L’ultima religione in Italia si chiama Vasco Rossi | Rolling Stone Italia
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L’ultima religione in Italia si chiama Vasco Rossi

A Ferrara raduna la sua comunità di fedeli: vip e camionisti, fan e sconvolti. Ecco il nostro pellegrinaggio laico dove il rock continua a fare proseliti più della politica, tra reggiseni lanciati e "non siamo mica gli americani"

Vasco a Ferrara foto Ray Banhoff

Vasco Rossi in concerto a Ferrara

Foto: Ray Banhoff

Se cercate un pezzo sul concerto di Vasco Rossi a Ferrara, questo non fa per voi. Iniziamo con: tette. Grande momento… Su Rewind le ragazze salgono in spalla ai ragazzi e si tolgono il reggiseno. Alcune limonano, piangono, ridono e cantano mentre la regia ci regala una carrellata di tette sui megaschermi che rende tutti felici. Esiste qualcosa di più bello? No. Io dal Pit 1 assisto a dei ragazzi che corrono contro la transenna del Pit 2, quindi danno le spalle al palco, per assistere allo spettacolo parallelo da posizione privilegiata; Vasco sentenzia: «Siete belle, siete libere, siete selvagge». E il tripudio sale al cielo. Mi rendo pure conto che ha ragione, non c’è nessun Pride che ha la potenza di Rewind (la semplicità di «la la la la la fammi godere» è impagabile, arriva dritto al cervello, ti insegna qualcosa) e non c’è niente di più sincero di queste mammelle ballonzolanti, un’ode alla Natura Madre da un uomo che ha scritto d’amore, secondo me, come il poeta Giorgio Caproni.

I fan di Vasco al concerto di Ferrara. Foto: Ray Banhoff

I fan di Vasco al concerto di Ferrara. Foto: Ray Banhoff

E poi ci sono pure un paio di risse come non vedevo da tempo (sempre nel Pit 1 che teoricamente sarebbe un’area vip) tra ceffi con facce che potrebbero essere scelte da Martin Scorsese per fare le comparse dei cattivi in Gangs of New York. In un tripudio di femminismo vero, una signora di un metro e novanta per un quintale di stazza assesta uno sganassone a un tipetto che pare un birillo dondolante col ciuffo bianco, uno che oscilla ma non cade, totalmente sbronzo, invece che contrattaccare (non avrebbe speranze), bensì indietreggiando con mosse da Fight Club al Bar Degrado, le risponde con un ghigno di divertimento. È nato l’amore.

Ecco, lo scenario di un concerto di Vasco è qualcosa di anacronistico, ma al tempo stesso dionisiaco. Contiene in sé luce e buio. I tipi che non vorresti che i tuoi figli frequentassero, ma al tempo stesso il Paese reale, la gente che incontri al bar o al supermercato; la folla che comprende i vip fighetti del mondo della moda e i camionisti sottopagati che trasportano le loro merci a 40 gradi in autostrada, tutti lì a urlare «siii stupendo, mi viene il vomito. È più forte di meee». Capisci? È qualcosa come la Nazionale di calcio, qualcosa che ti fa venire voglia di abbracciare quello che hai accanto, che sia un poliziotto o uno con l’Audi che ti sfanala in autostrada attaccato al culo. Sono contraddizioni che solo col rock si possono ancora avverare, qualcosa che non appartiene al presente della cancel culture ma a un Novecento in cui questa musica era uno stile di vita che dava un codice estetico a cui aderire. Oggi che il rock non c’è più, questa è una grande reminiscenza di come ci rendeva potenti.

I fan di Vasco al concerto di Ferrara. Foto: Ray Banhoff

I fan di Vasco al concerto di Ferrara. Foto: Ray Banhoff

Veniamo al concerto. Io sono qui per Rolling Stone e mi dico una cosa: come fai a scrivere di Vasco nel 2026? Cioè dico, nel caso, a scrivere una critica. Ormai Vasco è Dio in terra. Poi arriva Lazza in un macchinone nero e, mentre noi della stampa siamo confinati a grattarci le palle fuori dallo stadio, invece di poter stare dentro a fare reportage, lui passa tra mille moine delle ragazze dell’accoglienza. Con dei pantaloni improbabili, oltretutto. Ma vabbè, lui è un vip e noi siamo la plebe, ci sta. A ribilanciare il karma arriva Mauro Repetto, che è gentile e sorridente, ha una birra in mano e si presta subito per le foto. Entriamo con lui mentre una ventenne gli canta Come mai e conviviamo in questo ecosistema di follia.

