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L’apocalisse di The Weeknd a Milano

L’artista canadese raccoglie il testimone di Kanye West e costruisce uno show grandioso tra divinità cyborg e metropoli che vanno a fuoco. Non temete: ‘The Idol’ è già un ricordo

Foto: Maria Laura Arturi

Un’indefinita città ferrosa (c’è la CN Tower di Toronto, ma anche l’Empire State Building di New York) in versione post-apocalittica, un’enorme statua di una donna cyborg (che riprende il robot protagonista ideato dall’illustratore giapponese Hajime Sorayama per il videoclip di Echoes of Silence) e un pianeta sospeso a mezz’aria. Una pedana lunga un centinaio di metri che taglia in due il pit e che unisce in linea la città, il cyborg, il pianeta. Sul palco-metropoli non ci sono quinte, né coperture. Il sole su Milano è ancora alto e riflette sui palazzi demoliti richiamando in maniera casuale ma drammatica la strage di alberi per le strade della città di questi giorni. Attorno 80 mila persone (come accadrà di nuovo stasera: totale 160 mila esseri umani) ad aspettare la prima volta di The Weeknd in Italia.

Un tour lungamente atteso, rimandato a causa della pandemia e ufficialmente partito solo la scorsa estate. Da qui la scelta del titolo, After Hours Til Dawn, che raccoglie al suo interno gli ultimi due dischi del musicista canadese, After Hours del 2020 e Dawn FM del 2022. Uno show enorme per dimensioni, pubblico e durata, con una scaletta di (ben!) 35 brani suonati scanditi da hit globali come Blinding Lights, Starboy, Die for You, Save Your Tears da cui però vengono esclusi in toto i brani della colonna sonora di The Idol, la controversa serie tv firmata dal nostro Abel qui acclamata dalla folla durante il trailer pre-concerto.

Foto: Maria Laura Arturi

Di Tedros, il viscido e geniale direttore creativo interpretato in The Idol, oggi non c’è nulla, se non una visione artistica fuori dai canoni e un goffo modo di muovere il corpo sul palco. In effetti l’unica nota stonata di un concerto fuori dal comune è proprio la presenza scenica di Abel che sicuramente ce la mette tutta per raggiungere un livello di coolness adeguata per l’occasione, ritrovandosi però a fallire quando una forza maggiore lo porta a simulare assoli facendo l’air guitar. Manca il physique du rôle di Travis Scott (che anche rimanendo fermo e in silenzio crea una tensione palpabile), e siamo ben lontani da quella personalità-più-grande-del-luogo-e-della-performance-stessa che Kanye West riesce a proiettare nelle sue comunque rare – ma ragionatissime – esibizioni live.

E proprio Kanye è uno dei riferimenti più densi di tutto lo show in cui è palese il suo lascito nell’idea artistica di The Weeknd. Se Ye viene chiamato in causa – quasi subito – con Hurricane (brano tratto da Donda e uscito anche come singolo in una versione alternativa firmata dai due con Lil Baby) e con la presenza sul palco del suo fedele compagno di suono Mike Dean (sì, l’avete conosciuto nel ruolo di se stesso proprio in The Idol), la sua eredità torna con prepotenza anche nella scelta dell’artista di Toronto di nascondere il volto con una maschera per la prima parte dello show (vi ricordate la maschera firmata Maison Margiela indossata da Ye per il tour di Yeezus del 2013?), ma anche nel concept di un palco così visionario ed esagerato, pensato dalla stage designer Es Devlin che – guarda caso – è una collaboratrice di lunga data di Kanye tanto da avergli curato apparizioni tv, concerti, tour.

The Weeknd, proprio come Kanye, ha costruito la propria carriera puntando a stare il più vicino possibile al limite. E questo con sé porta inevitabilmente a successi clamorosi quanto a possibili e rumorosi crolli. La tribolata storia dietro alla produzione di The Idol e il fallimento di critica e pubblico conseguenti, ad esempio, ne sono la dimostrazione: la narcisistica convinzione del genio ha rischiato di compromettere la credibilità artistica di Abel proprio come in passato certe scelte di Kanye hanno inciso sulla sua percezione pubblica (ricordate le polemiche per il video di Famous?). L’idea di spingere il proprio credo artistico al di sopra di tutto e tutti è un fuoco da domare che rischia di bruciare l’intera città. E proprio come in The Idol ci viene da chiedere: quali sono i limiti dentro cui deve porsi la creatività? Ed è giusto che ci siano?

Foto: Maria Laura Arturi

Forse conscio di questo rischio, l’approccio di The Weeknd sul palco è diametralmente opposto a quello di Kanye. Nonostante le dimensioni esagerate del suo show (oltre a lui e alla band ci sono una trentina di performer in tunica e velo bianco), Abel cerca continuamente di instaurare un rapporto con il pubblico, chiamandolo a reagire, avvicinandosi, arrivando persino a condividere il microfono con una prima fila urlante e in lacrime. Non c’è nulla del distacco superomistico di Kanye, né alcunché della viscosa tossicità di Tedros. Ma nemmeno della figura onanista, ribelle e drogata del personaggio di The Weeknd che abbiamo imparato a conoscere tra performance tv e videoclip. Ma questa umanità – che forse potrebbe apparire scontata o, ancora peggio, dovuta – alla fine dal vivo fa tutta la differenza del mondo.

La band – in total white come Abel e le performer – suona solida, gli effetti scenici rapiscono la vista (le nubi di fumo che invadono la città prima degli incendi, i laser che dagli occhi della divinità cyborg che tagliano il cielo, le luci che dalla passerella puntano al cielo creando uno squarcio verso il divino), The Weeknd canta senza soste, splendidamente. Nonostante la poca presenza scenica del nostro e una narrativa che poteva sicuramente ambire a qualcosa in più, il concerto rispetta ogni aspettativa: non ci sono al momento degli show che meglio rappresentano la grandiosità del pop. Dall’altra parte dell’oceano direbbero che The Weeknd delivera. E Abel delivera eccome.

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