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Ligabue e i suoi fan sono “vivi abbastanza”

Siamo stati tra i 100 mila della RCF Arena. Abbiamo sentito un'antistar in pace col suo mestiere, abbiamo visto i suoi fan non scomporsi mai, nemmeno nei dialoghi farseschi con un giornalista

Ligabue

Foto: Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images

Di sicuro ci sono stati anni (pochi) in cui Ligabue non si esibiva per una quantità impressionante di persone. Ma è difficile ricordarli. Nell’ambientino della musica abbiamo fatto l’abitudine a queste sue adunate da 100 mila persone (per l’esattezza, 103.006 paganti): non sorprendono più.

Eppure molti aspetti del concerto autocelebrativo “30 anni in un giorno” con cui ha inaugurato la RCF Arena – upgrade del Campovolo – sono sorprendenti. Anche più dei duetti con gli ospiti d’onore – in ordine alfabetico: Loredana Bertè, Francesco De Gregori, Elisa, Eugenio Finardi, Gazzelle, Mauro Pagani – e della presenza dei musicisti che hanno condiviso con lui gli ultimi 30 anni: 1) Il Gruppo 2) La Banda e 3) I ClanDestino (chissà cosa aveva causato questo soprassalto di originalità nella scelta del nome).

Ed è sorprendente la convincente sicurezza con cui, senza alcun tangibile dazio pagato ai due anni e mezzo passati giù dal palco, ha interpretato le 31 canzoni delle tre ore di concerto, gestendo con naturalezza le ondate emotive della serata. Sì, è sorprendente, perché che diamine, Luciano Ligabue non nasce showman, non ha la piacioneria naturale con cui è nato il grosso dei grandi animali da grandi palcoscenici. Ci ha lavorato con una dedizione e una convinzione che mettono persino una certa soggezione. È rimasto se stesso, con i suoi personali spigoli, ma ha trovato una sua via per arrivare a un numero impressionante di persone. Dalle quali viene un’altra sorpresa, forse la più inaspettata da chi scrive, che ha dovuto buttare un grazioso mazzo di cliché preparato prima di arrivare a Reggio Emilia.

Mettiamola così: i fan di Luciano Ligabue gli somigliano. Ma non anagraficamente. Perlomeno, non i 100 mila e passa convenuti alla RFC Arena. I brizzolati ovviamente ci sono ma li si nota più che ad altri concerti, perché non sono la componente principale. Tantissimi dei convenuti hanno tra i 25 e i 35 anni, e in effetti il titolo del concerto “30 anni in un giorno” sembra assumere un significato non preventivato. Ma i tentativi di fare una solerte inchiesta sul campo per capire cosa ci fanno qui malgrado l’appartenenza a tutt’altra generazione vengono rimbalzati come se a rispondere fosse Ligabue medesimo, magari quello del 1990, che pubblicava il suo primo album a 30 anni: un esordiente già maturo, con un suo vissuto da condividere.

Può darsi che questo sia alla base di questa (sorprendente) sintonia con quella fascia anagrafica, magari non nelle urbanissime metropoli che monopolizzano la musica italiana oggi, ma nel più che rilevante resto della nazione, quello il cui disagio è considerato uncool. Comunque stiano le cose, la maggior parte dei tentativi di questo inviato di approfondire le storie degli spettatori sul pratone sono stati accolti da una serafica, ligabovica insofferenza nei confronti del giornalista. Un atteggiamento che forse strapperebbe un sorriso divertito al rocker di Correggio (e normalmente anche al giornalista, se solo la cosa fosse capitata a un suo collega invece che a lui). Per capirci, ecco un campionario di conversazioni: se qualcuno fosse interessato a verificarne la veridicità, faccia presto, perché per motivi che emergeranno, saranno rapidamente distrutte.

 

 
 
 
 
 
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Giornalista vs giovane donna con accento emiliano. «Ciao. Posso chiederti come hai cominciato a seguire Ligabue?». «No. Cioè, puoi. Ma non ho voglia di rispondere. Cioè, senza offesa. Ma sono fatti miei».

Giornalista vs altra giovane donna con accento lombardo e bikini rossonero. «Sto scrivendo un articolo per Rolling Stone. Ti posso chiedere se hai già visto concerti di Ligabue?». «Sì». «Sì posso chiedertelo, o sì ne hai già visti?». «No». «Ti sto dando fastidio?». «No, sei educato, cioè abbastanza. Sono io che non sono interessante». «Ah… Perdona la domanda, ma è un’opinione certificata di chi ti frequenta o è una specie di tuo progetto che porti avanti?». «Sei divertente, eh. Posso chiamare una mia amica?». «Magnifico – ma lei risponde alle domande?».

Giornalista vs amica della giovane donna col bikini. «Tu mi daresti una mano per un articolo?». «Ti pagano, dovresti fartelo da solo». «Ma mi pagano anche per descrivere i fan di Ligabue». «Allora cerca dei fan di Ligabue». «Tu non lo sei?». «Io sono qui per vedere il concerto». «Di Ligabue». «Sì, mi piace molto e voglio vedere il suo concerto». «Ok, mi pare di aver colto. Va beh. Tu cosa dici, secondo te se faccio una domanda a quel tipo con la maglietta con la scritta “È venerdì non mi rompete i coglioni” mi dà delle risposte lineari?» «Con quella t-shirt? Tu cosa dici?». «Hai ragione, me le cerco». «Quello, quello! Vai a intervistare il tipo là, quello con il cartello “W la figa”». «Va bene se gli dico che mi mandi tu?». «Ahaha, sei ameno». «Ameno??». «Dovresti fare lo YouTuber». «Uh, che male. D’accordo, è stato un piacere, grazie».

