«Le quattro X dei Litfiba contro la Z dei carri armati di GasPutin» | Rolling Stone Italia
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«Le quattro X dei Litfiba contro la Z dei carri armati di GasPutin»

Ieri sera, nella prima tappa del tour della reunion e dei 40 anni (XXXX nella scenografia, una X per decennio), Pelù e Renzulli hanno fatto i conti con la storia. Oggi Marlene è a Mariupol e 'Istanbul' è per le donne curde. Le mitragliatrici italiane in Ucraina? «Contro il nazi-fascismo ci siamo salvati grazie alle armi»

I Litfiba a Padova

Foto: Michele Piazza

«Il nostro primo disco Desaparecido era stato pubblicato in Francia per Sony, ma in Italia ce lo siamo autoprodotto e ne abbiamo vendute solo 5000 copie, praticamente porta a porta», racconta Piero Pelù. «No, guarda che erano meno! Perché ne abbiamo vendute 7000 con 17 Re», risponde Ghigo Renzulli. «No, fidati: Desaparecido erano 5000. Tu non ti ricordi, ma io ero il tuo discografico!», sentenzia ridendo Pelù.

Nei camerini del Gran Teatro Geox di Padova, i due membri fondatori dei Litfiba si ritrovano a fare davvero i conti con 40 anni di carriera insieme, anzi, 40+2 come specifica il sottotitolo del tour L’ultimo girone, considerato che il Covid ha impedito di festeggiare a dovere il quarantesimo anniversario tondo tondo della band, nata appunto nell’ormai remoto 1980.

Piero Pelù e Ghigo Renzulli tornano con la memoria all’85 perché in quel periodo i Litfiba erano una rock band italiana che iniziava a funzionare bene anche all’estero, tanto da vedere il proprio album d’esordio stampato e distribuito in Francia, «dove eravamo veramente fuori», raccontano col ghigno, ricordando «i nostri favolosi anni ’80 a Parigi» celebrati in concerto con Paname e quel ritornello “grognards et grenadiers sont fous de moi, pendant la nuit des revolutionaires” cantato leggermente fuori tono.

Foto: Michele Piazza

I Litfiba parlano del loro successo underground europeo su input della stampa italiana che, per forza di cose, vuole l’opinione dei veterani del rock nostrano sulla big sensation del momento, i Måneskin. E Pelù, che non può certo predire se Damiano e amici arriveranno un giorno a fare un tour per il quarantennale dei Måneskin come questo dei Litfiba, di una cosa è certo: «Mandare a fare in culo un dittatore va sempre bene», riferito chiaramente all’exploit tanto discusso dei nostri eroi nazionali al Coachella.

Dal deserto californiano torniamo al Gran Teatro Geox di Padova, di fatto la data zero dell’Ultimo girone dei Litfiba: un bel concerto, nostalgico sì, greatest hits autocelebrativo com’è ovvio che sia un probabile tour di addio, ma pregno di canzoni pregiate e impegno sociale e civile, come lo è tutta la storia di Pelù e Renzulli, tra proclami da corteo – contro la mafia, contro il nucleare, contro la guerra – e testi profondi, poetici scritti nel secolo scorso, ma tristemente contemporanei: «Ho ritrovato nelle parole di 35 anni fa un’attualità imbarazzante», dice il cantante dei Litfiba, facendo l’esempio di Lulù e Marlene, «che è ora nei sotterranei di Mariupol».

Durante lo show, un ragazzino si lancia in air guitar mentre il padre sbraita i cori da stadio di Spirito, e una ragazzina riprende con il telefonino la madre che salta su Lacio Drom. Un rocker brizzolato condivide live su Facebook le primissime note di El Diablo, corna al cielo e 6-6-6 per gli amici che non possono essere qui stasera, e tre ragazze sugli anta improvvisano per Fata morgana una coreografia gambe-braccia-mani-testa degna di una prima della Scala.

Foto: Michele Piazza

Il concerto di Padova è una grande festa per la band e soprattutto per i fan: «Benvenuti nello Stato libero di Litfiba», così come presenta la serata Piero Pelù abusando dell’appellativo «ragazzacci e ragazzacce», camicia maculata rossa sbottonata fino all’ombelico, cravatta allentata su petto nudo sudato e corpo snodato, alla faccia dei 60 anni.

