o al massimo di guardarla in modo laico, distaccato. Un pubblico nemmeno troppo giovane – lo diciamo a chiare lettere, per chi pensa che Madame sia un fenomeno adolescenziale: no, non lo è – e che anagraficamente sta più dalle parti dei primi anni di università, o di lavoro, che del liceo.

Un’ora e venti di concerto, stacchetto “confessionale” compreso (forse pure un po’ troppo lungo), ma è difficile fare di più con solo un album e poco altro alle spalle. Bella la parte quasi-finale giocata su voce e pianoforte e basta. Se c’è una cosa che manca, nel live, è il cambio di marcia, è l’apoteosi (nemmeno arriva col brano sanremese, che negli arrangiamenti risulta ovviamente un po’ depotenziato, senza i Dardust e le Orchestre Rai a crear dinamica). Questo è vero. Ma già così, la promozione arriva secca. E l’impressione è: Madame è qui per restare, e per rendere il pop italiano un posto discretamente migliore.

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