Credo che non si legga una critica musicale a Vasco da circa trent’anni, il che è un paradosso: è diventato famoso proprio perché lo stroncavano tutti, e ora non lo stronca più nessuno. Pensa se vado al concerto e non mi piace… come faccio? Il fatto è uno: Vasco mi ha insegnato a essere libero. Dice a Rolling Stone: «Scrivo dicendo quello che penso senza filtrarlo. Di compiacere non me ne è mai fregato un cazzo». Beh io questa roba la prendo sul serio. Io se l’ho imparata nella vita e l’ho messa in pratica è grazie a lui. E così vale per tutti quelli che sono sul prato ad arrostire da ore e che non aspettano altro che l’arrivo del loro mito.

I cantanti rock non ti insegnano cosa pensare, ma come pensare. Un giornalista una volta mi disse: il buon giornalista è quello a cui nessun potente manda i regali di Natale. Quello libero. Io non ho mai voluto prendere un tesserino dell’Ordine dei giornalisti e ho sempre applicato questo principio alla vita, alla scrittura. Mi metto le mani sul pacco come fa Vasco e lo mostro al pubblico. Noi non siamo solo fan del Kom, noi siamo discepoli. Posso stare anche nel Pit 3 e vederlo piccolo come un fagiolo, ma se sono qui è per celebrare l’adunanza, una forma di resistenza intellettuale a una società che ci vuole solo come buoni pagatori di tasse.

I fan di Vasco al concerto di Ferrara. Foto: Ray Banhoff

I fan di Vasco al concerto di Ferrara. Foto: Ray Banhoff

La prima data di Vasco a Ferrara è come ogni data di Vasco, il pellegrinaggio alla Mecca. I fan già dalla navetta urlano in coro e stappano birra in modo così molesto che qualcuno guarda a terra non sapendo dove altro guardare. Se non ti azzardi a cantare rischi che qualcuno ti venga a squadrare: «E magna ste olive, so’ greche» , direbbe il compianto Mario Brega. Però mi piace. Come mi piace camminare per mezz’ora per raggiungere un palco sterminato e mi piace l’adrenalina di poter vedere Vasco da sotto il palco anche solo per dieci minuti.

Mi piace anche la scaletta, coraggiosa, piena B-sides. Accidenti, che emozione. L’unica critica che posso porre è la scelta di virare verso un hard rock americanissimo e quasi heavy metal, con Vince Pastano che è un gran manico e suona delle bellissime jazzmaster ma le fa uscire come se fossero delle ESP. C’è tanto distorto, tanto palm muting, tanto hard rock tecnico che un po’ secondo me appiattisce il sound. Poi ci sono le fiamme sul palco come per i Metallica che sono una gran tamarrata e quelle invece mi fanno godere. Insomma, Vasco ha veramente provato a fare il rock italiano e c’è pure riuscito solo per come sta al microfono, a mio avviso non ha bisogno di uscire dall’impianto come i Dream Theater. Ma son tutte menate: Siamo soli è perfetta, Tango della gelosia e La noia sono uniche. Ciao è in assoluto il pezzo più bello in scaletta e finalmente è suonato dal vivo. Vasco pompa forte.

Capisco che dentro di me, in segreto, sono in conflitto con quest’uomo. Conflitto non è la parola adatta, diciamo più che è un braccio di ferro mentale quello fra il fan e l’artista. Il primo pretende dal secondo l’adempimento a un rito che deve restare immutato (stesso sound, stesse scalette, guai agli stravolgimenti), il secondo invece, proprio per una sua soddisfazione personale, ha sempre bisogno di innovarsi e stravolgerti. Lo capisco filosoficamente, è proprio il corpo che fa fatica. Ma che diritto ho? Quest’uomo ha dato così tanto alla mia vita che non posso avanzare nessuna pretesa.

Anche stasera, che torno a casa felice, ho imparato che gli artisti non ci appartengono, che non sono al nostro servizio, che non dobbiamo chiedere a loro nulla se non di fare quello che vogliono. E questo in un momento in cui tutti ti vogliono dare la lezioncina di morale, di vita, in cui le regole della maledetta community di Meta hanno rimpiazzato il galateo.

L’aspetto geniale di Vasco è che non ha bisogno di schierarsi nelle interviste su temi come pace e guerra come fanno gli artisti sfigati e presenzialisti su cause dell’altra parte del mondo ma mai, che ne so, contro l’Inps, la corruzione, la mala sanità, la mala giustizia, la burocrazia, la merda che affoga questo Paese. Son tutti buoni a dire “fuck Trump” ma solo uno ha scritto e canta: «Non siamo miiica gli americani, che possono sparare agli indiani». Sotto il rumore di un mitragliatore e se non bastasse arrivano C’è chi dice no, (Per quello che ho da fare) faccio il militare e Gli spari sopra.

Finisce così tra mille altre emozioni di cui non sto a scrivere perché sarebbe riduttivo. La sua folla di sconvolti, a cui appartengo, non ha più santi né eroi ma, cazzo, è ancora qui con lui e solo lì vorrebbe stare. Ricordiamocelo lunedì mattina quando andremo in ufficio a sottostare a un capetto stronzo o a qualche piccola angheria. A questo servono i sogni.