L’Eolie Music Fest è la rassegna per chi ha capito tutto della vita e della musica | Rolling Stone Italia
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L’Eolie Music Fest è la rassegna per chi ha capito tutto della vita e della musica

Un caicco al posto del palco, onde vere al posto della ola del pubblico, uno scenario pazzesco: nel festival di Samuel dei Subsonica la musica torna ad essere un'esperienza a misura d'uomo

Colapesce e Dimartino sul caicco dell'Eolie Music Fest

Foto press

L’epifania è stata durante il live di Colapesce e Dimartino (con l’ottima aggiunta di Alfredo Maddaluno a tastiere e batteria elettronica): non tanto per il live in sé, attenzione, perché si sa che i due hanno il loro lunare charme (che poi Dimartino tra l’altro è un bassista bravissimo) e, insomma, ora pure la carta leggerissima da giocare per entusiasmare il gentile pubblico, quindi ecco, la loro cosa funziona a prescindere. No. È stato più una questione di allineamento dei pianeti, che va al di là di un live set più o meno riuscito: c’è stato un attimo durante la loro esibizione in cui l’Eolie Music Fest tutto è sembrato veramente la cosa giusta al momento giusto. Qualcosa di perfetto. Qualcosa che non poteva essere fatto o pensato meglio. Qualcosa che ti salva l’anima, e ti (ri)porta in un posto migliore.

Rewind. Facciamo un passo indietro. Questa faccenda di portare la musica in mezzo alle Eolie Samuel Romano – il cantante dei Subsonica, e il direttore artistico/co-creatore della faccenda – l’aveva già pensata e messa in pratica un anno fa, se non anche prima. Il 2021 doveva essere una implementazione nemmeno troppo brusca del progetto originario (con l’idea di invitare magari qualche dj/producer straniero); poi, come talvolta accade, ma come è più raro accada in una stagione flagellata dalla paura imprenditoriale da pandemia, si sono coagulati delle forze e degli obiettivi inizialmente insperati e non considerati. Marea Eventi, una società creata da Massimiliano Cincotta coaudiuvato da gente giovane e sveglia, ha alzato gli obiettivi e ha fatto diventare tutto questo un festival. Un festival vero e proprio. Dieci giorni di concerti. Con una signora line up: Subsonica ovviamente, così anche i già citati Colapesce e Dimartino; ma anche Coma_Cose, Negrita, Willie Peyote più vari altri coriandoli e ricercatezze notevoli (in primis i Nu Guinea, pardon, Nu Genea, vittime del panico da politically correct fino a cambiarsi il nome ma comunque sempre molto bravi e divertenti; e poi Erlend Øye, ma su di lui ci torneremo).

Il passaggio da «massì, c’è una barca con sopra Samuel e qualche amico suo che fanno della musica» al fare un evento con un cartellone così major (un mini-Sanremo, praticamente, considerando quanto si è svecchiato Sanremo) non è proprio semplice semplice. È stato attutito con una robusta dose di partner e sponsor (d’altro canto Armani è di casa, alle Eolie: vuoi che non ringrazi per il disturbo portando in dote uno dei propri marchi? Ma oltre a lui a vario titolo hanno collaborato una trentina di realtà diverse, tantissime), e con la mente sveglia e l’umana disponibilità dello staff. Ma anche degli artisti.

Samuel, Willie Peyote e la Bandakadabra

Qui arriviamo al punto focale. Questo festival, senza un coinvolgimento reale degli artisti e delle loro crew, non sarebbe fattibile. Semplicemente, non sarebbe fattibile. Già suonare su una barca – bello il caicco che faceva da main stage, eh, ma pur sempre una barca dagli spazi ristretti e dall’ondeggiamento continuo – mette alla prova voglia e disponibilità, eccome se lo fa. C’è chi fra gli artisti è diventato verde dal mal di mare durante il soundcheck (ma poi le pasticche anti-nausea, diventate preziose sull’isola come non mai, hanno risolto ogni problema); c’è chi fra i tecnici – praticamente tutti – ha dovuto lavorare in condizioni difficilissime, poco spazio per muoversi, onde improvvise a farti perdere l’equilibrio mentre sposti un ampli o una tastiera; c’è chi ha dovuto rinunciare a tutto ma proprio tutto degli abituali lussi da hospitality rider (solo birra e patatine, e ottimi cockatil in busta di carta – sì, avete capito bene, ma sono buoni davvero – di uno dei partner dell’evento).

