L’Aftershock è il bagno di folla che in Italia ancora non si può fare | Rolling Stone Italia
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L’Aftershock è il bagno di folla che in Italia ancora non si può fare

Due set dei Metallica, col 'Black Album' suonato per intero, veterani del punk, hip hop, il controverso Machine Gun Kelly: in California la musica live è tornata per quattro giorni ai tempi pre-pandemia

L'Aftershock si è tenuto dal 7 al 10 ottobre a Sacramento

Foto: Enzo Mazzeo

Numeri alla mano, l’Aftershock è ormai uno dei più grandi festival rock non solo americani ma a livello mondiale. Quest’anno ha portato nella città di Sacramento, capitale amministrativa della California, quasi 150 mila persone in quattro giorni e un indotto vicino ai 30 milioni di dollari, segnando dunque il ritorno della musica live ai suoi fasti pre-pandemici. È tuttavia necessaria una premessa.

Gli Stati Uniti avevano aperto le porte agli spettacoli dal vivo di grosse dimensioni già da qualche mese: è toccato infatti ai Foo Fighters lo scorso 20 giugno inaugurare al Madison Square Garden di New York il loro tour e il ritorno sui palchi della musica tutta. Da allora, molte grandi band hanno ripreso l’attività concertistica, dai Guns N’ Roses, che hanno da poco concluso un’intensa serie di date negli stadi, ai Rolling Stones, che saranno invece impegnati fino a fine novembre. Eppure, nonostante in questi mesi siano stati innumerevoli gli artisti che hanno annunciato la ripartenza, altrettanti sono quelli che hanno dovuto repentinamente fare dietrofront, alcuni perché nel frattempo sono cambiate le condizioni dove si sarebbero dovuti esibire, altri perché qualche membro della band aveva contratto il virus e altri ancora perché fondamentalmente non se la sentivano più di rischiare.

La situazione dei festival, di conseguenza, è stata ancora più caotica: l’ultima edizione del Lollapalooza, tenutasi a luglio a Chicago, era inizialmente stata additata dalla stampa americana come super spreader event, appellativo poi risultato fondamentalmente fuori luogo quando le autorità sanitarie cittadine hanno dichiarato che non c’era alcuna evidenza che il festival avesse contribuito a diffondere un presunto contagio di massa. Eppure, se prima del Lollapalooza sembrava davvero che, almeno nel campo dell’industria dell’intrattenimento, l’America avesse ormai definitivamente superato la crisi, col finire dell’estate gli spettri di una nuova ondata di contagi (e dunque di restrizioni) cominciarono a diffondersi sotto il segno della variante Delta. Un lungo elenco di artisti, che va dai Nine Inch Nails ai Pixies, dai Limp Bizkit a Stevie Nicks, per arrivare alle star del country come Garth Brooks e a quelle del pop come Backstreet Boys e BTS, hanno definitivamente rimandato i loro piani concertistici al 2022. Alcuni grandi festival, come il celebre New Orleans Jazz Fest sono stati cancellati e altri hanno dovuto rimaneggiare le line-up a volte anche radicalmente.

Se in questo marasma generale i colossi dell’entertainment come Live Nation o AEG hanno avuto la possibilità di osservare la situazione dall’alto della loro posizione di leadership, altri attori nell’intricato business della musica dal vivo non potevano invece più permettersi nuove cancellazioni: da qui la decisione dell’agguerrito promoter indipendente Danny Wimmer Presents di procedere con alcuni dei propri festival di punta, come il Louder Than Life di Louisville, Kentucky, tenutosi a settembre, l’Aftershock, dal 7 al 10 ottobre a Sacramento, California, e il Welcome To Rockville di Daytona Beach, Florida, programmato per novembre, naturalmente con tutte le misure anti-Covid del caso, incluso l’obbligo per tutti i presenti di esibire all’ingresso un tampone negativo o una prova di vaccinazione e di indossare, per quanto possibile, la mascherina. A onor del vero, anche in Europa e altre parti del mondo qualcosa, in tal senso, è stato fatto, ma per vedere un ritorno della musica dal vivo su grande scala al di fuori dei confini statunitensi bisognerà presumibilmente aspettare la primavera del 2022.