Giornalista vs giovane uomo con bandana giallorossa con scritto LIGA (provenienza incerta, forse milanese). «Ciao, posso chiederti quanti concerti di Ligabue hai visto?». «Io non rilascio dichiarazioni» (risate degli amici seduti nei pressi). «Qualcuno rilascia dichiarazioni?». Amico del giovane uomo con bandana: «Sì, voglio mandare un messaggio alla mia tipa che me la mena che sono al concerto di Ligabue».

Giornalista vs amico del giovane uomo con bandana. «Perché te la mena? Lei cosa ascolta?». «Gué Pequeno». «Hai provato a convincerla a venire?». «Sì, ma con tutte le fighe che ci sono qui è meglio che non sia venuta – aspetta, dove lo posti quel video? Non mi hai chiesto l’autorizzazione a farlo». «Infatti non lo posto, è solo per trascrivere quello che dice la gente». «Ti denuncio». «Ma per cosa?». «Molestie. Stai molestando la mia storia d’amore». «Lo hai detto tu che volevi mandare un messaggio». «Sì, ma anonimo». «Lo è: non mi hai detto come ti chiami». «Mario. Adesso che lo sai, ti devo uccidere». «Mi arrendo: vado». «No, troppo comodo. Ora mi devi trovare una tipa».

La cosa affascinante è che proprio come Ligabue, praticamente tutti gli intervistati ridono poco, anche quando la conversazione prende una piega farsesca. In compenso quando alle 21 in punto il festeggiato entra in scena, le facce dei presenti si illuminano di una gioia evidente. Eppure, mai scomposta. La sua sembrerebbe una fandom unica: numerosissima anche se selezionata con cura, tra piccole stelle senza cielo e sognatori di rock’n’roll. Anche quando ballano sul mondo, non vogliono distruggerlo – del resto poi dove ballerebbero? Quando gridano tutti insieme “Sono vivo abbastanza”, i megaschermi li inquadrano e la loro emozione è chiaramente visibile; però non è estatica, un po’ come se avessero imparato dalla vita a non sopravvalutare la felicità. Quando urlano contro il cielo, il loro non è un urlo rancoroso, sembra più un gigantesco “Va beh, cielo: grazie lo stesso”. In sintonia con quello che in conferenza stampa Ligabue ha definito come «un sentimento di gratitudine fortissima per chi mi ha permesso di vivere questa vita fino ad ora». Non è un caso se il concerto inizia con Non cambierei questa vita con nessun’altra. «È l’ultima che è uscita, è nata dopo la scrittura del mio ultimo libro, in cui ho srotolato tutti i ricordi della mia vita che sentivo come significativi».

 

 
 
 
 
 
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Sarà stata l’autoindagine (anche se onestamente, eravamo persuasi che ne avesse già fatte a iosa, tra canzoni, libri e cinema, si vede che gli autoesami non finiscono mai) ma prima di salire sull’immenso, nuovo palco della RFC Arena si era mostrato affabile e rilassato. Come se il tuffo nella prima adunata oceanica dopo due anni e mezzo di lockdown non lo turbasse nemmeno un po’. Se fosse davvero così, potremmo persino essere di fronte a un’ulteriore sorpresa: Ligabue che fa pace con certe magagne personali delle quali faticava a venire a capo. Anche guardando il concerto e confrontandolo con quelli visti in passato, MiticoLiga non è mai sembrato così in pace con il suo mestiere, con il suo successo e pure con quelli che non lo amano o ai quali è capitato di recensirlo a randellate (o magari invece fa finta, e aspetta solo il momento di darmele indietro). «Con l’ispessimento delle arterie mi sento sempre più sentimentale», dice in conferenza stampa, e quasi (QUASI) sorride. Poi filosofeggia: «Certe volte ci facciamo convincere che esistano dei modelli di vita perfetta, ma nessuna vita è perfetta. E sono contento di essere arrivato, di recente, a questa conclusione».

Uno degli aspetti che più colpiscono della nuova arena campovolica, che tra qualche giorno ospiterà le sette divas italiane insieme per l’evento “Una. Nessuna. Centomila”, è l’inclinazione di cinque gradi ottenuta, ci dicono, con 12 tonnellate di terra aggiuntiva. Un declivio dolce che permette alle ultime file di vedere meglio il palco, ma anche a chi sta sul palco di vedere che ci sono facce, c’è vita anche là. La distanza con il pubblico, per quanto immenso, sembra ridursi. Difficile dire se questo dà un suo contributo, ma sorprendentemente, proprio nella sera in cui Ligabue si autocelebra, non sembra affatto una rockstar: la sua faccia ingigantita dai megaschermi non sembra quella di un eroe. Alla fine, è uno che voleva dire delle cose, e ha trovato tantissime persone che volevano ascoltarlo. E come questo articolo nel suo piccolo ha tentato di mettere in evidenza, non è gente che ascolterebbe chiunque.

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