Tradotto: se non ti senti davvero parte dell’impresa, a questo festival non ci vai. Questo riguarda gli artisti e i loro staff, ma riguarda un po’ anche il pubblico, a dirla tutta. Perché le Eolie sono bellissime, sì, ma per arrivarci devi affrontare un viaggio corto e breve solo se vivi a Milazzo; e perché comunque l’esperienza di vivere un concerto stando su una delle barche di fronte al caicco-ammiraglia, quello che ospita il palco, con accanto due barchine a sorreggere l’impianto (impianto ottimo, visto che è uno dei service migliori d’Italia, anche loro partner non solo lavorativi ma di amicizia), è strana. Sì, è una esperienza strana. Ci aveva già provato Salmo in Sardegna, non è la prima volta che in Italia accade una cosa del genere, ed è una via davvero filologicamente e geograficamente corretta, visto che l’Italia è una terra circondata dal mare e che l’arte di arrangiarsi e di essere creativi è nel genius loci nazionale. Però ecco, assicuriamo che comunque è un po’ straniante. Metafisico, ecco. Non respiri l’impatto della folla, della massa: è come se tutto fosse stato atomizzato, sminuzzato, metafisicizzato, frazionato in una serie di imbarcazioni (in questa prima edizione mai troppe, ma nemmeno troppo poche), di cui solo un paio – quelle dei posti low cost – comunicavano un minimo di idea di folla, di energia collettiva, mentre le altre erano semplici imbarcazioni private con otto, dieci amici a bordo che si divertivano e, nei casi più esagitati e/o romantici, fingevano entusiasmo da persone pigiate in prima fila. Ma appunto: era anche una piega teatrale e una voglia di mettersi in mostra, oltre al trasporto vero per la musica.

Coma_Cose

Deludente il tutto, quindi? No. Non deludente: diverso. Ecco, venendo al punto: l’allineamento dei pianeti che si è avuto all’improvviso con Colapesce e Dimartino in versione live ridotta come organico rispetto a quanto porteranno in giro quest’estate su terraferma, ha regalato la chiave interpretativa giusta. Eolie Music Fest è un meccanismo molto particolare, un gioiellino che vive della bellezza unica dei luoghi e dell’unicità logistica del tutto ma che ha bisogno di respirare. Ha bisogno cioè di band e musicisti che sappiano suonare fra gli spazi e fra le note, con silenzi e rarefazioni, senza però per questo snaturarsi. Nel momento in cui la vibrazione sul palco risuona con l’intensità del mare e delle terre vulcaniche sullo sfondo, allora scatta la magia. Ed è una magia che, se portata avanti, può diventare unica in Europa, e forse anche al mondo.

Domanda: le 5000 persone in dieci giorni (metà per i concerti di terra, metà per quelli di mare) dichiarate dal festival a fine edizione sono tante o poche? Risposta: sono tante pensando all’equilibrio dei luoghi ed alle difficoltà di una prima edizione (difficoltà superate col sorriso, per quello che abbiamo visto noi, sempre: e questa è tanta roba), sono poche pensando alla portata della line up – in tempi normali ciascuno dei main act in cartellone le 5000 persone le porterebbe in un singolo concerto, o quasi – ed anche alla bellezza ed unicità del tutto. Perché è tutto talmente bello e magico che ti chiedi come sia possibile che subito in decine di migliaia non si siano accorti della cosa, facendo a gara a contendersi i biglietti, con tra l’altro l’opportunità di vedere band amate non in spianate da ippodromo o da parcheggio ma finalmente in un contesto pazzesco, unico.

The Winstons

Resti insomma con l’indecisione se augurarti che Eolie Music Fest resti un best kept secret per te e pochi altri, o diventi un fenomeno globale come per certi (molti!) versi meriterebbe, con biglietti bruciati in prevendita in pochi attimi dal lancio. Tuttavia su una cosa non ci sono dubbi. Ovvero che torni a casa con l’insegnamento che (forse per la pandemia, chissà?) il fattore umano può tornare ad essere una carta un decisiva e rilevante nel business, evviva evviva: le difficoltà, le restrizioni, la necessità di inventarsi format particolari possono cioè finalmente toccare i musicisti e i loro manager, che a loro volta coinvolgeranno le strutture che li assistono e rappresentano sul mercato, portando tutti a sentirsi di nuovo delle persone in missione per il bello. Cosa che un po’ si stava perdendo, con l’indie pre-pandemia a gonfiarsi fino a diventare mainstream quanto un Baglioni o un Antonacci qualunque, e coi soldi facili che piovevano da concerti sempre più sold out e, soprattutto, da brand sempre più desiderosi di acquistare un brandello di carne o di anima dei cantanti (o dei rapper, o di quello che volete voi), col risultato che l’aria attorno alla musica di casa nostra era prograssivamente più simile a una riunione di social media specialist e marketing director e brand manager. Oh sì. Tutta gente che, sul caicco che faceva da palco e backstage per l’Eolie Music Fest, non ci sarebbe potuta stare; o, se a bordo, avrebbe dovuto farsi piccola piccola, per far passare i tecnici che montavano e smontavano il palco in condizioni quasi proibitive. Che affronto.

Insomma: è stato davvero bello e magico e particolare. Pur con tutte le stranezze, pur con tutti i limiti. Abbiamo quasi paura a dirlo e a scriverlo, quanto sia stata e sia una esperienza particolare e intensa: per il rischio che si spezzi la magia. Ma chi ha pensato e chi porta avanti questo festival merita la buona sorte e il vento a favore; sperando ci sia sempre una rada dove ripararsi, se si alza il vento della tempesta e dell’incertezza. E se non c’è quella, beh, ci sarà sempre e comunque un Erlend Øye che compare dal nulla, con la sua chitarrina, e inizia a cantare circondato via via da sempre più persone. Lui, trasferendosi dalla Norvegia prima e da Berlino poi nel Sud Italia, ha capito tutto della vita. Vediamo se e quanto riusciremo a capirla anche noi.

Subsonica