Ghigo Renzulli non dice invece una parola, si muove poco o niente, ma suona uno dopo l’altro riff che hanno fatto la storia del rock & roll italiano e giri di chitarra diventati tormentoni da chiosco in riva al mare.

Tra la dark wave di Eroi nel vento dedicata per l’occasione a Gino Strada e una scanzonata Regina di cuori con richiesta di «scapezzolamento» senza incoronazione auspicata, quindi niente tette all’orizzonte, c’è davvero un mondo: il mondo dei Litfiba, l’unico vero gruppo rock italiano ad aver raggiunto e conquistato il grande pubblico.

Sono una band zingara nell’animo e Pelù, se mai ce ne fosse bisogno, lo ricorda presentando Tziganata e dedicando pezzi agli amici persi strada facendo – Ringo De Palma, Candelo Cabezas ed Erriquez della Bandabardò – e a quelli che forse ritroveranno on the road per quest’ultimo tour, gli attesissimi Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi. Forse ci saranno, forse no, chi vivrà vedrà e per ora il resto della band è composto da Luca Martelli alla batteria, Dado Neri al basso e Fabrizio Simoncini alle tastiere.

Il finale del concerto è tirato e cow-punk con Tex e Cangaceiro, ma l’apice emotivo di una serata di rock scarno e quadrato – sicuramente con qualche angolo da smussare data dopo data – è stato raggiunto forse troppo presto con Istanbul: tra gelido post punk e calore mediorientale, questa canzone rappresenta al meglio ciò che è stata l’epopea meticcia dei Litfiba.

Foto: Michele Piazza

Nel backstage, Pelù confessa alla stampa di non aver dedicato Istanbul alle donne del popolo curdo, come indicato invece nelle note che accompagnano la scaletta per la stampa, perché «avevo paura che il concerto diventasse troppo politico». Eppure, il bello è stato anche questo, un concerto molto politico, esploso con Bella ciao cantata dal pubblico.

E qui torniamo alla guerra di GasPutin, come lo chiama Pelù. L’unica scenografia sul palco sono quattro X giganti, una per ogni decennio della storia dei Litfiba: «Quattro X contro la Z dei carri armati russi».

“Io obietto, disobbedisco”, cantava in Linea d’ombra Piero Pelù, che si dichiara da sempre pacifista, anti-militarista, ma ammette: «Contro il nazi-fascismo ci siamo salvati grazie alle armi che ci davano gli alleati, altrimenti chissà cosa sarebbe il mondo ora. Se continuo a vedere quello che sta succedendo in Ucraina dal 24 febbraio, provo a mettermi nei panni di un ucraino: non ha senso farsi sparare addosso per invocare la pace».

Ma chiudiamo con la pace ritrovata tra i Litfiba – «la separazione è stata una scelta da idioti, siamo l’esempio di tutto ciò che si deve e non si deve fare» – e questo tour di addio, se così sarà davvero. «Abbiamo oltre 160 pezzi editi», continua a fare i conti con la propria storia Ghigo: «È stata davvero dura sceglierne 42 da suonare live».

Per la prima data di Padova ne fanno 23, ciò significa che ci sono altre 20 canzoni pronte per entrare in scaletta. «Ogni serata sarà un po’ diversa dalla precedente», spiegano: «Sicuramente faremo La preda, un pezzo scritto nell’82, il più vecchio tra quelli previsti per L’ultimo girone», e ora delle date previste per l’estate potrebbero spuntare altre canzoni, in ordine randomico tra quelle momentaneamente escluse: Cane, Animale di zona, La mia valigia e chissà cos’altro.

Foto: Michele Piazza

Dopo i doppi sold out di Padova, Napoli, Roma, Firenze e Milano, il tour dei Litfiba ripartirà il 3 luglio da Legnano per chiudersi, forse, a Romano D’Ezzelino il 26 agosto. Dunque quanto durerà L’ultimo girone? «Desidero morire sul palco», dice Ghigo, citando le biografie dei suoi idoli B.B. King e Chuck Berry.

«Sapete quali sono i due modi migliori per andarsene?», chiede invece Piero Pelù dando subito la risposta: «Andare venendo e andare suonando». E i Litfiba dopo questo primo concerto a Padova se ne vanno scherzando, ma non troppo: «Preparatevi per il 50esimo, ve lo promettiamo. Ma nell’attesa ci iberniamo».

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