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Luchè è diventato una star (ed era ora)

Il concerto al Forum di Assago è la prova definitiva: nella geopolitica del rap Napoli non è più provincia, ma impero. E il merito è in buona parte di questo quarantunenne infaticabile

Credits di tutte le foto: Marco Arici

In un’intervista concessa a Rolling Stone subito dopo l’uscita di Dove volano le aquile, il suo quinto album da solista, Luchè – nome d’arte di Luca Imprudente, rapper partenopeo cresciuto nel quartiere di Marianella, imprenditore transfrontaliero di successo e, in una vita precedente, fondatore dello storico duo Co’Sang con lo pseudonimo di Luca Malphi – dava corpo ai suoi personalissimi cahiers de doléances scagliandosi contro tutto e tutti: le radio ree di non passare le sue canzoni, la scarsa attenzione riservatagli da una stampa di settore poco attenta al suo percorso e alle tappe di una carriera ultraventennale (tanto per rendere conto della portata generazionale di questo artista: quando ha iniziato a rappare, rigorosamente in napoletano, era il 1997: chi scrive aveva cinque anni e oggi combatte una battaglia senza speranza con i capelli bianchi) e il lavoro fallimentare della sua vecchia etichetta discografica.

Degli sfoghi abrasivi e un po’ enfatici ma tutto sommato comprensibili se pensiamo che, quando parliamo di Luchè, parliamo di un pezzo importante della storia dell’hip hop nostrano, esponente di punta della scuola partenopea e appassionato divulgatore di una tradizione che merita massimo rispetto, prolifica e stratificatissima, ma mai del tutto normalizzata nello spazio del (chiedo scusa) mainstream, vuoi per motivi linguistici, vuoi per l’assenza di un ecosistema imprenditoriale favorevole per chi cerca di portare in alto la propria musica; attenzione: questo è lo stato dell’arte che vigeva prima di Luchè, of course.

Sì, perché la serata di ieri ha certificato una volta per tutte che, nella storia dell’hip hop campano, c’è un prima e un dopo Luchè: vedere 12 mila persone a Milano cantare all’unisono in dialetto napoletano è un mezzo miracolo, un’impresa inimmaginabile fino a pochi anni fa che non può che essere letta come il giusto riconoscimento per una carriera lunghissima e sofferta. Una routine fatta di ore in studio, cadute e risalite, con lo spauracchio della depressione da respingere e un’ambizione smisurata e incontenibile che (fino a ieri) non riusciva a trovare libero sfogo.

L’ex Co’Sang ha impiegato 41 anni per prendersi Assago e dimostrare che, sì, è concesso sognare in grande anche se si è nati al di fuori della Madonnina, anche se il dato anagrafico gioca a tuo sfavore, anche se hai iniziato a fare rap in contesti iper underground e rivolti a nicchie ristrettissime, quando per questa musica non esisteva neppure un mercato.

Luchè è stato rap game prima che esistesse un rap game: lo spazio che è riuscito a ritagliarsi con le unghie e con i denti, senza contare su grossi aiuti esterni, senza godere della spinta di radio e televisioni, senza l’onda lunga delle promozioni oceaniche, be’, fa semplicemente impressione.

Ne abbiamo avuto prova ieri, osservando un pubblico stupendamente meticcio e totalmente rapito, estasiato e perfettamente a proprio agio nell’urlare a squarciagola pezzi che, fino a qualche anno fa, avremmo etichettato come inaccessibili, come O’ primmo ammore, Over e Fake: una rottura linguistica attesa per troppi anni e, finalmente, portata a compimento.

Con ogni probabilità, se dovesse rileggere quelle dichiarazioni al veleno in questo preciso istante, poche ore dopo l’estasi post-Assago, be’, avrebbe di che sorridere: il sold out del Forum, il trasporto dei fan e la quantità di ospiti d’altissimo profilo che hanno scelto di contribuire all’esame di maturità di un artista a lungo reputato “sotterraneo” ma che – è un dato di fatto – ha rappresentato un esempio e una fonte di ispirazione per molti, prendendo parte a quella che lui stesso ha definito come «la serata più importante della carriera», è forse la massima certificazione di stima possibile.

La lista dei partecipanti alla festa è lunghissima: nello spazio di poco più di due ore di live abbiamo visto alternarsi sul palco Elisa, Night Skinny, Marracash, Guè, Sfera Ebbasta, Paky, Geolier, Shiva e CoCo.

Insomma: Luchè è diventato una star – i fan più hardcore potrebbero obiettare che, per la verità, questa trasformazione era già iniziata qualche anno fa, in occasione del tour di Potere, quando riuscì a piazzare la banderina in un luogo semi sacro come l’Alcatraz; colonizzare il Forum, però, è un’altra storia: alza l’asticella sotto tutti i punti di vista.

In definitiva: nella geopolitica del rap Napoli non è più provincia, ma impero. E il merito è in buona parte di questo quarantunenne infaticabile.

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