Avete già visto i video che ieri hanno invaso i feed di Instagram sull’ingresso della band sulle note di Se telefonando, il capolavoro di Mina e Morricone (con testo di Maurizio Costanzo) che ha letteralmente fatto uscire di testa Grian Chatten durante la lavorazione di Dopamine Chamber e che ha rappresentato una grande fonte di ispirazione per il modo in cui ha usato la voce. Una sorpresa per il pubblico italiano, la conferma di un legame che se non è speciale merita quanto meno un’attenzione particolare considerando anche quanto i Fontaines D.C. siano amati qui da noi (una settimana dopo l’uscita il disco è secondo in classifica).
Pronti, via, si apre con Tongue e l’Unipol Arena di Bologna si immerge in un delirio che dura poco meno di due ore in cui Grian Chatten e soci si dimostrano all’altezza delle svariate responsabilità con cui li si attendeva al varco in questo tour. Il primo nei palazzetti, che apre una serie di concerti da headliner nei grandi festival. La possibilità di sentire per la prima volta i pezzi di un disco, Dopamine Chamber, tanto di successo quanto discusso, con una polarizzazione tra chi lo sta amando e chi odiando che sembra averci riportati ai tempi dei forum musicali, delle discussioni infinite sul valore o meno di un disco e delle grandi discussioni su tutto quello che conta, cioè la musica. Anche questo, se ci pensate, è un valore.
E se da grandi poteri derivano grandi responsabilità, i Fontaines D.C. dimostrano di essere perfettamente consapevoli se non del proprio ruolo, della propria dimensione. Quella cioè di una band grande, le cui canzoni nuove sono già cantate a squarciagola da un pubblico che ha mandato sold out il palazzetto (14.000 presenze circa) e che sa come reggere questo tipo di palco e questa dimensione. Da un certo punto di vista, arrivare dall’indie vuol dire essersi fatti una certa gavetta che non ti fa temere niente.
Primo pezzo del live dedicato a un mini best of della band, andando a ritroso su Here’s the Thing (se l’Unipol Arena non è il posto in cui si sente meglio del mondo, almeno le chitarre avevano una resa incredibile), Nabokov e Boys in the Better Land. Anche a dire che le accuse di essersi venduti per il successo abbracciando una musica più mainstream e plasticosa lasciano il tempo che trovano: messe una in fila all’altra le canzoni hanno una coerenza e un’identità molto forte. Arrivati al quinto disco i Fontaines D.C. devono sì promuovere Dopamine Chamber – suonato quasi completamente compresa una reprise di Happy for You interrotta a metà per permettere l’intervento dei medici per una persona che si è sentita male nel pubblico – che dal vivo ha una forza che probabilmente convincerebbe anche i più scettici proprio perché ti permette di apprezzare in tempo reale il lavoro di costruzione sonora tra tappeti di tastiere, chitarre bilanciate tra atmosfera e assalto sonoro, e una sezione ritmica ormai granitica (quanto è migliorato Tom Coll come batterista dai primi concerti a oggi), ma anche valorizzare la loro storia e la loro eredità. Ecco quindi A Hero’s Death, Jackie Down the Line, Roman Holiday e una Big Shot suonata fortissima portandola, come ormai spesso accade con la band, in territori quasi shoegaze.

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia
Se Favourite e Starbuster sono ancora oggi la cosa più vicina ai singoli di successo che i Fontaines D.C. hanno a disposizione, la potenza incredibile di un pezzo come I Love You (qui dedicata a Paolo Sorrentino, uno dei registi preferiti di Grian Chatten) resta intatta al 100%, mentre la suggestione di Six Shot Morning live è davvero rafforzata portando il trip hop da cui sembra partire dentro un crescendo dark wave, mentre la ballad maledetta di Where Is Gone? dal vivo si configura come perfetto commiato di una band che dal vivo trova la sua dimensione naturale per far rendere anche le canzoni più complesse qualcosa di davvero molto forte, ruvido e – sì, diciamolo – rock’n’roll.
Ho scritto spesso che considero i Fontaines D.C. la band più importante di questi anni non tanto per il loro successo (ormai indubbio) ma per la capacità di rendere in suono e parole la tensione di questi anni, restituirla come musica riuscendo quindi a essere sempre sintonizzati nel presente. Dal vivo, il concerto dell’Unipol Arena ha confermato ancora una volta come qui si aggiunga anche un elemento che in questi tempi non fa sottovalutato: il carisma, la presenza, l’effortless cool con cui i cinque (sei compreso il tastierista-chitarrista live Chilli Jesson) si prendono la scena, catturano l’attenzione di più persone possibili e la portano esattamente dove vogliono loro. È un pregio delle rockstar, scriverebbe lo scrittore americano David Hepworth, quella di portarti in una dimensione che è solo loro, che permette quindi di sbloccare l’unicità dell’esperienza che solo questo tipo di approccio e questo tipo di musica ti permettono.
Ecco, i Fontaines D.C. – soprattutto Grian Chatten, forse l’unica vera autentica rockstar contemporanea (ultimo esemplare di una specie che include Liam Gallagher e Julian Casablancas) – dal vivo sono esattamente questa cosa qui: una band che in questo momento non ha rivali, che suona con potenza e precisione, che sa da dove viene e non ha nessuna paura di scoprire dove la musica li porterà, e soprattutto non hanno paura di portarci con loro il più alto numero di persone possibili. E se qualcuno nel mentre storcerà il naso, affari suoi, perché alla fine si sta perdendo una cosa incredibile che ci sta capitando sotto gli occhi e abbiamo la possibilità di vivere in tempo reale.