In California si può. Foto: Enzo Mazzeo

L’Aftershock, dicevamo. Come anche in occasione degli altri due festival “gemellati”, sono i Metallica i protagonisti indiscussi: in ognuno dei tre festival, la band di San Francisco ha chiuso o (nel caso della Florida) chiuderà ben due serate, con due set totalmente differenti. La prima giornata è stata concepita come una sorta di party di inaugurazione: il palco principale era infatti ancora chiuso ma l’attività degli altri due ha comunque fatto registrare il sold out con in scaletta una serie di band thrash metal come Anthrax, Testament, Exodus e Death Angel e un gruppo hip-hop come i Cypress Hill in cima al cartellone.

Il secondo giorno si entra nel vivo con l’attesa esibizione dei Metallica. Ci aggiriamo nella vasta area del Discovery Park, il grande parco pubblico situato in una zona piuttosto centrale della capitale californiana, curiosando fra i vari stand di merchandising e dedicati alla ristorazione. Una cosa salta subito all’occhio: questo, come molti altri grandi festival americani, si differenzia dai corrispettivi europei per un’organizzazione non solo orientata a massimizzare il profitto (le aree VIP, vendute a prezzi ben più alti di quelli dei biglietti ordinari, danno la possibilità di osservare i palchi da posizioni privilegiate e con servizi migliori), ma anche ad offrire servizi di hospitality di un certo livello. Se il festival rock, nella concezione europea, è fatto di enormi campeggi, fiumi di birra e l’immancabile junk food, il pubblico americano è per certi versi più incline agli agi: la quasi totalità dei presenti dorme infatti in hotel (in molti festival, incluso l’Aftershock, non è previsto campeggio) e fra un palco e l’altro (udite, udite) è possibile mangiare e bere piuttosto bene, tipo abbinare un delizioso quanto microscopico panino con la pregiata aragosta del Maine (venduto alla modica cifra di 30 dollari) a un buon bicchiere di Chardonnay (a prezzi simili) presso il Caduceus Cellars Wine Garden di proprietà di Maynard James Keenan dei Tool.

Parlando di musica, assistiamo alla vera e propria bolgia scatenata dai Suicidal Tendencies, forti di un frontman di razza come Mike “Cyco Miko” Muir e di una sezione ritmica schiacciasassi, che ultimamente include il bassista Tye Trujillo, figlio d’arte di Robert dei Metallica (nonché membro storico proprio dei Suicidal, che infatti osservava compiaciuto dalle retrovie). Sui palchi più grandi non ci perdiamo i Dropkick Murphys, gli idoli locali Rancid (in realtà vengono da Berkeley, un po’ più a Ovest) e i Volbeat che occupano la posizione più alta nel bill prima degli headliner, a riprova dei passi da gigante fatti dalla band danese negli Stati Uniti, dove è ormai una realtà consolidata. I Metallica partono a mille, con tre classiconi come Whiplash, Ride the Lightning e Harvester of Sorrow, per poi proseguire con estratti da Death Magnetic, Reload, l’ultimo Hardwired, S&M e da St. Anger (Frantic) che James Hetfield introduce ironicamente come «your favorite album».

«Godiamoci ogni singola nota, ogni singolo passaggio di una band come i Metallica finché sarà ancora tra noi. Un giorno li rimpiangeremo», dice un fomentato commentatore presente in sala stampa. E come dargli torto.

Jose Mangin nella limo di Vinnie Paul dei Pantera. Foto: Enzo Mazzeo

La giornata di sabato, la terza di festival, è caratterizzata da un’alternanza di band punk e metal che seguiamo con una certa attenzione. Prima di cominciare veniamo invitati dal dj della potente Sirius XM, Jose “The Metal Ambassador” Mangin, ormai una delle voci di riferimento nel paese quando si parla di heavy metal, ad ammirare la limousine lasciatagli in eredità dal compianto batterista dei Pantera, Vinnie Paul, che lui ha riportato agli antichi splendori per la gioia dei numerosi fan di una band ancora molto amata (sui suoi profili social ha documentato l’intero processo di restauro). Scattiamo qualche foto e andiamo a presenziare all’esibizione degli Anti-Flag, band politicamente molto impegnata che è anche nota per le coinvolgenti esibizioni dal vivo e che riesce nel non facile intento di anticipare degnamente i Body Count di Ice-T. Le sonorità hip hop cedono via via sempre più il passo a quelle metal (non a caso la band ha aperto con Raining Blood degli Slayer), incazzature e diti medi aumentano e pezzi come Manslaughter, Talk Shit, Get Shot e Cop Killer fanno sempre male.

