Finisce con Morrissey a torso nudo che si fa il segno della croce, dopo aver cantato assieme al pubblico il più amato, forse, dei classici degli Smiths: There Is a Light That Never Goes Out, una canzone che nel 2026 compie quarant’anni. Se non è l’immagine del trionfo poco ci manca. E in effetti l’unico concerto italiano del tour invernale del cantante di Manchester, andato in scena ieri al Fabrique di Milano a pochi giorni di distanza dall’uscita del nuovo album Make-Up Is a Lie, non lascia dubbi sul suo stato di forma.
Tirato a lucido nella voce, accompagnato da una band funzionale alla messa in mostra delle doti del capobanda senza mai concedersi di svariare, Morrissey è stato protagonista di un live con molte differenze rispetto a quelli andati in scena in Italia la scorsa estate. Allora l’emozione di rivederlo dopo lungo tempo nel nostro Paese aveva ampiamente e legittimamente fatto passare in secondo piano fragilità e nervosismi da drama queen pressoché assenti nel concerto di ieri sera, lo spettacolo di un grande performer introdotto come ormai di consueto da una lunga sequenza di video che omaggiano una buona parte del pantheon del musicista: dai Ramones a Gene Pitney passando per il Little Tony di Cuore matto.
Al Fabrique, di quel pantheon, era presente anche una diva in carne e ossa: Rita Pavone, che ha assistito al concerto dopo aver incontrato Morrissey prima che quest’ultimo salisse sul palco. Chissà, forse a galvanizzarlo è stato l’incontro con la cantante di Heart (la versione inglese di Cuore), il 45 giri che comprò a 6 anni e dal quale non si è mai separato. O forse il secondo posto per lo meno a metà settimana del nuovo album nella classifica inglese, «senza che le radio lo trasmettano e senza l’attenzione dei media» sottolinea. Certo anche lui non è che gli dia molto spazio, con tre soli brani in scaletta.
Fatto sta che Morrissey sembra avere anche meno voglia del solito di lamentarsi, risparmiando la sua linguaccia per qualche innocua punzecchiatura: «Mi chiamano sempre indie», considera, «ma da solista non ho mai inciso per un’etichetta indipendente. Perché indie? Non lo sono!». Oppure per qualche considerazione fatta quasi per scherzo, con il sorriso sulle labbra: «Siamo contenti di essere qui, e di essere vivi. Non durerà».
Dal momento in cui sale sul palco con dei fiori infilati nei jeans, Morrissey parla meno del solito e pensa soprattutto a cantare (bene). Come sempre è commedia e tragedia, come il suo ultimo album e come la sua storia tutta, che ieri sera è stata raccontata con un pugno di pezzi firmati con Johnny Marr (How Soon Is Now, A Rush and a Push and The Land Is Ours, Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me), i formidabili singoli d’esordio da solita (Suedehead, Everyday Is Like Sunday), le consuete chicche solo per fan (Lost), le canzoni tirate fuori dal suo ormai enorme repertorio (Best Friend on the Payroll) e quelle che sembrano state tragicamente scritte la sera prima (World Peace Is None of Your Business). Non un concerto greatest hits, ma l’ennesima tappa di un viaggio la cui destinazione è chiara solo al timoniere, il neverending tour di un musicista che ha ritrovato nel palco il suo habitat naturale.
«Sono morto, poi rinato e poi di nuovo morto» dice. «Ma stasera mi avete fatto sentire definitivamente rinato».
Set list:
Billy Budd
I Just Want to See the Boy Happy
Suedehead
Notre-Dame
Make-Up Is a Lie
A Rush and a Push and the Land Is Ours
Irish Blood, English Heart
Now My Heart Is Full
How Soon Is Now?
I’m Throwing My Arms Around Paris
The Bullfighter Dies
The Monsters of Pig Alley
Best Friend on the Payroll
Lost
Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me
Jack the Ripper
Everyday Is Like Sunday
World Peace Is None of Your Business
There Is a Light That Never Goes Out