Dopo i Body Count riusciamo a raggiungere il palco principale per l’esibizione dei francesi Gojira, altra band non anglofona ad aver raggiunto un successo di massa sorprendente negli Stati Uniti, e di Machine Gun Kelly che è stato ricoperto di fischi e insulti al Louder Than Life, a cui lui ha reagito prendendo a pugni uno dei contestatori. Per questo motivo, l’organizzazione dell’Aftershock ha pensato bene di schierare davanti al palco più uomini della sicurezza rispetto a chiunque altro. A Sacramento però era presente una grossa fetta di pubblico devota al performer, che di conseguenza si è dimostrato più affabile del solito. La sua musica, che oggi può essere descritta genericamente come pop-punk, sembra rimanere in secondo piano rispetto alle sue doti di intrattenitore. A un certo punto si arrampica pure sulla struttura che ricopre il mixer, tipo Eddie Vedder nel 1991.

Machine Gun Kelly. Foto: Enzo Mazzeo

Quando termina il suo concerto e tocca agli Offspring esibirsi, l’effetto è lo stesso che si avrebbe passando repentinamente da un film con Vin Diesel a una pellicola esistenzialista: Dexter Holland e soci non sono certo in forma smagliante, a dir la verità appaiono proprio mosci e affaticati, ma per loro fortuna fanno leva su un repertorio che, in fin dei conti, tutti conoscono, anche i metalheads più incalliti. Anche i Mudvayne, la cui reunion era piuttosto attesa, fanno fatica a decollare, mentre i Misfits, anzi The Original Misfits, come vengono etichettati ultimamente, tengono il palco con sorprendente sicurezza, tra grandi zucche di Halloween, bare, megaschermi e, ovviamente, l’iconico logo/teschio Crimson Ghost. Lo stesso Danzig, la cui voce non aveva certo fatto faville negli ultimi anni, appare decisamente a suo agio, e il fatto di poter contare su un batterista infallibile come Dave Lombardo, dona al sound della band un impatto notevole.

E veniamo al quarto e ultimo giorno dove sono i Mastodon a risultare quasi fuori luogo: la band è prossima a dare alle stampe l’ottavo album in carriera, Hushed and Grim, suggellando un percorso che dagli esordi estremi ha virato verso territori sempre più prog e atmosfere sempre più dilatate, ma dopo quattro giorni di festival si comincia ad avvertire una certa stanchezza e ci verrebbe voglia di rimandare l’esibizione del quartetto di Atlanta a un setting più intimo. Fatto sta che torniamo al Jack Daniel’s Stage ad assistere al concerto dei Social Distortion, band leggendaria da queste parti, a cui tocca l’onore di chiudere il festival in attesa del secondo set dei Metallica che rifanno il Black Album nella sua interezza, ma al contrario, dall’ultima alla prima canzone.

I Metallica all’Aftershock. Foto: Enzo Mazzeo

Inutile girarci troppo intorno: i Metallica di oggi rendono al meglio proprio su pezzi più cadenzati e melodici. I primi quattro album sono immortali e tutti noi vorremmo vederli suonare Battery, Master of Puppets e Whiplash all’infinito, ma loro si avvicinano ai 60 anni. E non è solo colpa dei tanto discussi limiti tecnici di Ulrich o dei cali di rendimento di Hammett. Non a caso la band si destreggia fra le tracce del Black Album (e lo stesso discorso vale per i vari estratti da Load e Reload) con una naturalezza che in altri momenti latita. Detto questo, quando si congedano con Fight Fire with Fire e Creeping Death ci tornano alla mente i capelli lunghi, le maglie dei Misfits e Cliff Burton… e ci sale un velo di nostalgia. Non ne usciremo mai.

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